di Enrico Nadai

Se c’è un fenomeno che è andato progredendo nel nostro Paese in questi ultimi anni è senz’ombra di dubbio il disertamento delle urne. C’è da dire che – a ragione – per gran parte degli scettici il singolo politico, da perfetto uomo di paglia, una volta giunto al governo non potrà che essere cooptato all’interno di un potere soverchiante, come quello degli organismi tecnici sovranazionali a carattere europeo o di un qualsivoglia potere centrale, cui dovrà irreversibilmente sottrarsi. Questa condizione di impotente subalternità, vista come una gabbia, genera un crescente scetticismo da parte dell’elettorato che, in occasione delle diverse votazioni, il più delle volte preferisce starsene a casa. Inoltre è ben noto come le minoranze politiche “radicali” paiano non poter rappresentare in linea di massima un’alternativa valida, poiché esprimono evidentemente la loro corrosività verso le ideologie e le strutture dominanti, non essendo circoscritte dalle stesse. A ciò si deve aggiungere che l’intervento del denaro è egemone per promuovere un candidato ed il suo rispettivo partito, e perciò questa “battaglia politica”, diviene una ancor più fallace “battaglia economica”: e che vinca il più ricco! Nonostante questi fattori denotino una profonda crisi della democrazia, l’impressione generale è che ad esistere non possano che essere i “sistemi” rappresentativi e amministrativi di stampo, appunto, democratico, ove è però evidente che lo Stato non può essere considerato in nessuna maniera come l’incarnazione dell’idea di cui si sostiene portatore.

A tal proposito, Italo Tavolato, che fu un elegantissimo imprecatore ai suoi tempi, scelse di utilizzare una finezza linguistica che andrebbe recuperata ai giorni nostri: il termine “democretini”. Lo scopo era quello di punzecchiare i “cimiciosi”, i “brodolosi”, i “piattolosi” e i “bischeri” d’ogni genia, nonché la gran parte di coloro che lo attorniavano. Manco a dirlo, Tavolato, era contro la democrazia! Questo esempio è perfettamente calzante per aprire quindi una serie di brevi considerazioni storiche e filosofiche intorno a questo regime politico di cui i “democretini” si ritengono tenaci sostenitori attraverso una strumentalizzazione della parola “democrazia”, ben consapevoli d’essere – come si spiegava poc’anzi – perennemente smentiti dalla realtà odierna.

