Già Spinoza, a metà del Seicento, risulta molto chiaro sul definire cosa sia la superstizione e quali siano le cause che la portano ad essere così diffusa tra gli uomini; essa è frutto dell’eccessivo influsso delle passioni e di una vita condotta senza seguire i dettami della vera ragione. Nonostante questa acquisizione spinoziana sia largamente condivisa, tutt’oggi non è raro sentire o usare termini come fortuna e sfortuna. Di che cosa si tratta realmente? Sono concetti che esprimono qualcosa di sensato e verificabile? E quindi, di conseguenza, esiste il caso? Comprendere se esso esista significa ricercarvi un posto o un ruolo nella realtà. Esistere è per definizione un essere in relazione, poiché tutto ciò che esiste – per il solo fatto di essere qualcosa – è relazionato a tutto il resto. Si può asserire che esistere significa essere parte di una totalità e quindi determinare ed essere determinato da tutto ciò che la costituisce. Anche se può sembrare non si tratta affatto di discorsi astratti, tutt’altro! La stessa vita dell’uomo è un continuo processo che si sviluppa in tal senso, poiché azioni e scelte sono sempre i risultati di alcune determinazioni, delle quali si può essere più o meno consapevoli.

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Baruch Spinoza

Alla luce di questo è inevitabile dedurre ciò che segue: se il caso è una mancanza di determinazioni esso non può logicamente aver posto nell’orizzonte dell’essere (e chi scrive ammette umilmente di non conoscere altri orizzonti), viceversa se il caso esiste esso è qualcosa, e se è qualcosa non può che essere determinato e in relazione, perdendo la casualità che lo renderebbe tale. Questa conclusione sembrerebbe creare dei grossi problemi; pare proprio infatti che il caso non esista, eppure questo termine rimanda a qualcosa che spesso si percepisce come reale ed effettivo, come caratterizzante momenti ed accadimenti della vita umana. Forse la soluzione di questa difficoltà sta nel capire che anche se ontologicamente la casualità non sussiste, ciò non esclude che quello che noi chiamiamo caso possa essere qualcosa di differente. Esso non consiste in una mancanza di motivazioni o determinazioni alla base di un certo evento ma è piuttosto una mancanza da parte di chi cerca di inquadrarlo e darci un senso. La non comprensione delle cause di un dato avvenimento porta spesso a concepirlo come misterioso o addirittura inspiegabile, ma questa non è una caratteristica specifica dell’evento in sé, bensì una peculiarità della conoscenza inadeguata dello stesso.

D’altronde essere in grado di mettere a fuoco ogni singola determinazione che costituisce la trama del reale significherebbe essere onniscienti e quindi coincidere pienamente con la totalità delle cose, il che è impossibile. È perciò inevitabile essere parzialmente ignoranti, più o meno a seconda delle situazioni, riguardo ciò che si ha intorno, ed è di conseguenza normale che si possa essere portati a parlare di fortuna e sfortuna. Esse non sono altro che parole che l’uomo usa per descrivere la propria reazione – positiva o negativa – ad eventi rispetto ai quali è difficile ricostruire i processi causali; esse sono il modo in cui si esternano sensazioni quali approvazione, sdegno o stupore nei confronti di ciò che si vede accadere. Una dimostrazione molto intuitiva di tale affermazione è data dal fatto che spesso ognuno tende ad attribuire alla sfortuna il cattivo esito di un’azione, mentre è più portato a ritenere la propria bravura come motivo principale della buona riuscita dell’azione stessa. Vi è sempre una ragione a fondamento di un evento, anche di quelli che notoriamente vengono considerati come legati a fortuna/sfortuna; la palla che un calciatore colpisce con determinata forza ed angolazione si stamperà necessariamente sul palo, il pullman che uno studente affrettato perderà per pochi istanti sarà già partito a causa della concatenazione di infinite determinazioni.

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La dea bendata nell’opera allegorica di Andrea Previtali

Questo non vuol dire che non sia lecito esprimere disappunto o approvazione  come da sempre si è abituati a fare! Quello che va evitato, e che  Spinoza critica, è far si che la consapevolezza riguardo i limiti della conoscenza umana faccia sentire gli uomini autorizzati ad essere superstiziosi. In altre parole la sfortuna non è una causa esterna, ma solo una sensazione provocata da un avvenimento esterno; essa non sta al di fuori, ma nasce in noi.