L’Occidente ha un problema con Nietzsche; ciò è evidente. Ma tale problema non è di certo rappresentato dal processo esegetico di individuazione del cuore del suo messaggio, ormai compiuto svelamento del nichilismo europeo, e nemmeno consiste al contrario nella già manifesta ambiguità intrinseca di tale messaggio, ovvero in un invalicabile occultamento rapsodico di questo svelamento e nelle conseguenti misinterpretazioni che da tali presunte forme di incoerenza avrebbero tratto una ragione d’essere. Nietzsche (per chi lo conosce) è, non meno di altri grandi pensatori, chiaro, coerente ed esaustivo – a differenza di certi suoi esegeti improvvisati.Il dissidio nei confronti di Nietzsche sembra invece essere rappresentato dalla sua attualità, ovvero dal fatto che egli sia ancora leggibile e interpretabile come uno dei pensatori nella cui riflessione emerge con più potenza e acume la critica fondamentale alla decadenza dell’occidente – il quale è anche, per l’appunto, l’odierno occidente. Ma si badi: non è di certo l’attualizzazione nietzschiana, bensì la la legittimità della sua attualizzazione, a rappresentare il problema.

I baffi di Friedrich Nietzsche

I baffi di Friedrich Nietzsche

Il fatto che Nietzsche sia spropositatamente attuale, che il contesto culturale da lui tratteggiato sia per larghi tratti sovrapponibile al nostro contesto (nonostante la parentesi antitetica delle guerre e dei totalitarismi, del tanto vigoroso quanto fugace ritorno alle grandi narrazioni, che sembra aver piuttosto rinforzato dialetticamente il nostro contesto in molte delle sue caratteristiche), dovrebbe suonare inquietante alle nostre orecchie, e ferire i nostri sguardi di presunti ermeneuti che pretendono di aver cavato ogni cosa dalle righe nietzschiane, di averne discusso ogni implicazione e di averne ribadito con forza i limiti – di avere addirittura psicanalizzato Nietzsche, decifrando il contenuto dei suoi testi, «linguaggio cifrato di un bambino muto», secondo chiavi di lettura che di volta in volta vanno dall’infanzia problematica, alla morte del padre e alla crescita in mezzo alle ingombranti figure femminili della madre e della sorella, al mal di testa cronico, alla presunta repressione dei suoi sentimenti cristiani celata dietro la figura dell’anticristo-superuomo, ecc. Ci rimane, tuttavia, il problema che il bambino muto figura tuttoggi quale estremo e ingombrante bastione del pensiero occidentale. Il problema dell’occidente è, in sostanza, non aver superato Nietzsche.

Cosa ci dice, dunque, il problema di questa iperattualità (estendibile, naturalmente, al pensiero di diversi altri autori – sebbene Nietzsche appaia sotto questo aspetto un paradigma indiscutibile)? Essa ci suggerisce, o meglio, ci rinfaccia, che la manifesta tirannia del nichilismo contemporaneo trova la forma della sua imposizione in una singolare strutturazione nel procedere degli uomini attraverso i tempi, ovvero nella mancanza di inerzia di una Storia che è involuta su se stessa, che non riesce a dispiegarsi. Nietzsche concepì le sue opere principali tra il 1872 e il 1889; l’aforisma della morte di Dio, giusto per dare un riferimento popolare, risale al 1882. La condizione per la quale il grido della critica nietzschiana può riecheggiare senza ostacoli nello spazio di quasi 150 anni di Storia è la loro singolare vacuità, il loro essere una protesi mancata di avvenire entro la quale pullula la marciscenza delle stesse idee, dello stesso clima, nonché di un’illusione di progresso la quale è corollario rafforzativo di queste stesse idee capaci di distruggere a priori ogni vera forma di progresso. L’occidente odierno non riesce in alcun modo a scardinare il tempo; esso lo soffre, lo patisce drammaticamente. Il nichilismo occidentale è letale e decisivo, onnicomprensivo e invalicabile; esso può essere tale proprio perché trova il suo sostrato temporale nell’involuzione dinamica che caratterizza la nostra fase storica: il nichilismo attuale è ristagnante. L’iperattualità del non superato Nietsche è la perfetta testimonianza di questo atroce ristagnamento del pensiero e dell’uomo.

