di Filippo Luisani

«Le prediche progressiste hanno provocato una tale perversione che più nessuno crede di essere quel che è, ma quel che non è riuscito ad essere».
«Per essere protagonisti nel teatro della vita è sufficiente essere un perfetto attore, qualunque sia il ruolo interpretato. La vita non ha ruoli secondari, solo attori secondari».
N. Gómez Dávila, Escolios

Se si chiedesse a chiunque il significato del termine perfezione sarebbe decisamente lecito aspettarsi una risposta pressoché univoca, la quale lo farebbe coincidere con dei concetti ben precisi. Perfetto è ciò che si manifesta come privo di difetti, magari non destinato ad esaurirsi o perire; qualcuno potrebbe identificarlo con l’idea di Dio o di un essere sovrasensibile, o ancora con un modello ben definito e riconosciuto ampiamente: ad esempio il “perfetto uomo del XXI secolo”. È sorprendente constatare come questa caratterizzazione nasca da un lento e potente processo che ha portato a tale utilizzo della parola perfezione, e altrettanto spiazzante è apprendere come invece essa non abbia avuto originariamente questa accezione. Il termine greco corrispondente è τελειότης (teleiotes), il cui significato coincide principalmente con il concetto di completezza, adeguatezza al proprio fine. Perfetto perciò è quell’ente che è se stesso in modo maturo e compiuto, assolvendo al proprio scopo in maniera ottimale e trovando in questo la sua realizzazione – la quale non è da intendersi in senso puramente strumentale.

Veniamo a qualche banale esempio; un letto perfetto non è indistruttibile o infinitamente esteso, piuttosto si presenta come comodo e adeguatamente dimensionato per garantire la propria migliore funzionalità a chi lo utilizza. Allo stesso modo un tavolo, un’abitazione o qualsiasi altro oggetto troverà la sua perfezione nello svolgere eccellentemente il compito per il quale è impiegato.
Ci si potrà chiedere a questo punto dove stia la difficoltà, quale danno possa mai provocare un utilizzo improprio del termine in questione. In effetti non vi è apparentemente nessuna conseguenza, dato che normalmente si è consapevoli che l’essere-perfetto di un oggetto coincide appunto con il suo scopo. I problemi nascono purtroppo quando il concetto di perfezione viene erroneamente applicato all’essere umano e alle sue pratiche sociali. Più precisamente il suo utilizzo sbagliato porta all’elaborazione di modelli e ideali precisi da applicare all’uomo; perfetto diviene colui/colei che occupa un ruolo di potere nella società, che ha successo ed è in grado di crearsi e di mantenere immensi guadagni e fama mondiale, oppure chi ha un corpo scolpito ed invidiabile da poter esibire alle sfilate di moda o sulle copertine di quelle inflazionate riviste che troviamo dal parrucchiere.

Questa concezione commerciale di perfezione, oltre a generare un imponente conformismo, causa nelle persone due atteggiamenti principali: il desiderio di creare se stessi in base a dei modelli prestabiliti e il conseguente senso di inadeguatezza derivato dall’incapacità di essere come quei modelli. È infatti inevitabile che la maggior parte degli individui non riesca a raggiungerli: ma questo non succede perché vi sono persone costitutivamente più valide di altre! La consapevolezza che manca alla nostra epoca è comprendere che l’essere umano non deve auto-crearsi dal nulla, ma deve imparare a divenire se stesso. Essere radicalmente un essere umano non ha nulla a che fare con quanto descritto precedentemente, non significa raggiungere la gloria o l’immortalità, non significa sottomettere altri individui e nutrirsi della loro invidia; significa riconoscere il proprio ruolo nella realtà in cui si vive, ed essere ottimamente ciò che si è. Una società perfetta non è formata da persone che gareggiano per incarnare un modello, ma da persone che svolgono il compito che più si addice loro, riconoscendo l’importanza di tutti gli altri non per il ruolo che interpretano, ma per come lo interpretano. Uomo perfetto è colui che costruisce la sua vita dando valore a ciò che merita valore e imparando a pensare ciò che fa e fare ciò che pensa.