È quanto mai giusto dire che la filosofia non serve a niente, l’errore è di credere che con questo ogni giudizio sulla filosofia sia concluso. In realtà resta da fare una piccola aggiunta sotto forma di domanda: se cioè, posto che noi non possiamo farcene nulla, non sia piuttosto la filosofia che in ultima analisi è in grado di fare qualcosa di noi, se appena ci impegniamo in essa”.
M. Heidegger
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Dire “semplificazione” è ben diverso dal dire “semplicismo”. Qualunque attività di primaria ed elementare divulgazione essendo basata sull’equazione “ridotta complessità di forma sta a maggiore accessibilità di contenuto”, implica un processo di semplificazione che non è da deplorare, nella misura in cui essa contribuisce ad aprire l’accesso della conoscenza a nuovi iniziati. Al contrario, ciò che è realmente deleterio per la conoscenza è la riduzione semplicistica e banale, la sintesi assoluta di qualcosa che, nella sua interezza e complessità, è destinato a rimanere ignoto. Tagliando, scomponendo, smembrando, compattando, estraendo, il semplicismo domina, squartatore e tiranno, in primis sulla filosofia.
Se i grandi classici del pensiero nella loro forma integrale sono – pubblico limitato a parte – difficilmente piazzabili sul grande mercato pop, la filosofia per stare al passo coi tempi ha dovuto subire un processo di revisione che l’ha prima scomposta in fattori, poi ricompattata in comode unità vendibili sui banchi della grande diffusione commerciale. Ciò che ne risulta è di certo lontano dal materiale di partenza: modernizzata, la filosofia è ridotta a reificazione banalizzante delle sue dottrine, i cui frammenti si ravvedono in libretti dal titolo edificante in stile aforismario o manualetti in cui è ridotta a mera psicologia del quotidiano.

La filosofia delle domande, delle indagini, dei dubbi, quella dunque dell’attività gratuita del pensiero, del cogitare, non è fatta per l’uomo moderno, che non si concede tempo per autointerrogarsi, per dubitare, per addentrarsi nel mondo privo di risposte univoche della pura conoscenza. Non è fatto per la finezza socratica del so di non sapere, l’uomo moderno che si sa, è fragile e di fronte ad un orizzonte tremulo di certezze pretende concretezza. Ha bisogno di sentirsi ripetere cose del tipo “una nuova alba è vicina”,  “il dolore va sopportato con fierezza perché aiuta a crescere”, “il tempo scorre”, “tutto scorre”,carpe diem” perché “ogni lasciata è persa” e “oggi è già domani”. E i laceranti tormenti notturni dell’anima, le ferite del dolore, i dubbi sull’eterno? Macchè. La vita non si penetra nei suoi misteri, la si tollera con la retorica esclusivista della nuova esychia. Oggi la filosofia si colloca nel quotidiano solo se spogliata delle sue vesti auree e rivestita di quelle del massimalismo, della proverbialità, del qualunquismo, del praticismo. Per l’uomo che non è più desideroso di impegnarsi in essa, la filosofia non può nulla, ma anzi, diviene oggetto di abuso, privata delle sue strutture di pensiero, destinata ad un uso pratico, quotidiano, forzosamente “utile”, scollata dall’orizzonte puramente speculativo che la rendeva “inutile”.

Privata dei suoi punti interrogativi, è arbitrariamente rinnovata nelle sue forme e nelle sue finalità: in essa l’uomo vuole trovare risposte, consolazione, certezze.  Da strumento di conoscenza che era, oggi è declassata a gadget, tool, non citata nei suoi brani, ma smembrata in quotes da tatuaggio o da screensaver dell’Iphone.  Non si tratta di essere antiquati, bacchettoni o intransigenti. Tanto per esser chiari, un conto è il panta rei che, ammettiamolo, al ginnasio scrivevamo sullo zaino o (ahimè) sul banco di scuola. Questa “vandalica” ragazzata trova la sua assoluzione nell’essere legata all’entusiasmo partecipativo con cui si assiste alle prime spiegazioni di filosofia e dunque nel contenere, in potenza, il germe di una futura conoscenza. La morte della ratio filosofica è scaturita invece da iniziative non vandaliche, non intraprese da teens quanto da adulti, gente perbene, già edotta, che genialmente l’ha ridotta a brandelli e venduta in aforismari o privata della domanda e ridotta a una sorta di “libro delle risposte”. Non si può nemmeno parlare di eudemonologia, in quanto la nuova filosofia non è costituita da opere nate deliberatamente come eudemonologiche (per fare un esempio L’arte di essere felici di Schopenauer, pubblicata postuma tra l’altro sottoforma di aforismario) ma da opere striminzite derivate da archetipi più complessi. Deficienze sociali, affettive, comunicative? Niente paura. C’è Seneca con  L’arte di vivere, c’è Jules Evans con Filosofia per la vita, come Socrate può aiutarti a farti stare meglio, oppure Alain de Botton con Come Wittgenstein aiuta le persone a capirsi, Come Hegel ci fa capire le buone idee, Come Buddha insegna ad affrontare le sofferenze e chiudiamo qui la lista che poi, con questi titoli sempre uguali, diventa monotona.

Se da una parte opere antiche vengono rinnovate, attualizzate nella loro facies, ridotte ad antologie dal titolo promettente (la così rinominata Arte di vivere non è che un insieme di excerpta dei due volumi senecani di Epistulae ad Lucilium), che richiamano l’Ars medievale a modello, dall’altra i moderni (Evans, de Botton) propongono filosofi e pensatori come novelli educatori e motivatori del quotidiano. L’opera più famosa del citato de Botton  Le consolazioni della filosofia  richiama non a caso la Consolatio Philosophiae di Boezio volendo forse suggerire con questo eco, quale sia il modello a cui si è ispirato.
Boezio? Da una parte perché Boezio è l’autore che immagina che la personificazione femminile della Filosofia gli faccia visita nella cella ravennate in cui è rinchiuso e gli si proponga come consolazione e rimedio al presente male; dall’altra perché l’opera è scritta in modalità centonistica, costituita cioè da citazioni a memoria di autori di testi filosofici utili a scopo consolatorio.
Nonostante ogni sforzo però, nessun ponte può essere istituito tra antichi e moderni a queste condizioni e il richiamo a Boezio cade nel vuoto: l’opera di de Botton non è altro che un libretto in cui si illustra come insegnamenti di filosofi vari (Socrate, Epicuro, Seneca, Montaigne, Schopenhauer, Nietzsche) possano essere utili a risolvere disagi quotidiani (problemi sul lavoro, preoccupazioni familiari, impopolarità, fallimenti amorosi).

Altro che rimedio per l’anima, piuttosto un prontuario. Traslando in modo arbitrario l’immagine proposta da Boezio, non è inverosimile immaginare una Filosofia che oggi, nelle sue forme più luminose e veritiere, essendo percepita come retorica, pleonastica, fasulla, è cacciata rozzamente, considerata inattuale nella sua non-praticità e non immediatezza d’utilizzo, con le sue complessità, le sue ombre, i suoi interrogativi.