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Prima edizione de La Nascita della Tragedia, opera d’esordio del filosofo

Dinnanzi a questa apocalittica implosione dei tempi, a questa cancellazione dell’oltre e dell’avvenire, a questa cronica e glaciale immobilità del presente, risuona la necessità di un questito formale e preliminare, di un pre-quesito che indirizzi e che incoraggi ogni altra domanda che voglia essere posta. Bisognerebbe, infatti, innanzitutto chiedersi: chi, oggi, vuole essere avvenire? Esiste, in questo presente che ha negato il futuro e l’orizzonte, qualcuno o qualcosa che vuole significare l’oltre? Giacchè proprio l’oltre dovrebbe rappresentare la priorità preliminare e strutturale della coscienza del nostro presente, la guida del pensiero nei tempi del tempo esausto. Nietzsche stesso, presentendo l’indebolimento dell’uomo e dei tempi, aveva impostato la sua filosofia su di una tensione, tutta umana ed immanente, verso l’oltre, sulla volontà che vuole se stessa e in tal modo procede nel vivere, sulla virtù zarathustriana che è «freccia anelante». Il pensiero europeo non può non essere risparmiato da accuse dinnanzi a questa mancanza di significazione dell’oltre. E, tuttavia, per una volta non si insisterà su queste accuse, che spesso vengono levate dalle pagine di questo giornale, e che ogni lettore che sappia guardare i tempi con occhio critico non potrà non riconoscere. Si preferirà, invece, denotare alcune eccezioni, dei paradigmi dell’atteggiamento inquisitorio preliminare di cui si è parlato, dell’esigenza di oltre che sorge dalla coscienza del ristagnamento dell’occidente nel nihil. Lungi dal voler esprimere un giudizio complessivo su questi pensatori e correnti di pensiero, se ne vorrà invece riconoscere ed apprezzare l’attitudine formale, l’orientamento verso quell’avvenire oscurato e dissimulato nella coltre dei tempi inerti.

Jean Paul Sartre e Albert Camus

Jean Paul Sartre e Albert Camus

Nel corso del Novecento, l’esistenzialismo sartriano (il quale fu senza dubbio eccessivamente politicizzato, legato indissolubilmente alle istanze contingenti dei suoi tempi – in una parola, paradossalmente gettato) ha rappresentato una delle iniziative più eminenti sotto questo aspetto, con la sua insistenza sulla libertà radicale dell’uomo, sulla sua essenza di essere che si pro-getta, ovvero si supera in continuazione, e sulla necessità di superare ogni apriorismo in campo etico, costruendo una morale secondo l’ispirazione dell’opera d’arte. Va notato, in particolare, che Sartre ha fortemente voluto, in risposta a certe accuse di misantropia, che il suo esistenzialismo fosse considerato un umanismo – e ciò, nell’epoca antiumanista per eccellenza, ovvero la nostra, nella quale l’uomo, invece di essere corda tesa tra la bestia e l’oltreuomo, sembra essere divenuto corda tesa tra la bestia e la bestia, non può non essere tenuto in gran conto.

In Italia, un tentativo strutturato di vivere pienamente la morte di Dio» è stato rappresentato dal movimento del cosiddetto «pensiero debole», giudato da Vattimo e Rovatti e confluito in una raccolta di testi di autori vari. Ma il paradigma più organico di una filosofia che tenti sistematicamente di rivolgersi all’oltre è probabilmente il ben noto pensiero di Emanuele Severino. Ciò che appare innegabile, infatti, è che nell’epoca della tendenza compulsiva alla «creazione» di falsi problemi e della sproporzione di attenzione assegnata a questioni inessenziali, veri e propri divertissement della cultura  involuta per eccellenza, Severino rappresenti davvero uno degli ultimi filosofi che vogliono fare i filosofi, che provano a parlare realmente di uomo e di senso, di esistenza e di essere, di divenire e di morte, affrontando tali argomenti in una costante e caparbia volontà di oltrepassamento di ciò che è stato.

Gianni Vattimo teorico del "pensiero debole".

Gianni Vattimo teorico del “pensiero debole”.

In un articolo di circa un anno fa, il polemista del Foglio Alfonso Bernardinelli criticava “l’iperfilosofo” Severino in quanto «nostro più tipico e puro iperfilosofo, specializzato nella pretesa di superare ogni altro filosofo dell’intera tradizione occidentale». Bisognerebbe invece iniziare a considerare che quel prefisso iper-, in quest’epoca che fa ridicola mostra di un progresso totalmente insufficiente in se stesso (il progresso tecnico, che Severino stesso, tra gli altri, critica), costituisca non una colpa bensì il senso originario del pensiero e dell’uomo, ovvero di un progredire inteso in un’accezione più autentica ed essenziale, e dimenticato dal presente. La filosofia di Severino è definibile come una risposta al nichilismo perché non cancella la domanda, partendo dai presupposti che Nietzsche, insieme a tutti coloro che vennero prima, ci hanno lasciato. Questa risposta può essere, ovviamente, discussa, ma una critica contenutistica non ne cancellerebbe in alcun modo l’orientamento. Secondo il pensatore bresciano, Nietzsche era già più avanti di Heidegger poiché aveva riconosciuto l’irreversibilità del processo di distruzione degli immutabili, evitando di riconsegnare la salvezza dell’uomo delle mani di un Dio – «solo un Dio ci può salvare» diceva infatti Heidegger: come non leggere in questa sentenza un’ennesima conferma – evidenziata dalla sua sottolineatura severiniana –  di questo ristagnamento dei nostri tempi?