La prima considerazione riguarda il famoso dialogo erodoteo tra Dario, Otanes e Megabizio, sulla maggiore o minore validità dei sistemi politici, in cui il primo riesce a trionfare sugli altri due affermando: “… io dico che è superiore la monarchia. Perché di un uomo solo che sia il migliore nulla potrebbe apparire meglio; valendosi di un siffatto ingegno egli dirigerebbe in modo irreprensibile il popolo e così sarebbero tenute segrete al massimo le deliberazioni contro i nemici”. Ciononostante Dario non esprime un’argomentazione che possa dirsi veramente superiore a quella democratica pronunciata da Otanes o a quella oligarchica di Megabizio, riconoscendo in queste ultime un’ottima validità astratta ribaltata però sul piano empirico, dove invece la monarchia risulta a lui più congeniale. Questo salto nel passato, direttamente tra le braccia degli Antichi, serve in primis a disilludere coloro che ancor oggi vedono nella democrazia un sistema germogliato dalla modernità e, in seconda istanza, a distogliere la credenza secondo cui quello sia il vertice più alto dell’evoluzione politica. Si tratta piuttosto di una struttura governativa vecchia (Erodoto sosteneva fosse stata inventata in Persia, prima ancora che in Grecia) ed evoluta al pari di tante altre. L’atteggiamento che consiste nel ritenere il regime democratico come l’apice dei regimi politici ne esclude ogni forma di messa in discussione; ed è questo uno dei problemi cardine che si manifesta nell’attuale chiacchiericcio intorno alla democrazia, tanto più se si considera che essa viene dichiarata dai “democretini” come necessaria (in virtù della sua complessiva impeccabilità) e degna di una validità morale, salvo poi prenderla a calci in culo nei momenti in cui potrebbe inverarsi attraverso le dinamiche che le sono proprie. Il gioco dei “democretini” consiste nell’aggregare ciò che è antitetico al sistema democratico e creare di quest’alterità una squallida macchietta. Da ciò è evidente comprendere quanto costoro possano assumere all’interno dei nuclei che contano – mass media in primis – un atteggiamento disteso, poiché nessuno in tali circostanze si ritrarrebbe dal tessere un elogio del cosiddetto “governo del popolo”. Più che veraci ammissioni di fede democratica, quelle dei “democretini” d’oggi sono delle genuflessioni innanzi all’altare della tendenza democratica stabilita dallo Spirito del tempo. “Se si vuol studiare la “vera” democrazia – scrive Alain de Benoist – è quindi proprio verso la democrazia greca che occorre volgersi, e non verso i regimi che il mondo attuale ha preso l’abitudine di designare con questo termine”. Ed è ancora intorno agli Antichi e specialmente ai greci che si possono operare altre interessanti constatazioni che ci orientano ora verso una seconda considerazione. Alcuni credono, infatti, che il regime democratico sia sempre stato ben visto in ogni tempo, fin dalle epoche più remote: niente di più erroneo! Un banalissimo esempio è quello di Pericle, uno dei maggiori capi politici ateniesi, il quale veniva attaccato dagli avversari di governo, i “popolari”, per il carattere violento del suo assetto governativo democratico (kratòs indica la forza nel suo violento esplicarsi, “strapotere”). C’è da aggiungere che in epoca periclea erano in pochi a possedere la cittadinanza che avrebbe potuto rendere partecipi alla vita politica nella Pòlis: i requisiti minimi consistevano nell’essere maschi adulti, ovvero in età militare, e figli di genitori ateniesi liberi dalla nascita. Gli schiavi in quanto ritenuti non-cittadini (idiotes), erano conseguentemente esclusi dall’ekklesia. E’ comunque cosa ben assodata oramai che tra tutti gli autori ateniesi nessuno mai decantò la magnificenza della democrazia: tutt’altro. L’atteggiamento prevalente era assolutamente critico. Platone fu un perfetto anticipatore dei tempi odierni quando scrisse che i democratici si prefiggono il raggiungimento della libertà, considerata come bene supremo per la città in cui vivono, e quindi “chi è libero per natura dovrebbe abitare soltanto là”. Il filosofo vide però espandersi all’interno di un siffatto regime, l’anarchia più totale che imbratta altresì l’ambiente privato, dove i figli non rispettano più i padri, diventando simili a loro pur di sentirsi emancipati. Per altro anche il giudizio sugli uomini che provengono dal di fuori della città-stato è categorico e non certo osservato sotto un punto di vista positivo: Un meteco [straniero che risiede una città-stato per un tempo stabilito] si eguaglia a un cittadino e un cittadino a un meteco, e lo stesso vale per uno straniero”, osserva Platone. Anche attraverso questa serie di verifiche, si può facilmente giungere ad una duplice conclusione: 1) ci siamo allontanati in modo quasi definitivo dalle prime democrazie, fondate su una partecipazione molto sviluppata all’interno di unità politiche locali, tanto da averne distorto ogni contenuto; 2) dato il presente clima di generale dissoluzione, accanto al pensiero democratico (già contestato nell’antichità) sono sorte delle altre ideologie, come quella liberale, che hanno mal interpretato il concetto di “libertà”, conducendo verso l’odierno individualismo. Talune visioni liberali vorrebbero inoltre accertare la “naturalezza” dell’instaurarsi del regime democratico che, considerata la violenza con cui numerose volte è venuto ad originarsi, sembra invece sempre più assimilabile ad un capo alla moda prêt-à-porter utile ad imbellettare intere civiltà, innalzandole sulla punta di un immaginario Olimpo egualitario.

Rivolgendo l’attenzione ai nostri giorni, ciò che preme constatare per delineare una terza ed ultima osservazione, è che l’elettore d’oggi non ricerca la grandezza dell’uomo politico da eleggere, anzi, spesse volte egli fornisce il suo consenso a chi più gli somiglia. D’altro canto il candidato non opera in virtù di un costante retroterra di idee, bensì a seconda delle momentanee esigenze della fascia di elettori che maggiormente sono vicini al suo partito; in questo modo ogni programma politico a lungo termine perde d’importanza, poiché rischia d’essere portatore di modelli impopolari. Rileggendo Platone, la panoramica suddetta viene chiarita da questo estratto della Repubblica riferito all’ideale tipo d’uomo democratico: “… elogia e onora in privato e in pubblico i governanti che sono simili ai sudditi e i sudditi che sono simili ai governanti”.

E’ dunque la nostra un’epoca in cui si può ancora prestare ascolto ai “democretini”? A buon intenditore poche parole.