“Tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”, così Theodor Adorno commenta gli sforzi filosofici successivi alla Shoah. Ha ragione? In parte. La tradizione illuministica e razionalistica non può che venire demolita dalla ferocia mostrataci dalla storia e che qui non serve ricordare, continuare a pensare all’uomo come macchina razionale naturalmente buona non è più possibile. Parimenti inutile è la torre d’avorio dove si è confinata la filosofia accademica, in un commento di commento di commento (si potrebbe proseguire all’infinito) autoreferenziale e inutile. Proprio questa è l’immagine che passa nell’immaginario comune: la filosofia come sterile suppellettile, un po’ per ostracismo pubblico, un po’ per confino autoimposto. Il problema sta nel fatto che troppo spesso questo è vero, come si è detto. Per parlare al mondo della tecnica la filosofia non può presentarsi come sapere totalmente disinteressato e privo di ogni legame con la vita, se non vuole tecnicizzarsi in senso elitario e chiuso. Per invertire questa tendenza molto possono insegnarci le filosofie antiche, dove la distinzione fra teoria e prassi è inesistente perché la teoria è la prassi.

Questo fatto è  di difficile comprensione, se non incomprensibile in modo autentico, per il retroterra monoteistico-cristiano che caratterizza l’Occidente (stessa cosa vale per i fieri non credenti, inconsapevolmente influenzati a livello antropologico profondo dall’ordine monoteistico) in cui la teoria precede la pratica. Non sono le strutture che determinano le sovrastrutture, ma permane l’idea di fondo che un concetto (Begriff) sia sempre antecedente al suo dispiegamento. Nel nostro mondo si riscontra quasi sempre un privilegio per il trascendente, per il teoretico, un’anteriorità teologica che si riflette sul modello di razionalità partorito (pianificazione, ordine, piano di produzione…). Questo è ovviamente causa di scissione, c’è la filosofia e c’è la vita, pensiero ed essere. Nel mondo greco la filosofia è la vita, non sussiste la logica fondamento-fondato, il proprio agire diventa esercizio in cui la filosofia non è che la spiegazione teorica. Persino il consolidarsi del pensiero in scuole (epicureismo, stoicismo, accademia…) è più una forma di porre problemi e di unificare modi di vita affini che un istituire tavole teoriche rigide e arbitrarie.

Pierre Hadot chiama questa costante della filosofia greca “esercizio spirituale”, espressione che contrassegna lo stretto legame fra filosofia e pratica in cui la prima è solo un’indirizzo il cui fine è l’elevazione pratica. Le apparenti contraddizioni nelle lezioni aristoteliche o nelle Enneadi plotiniane generano stupore e confusione al lettore medievale o contemporaneo proprio a causa della mentalità che si è detta, molto spesso queste incongruenze erano causate dal tentativo del filosofo di declinare il suo pensiero in base alle condizioni materiali dei suoi allievi. Il principio pitagorico della politropia spiega come il logos debba adattarsi ai differenti stati materiali dell’uomo senza relazioni di anteriorità perché non esisterebbe senza di essi, non stabilisce un principio trascendente per sempre (il cristianesimo si approprierà di questo concetto proprio con qualche deformazione deformazione). Tutta la teoria di una scuola che riguardasse aspetti non direttamente pratici (fisica e logica, ad esempio) viene immediatamente ricondotta alla sua funzione esistenziale: il clinamen come introduzione della casualità per una vita serena nella scuola epicurea; lo studio dei fenomeni fisici nelle Naturales Questiones in Seneca per smettere di temerli. Cosa va recuperato in sintesi? Contro alla formulazione di teorie per anime belle accompagnate all’indifferentismo o alla cattiva prassi, va considerata la pratica come unica filosofia. Socrate non sapeva nulla (ironicamente certo) e operava tutto il giorno, oggi mille teorie non servono a nulla: serve dire altro?