di Valentina Gaspardo

Quando i diversi imputati, nelle vicende narrate da Manzoni ne La storia della Colonna Infame, si succedono davanti alle autorità giudiziarie, sono tutti legati dal terrore di chi, accusato inaspettatamente e ingiustamente, vede scivolare via via dalle mani la possibilità di mostrarsi innocente.
Fu a causa delle suggestioni di una donna che tutto cominciò, la quale immaginò negli ingenui gesti di un passante, in una mattina del 1630, quelli di un criminale temutissimo in epoca di pestilenza: l’untore. L’uomo, Giangiacomo Mora, mentre passeggiava per la via in cui la donna abitava, non fece altro che pulirsi le mani sul muro di una casa, e, a causa della pioggia, camminare lungo tutti gli altri, al riparo, per non bagnarsi. Tanto bastò perché la superstizione permettesse di portare avanti un processo dai presupposti infondati, e infine di condannare in nome – ma solo in nome – della giustizia, a pubblici supplizi, degli innocenti.

Il Mora, sopportando a più riprese la tortura, dichiarò coraggiosamente la sua innocenza; fino a quando intravide, nelle minacce dei giudici (le stesse rivolte poi agli altri), la possibilità di trarsi fuori d’impaccio: se non avesse confessato, la pena sarebbe stata la morte; in caso di confessione, l’impunità garantita. In nessun caso avrebbero prestato fede alle parole con cui si scagionava, ma lo avrebbero fatto, se la sua stessa voce si fosse impegnata a definire complici e moventi del reato. Così fece, e, nella speranza di poter un giorno tornare alle sue occupazioni, coinvolse persone che conosceva a malapena, e si inventò le ragioni che avevano mosso lui e i complici al terribile gesto; e da questa trama iniziale, le cui fila furono più volte ridefinite a piacimento dagli sfortunati – ormai irrimediabilmente coinvolti -, non si uscì più.
Ma il fatto che non fosse mai chiara – i dettagli inspiegabili, e le dichiarazioni diverse per quanto si sforzassero di essere compatibili -, significava solo una cosa a parer dei giudici: confessioni parziali, quindi l’impunità non poteva più essere accordata. Caduto quell’arbitrario patto, si passò alle condanne.
I giudici non intravvedevano che una storia falsa non sarebbe quadrata mai, che i racconti non potevano che risultare un nido di contraddizioni, dal momento che “il mantello dell’iniquità è corto; e non si può tirarlo per ricoprire una parte, senza scoprirne un’altra”; non capivano che le promesse d’impunità in caso di confessione, più che spronare al vero, sarebbero apparse come l’unica via di fuga da quell’incubo e dagli strazi morali e fisici a cui gli innocenti erano sottoposti, e che solamente per salvarsi questi avrebbero poi raccontato qualunque cosa fosse andata a genio alla commissione. Il suggello di questa storia agghiacciante, dopo le ingiuste morti, fu la colonna eretta a memoria di quel caso, a detta loro riuscito con la salvezza del popolo milanese.

Un solo uomo si distinse tra quelli e da quelli che avevano a cuore la pelle più d’ogni altra cosa. Uno dei molti chiamati in causa, un ragazzo, un certo Gaspare Migliavacca, che per sua sfortuna era stato nominato complice del reato. Solo un’altra vittima concittadina, un altro disperato appiglio. Questi fu, al pari degli altri, torturato, e gli fu intimato, come ormai da prassi in tutta la vicenda, di confessare ciò che sarebbe stato opportuno; insomma, inventarsi qualcosa e pregare di uscirne. Inamovibile, non volle fare un gesto che avrebbe “condannato l’anima” sua. Avrebbe preferito patire “tre o quattro hore de tormenti, che andar nell’inferno a patir eternamente”.
Non in nome dell’al di là, ma in nome della sua coscienza (la quale d’altronde informa la misura del suo “al di là”), e cioè di quei valori che avrebbe per sempre ritrattato in un sol patto con la presunta impunità. Se avesse voluto sopravvivere, avrebbe potuto tentare, visto che in quel vortice di menzogna qualcuno ne uscì vivo. Egli non era colpevole, perché subire ingiustamente?

Per questo semplice fatto, che la situazione era tale che la scelta si presentava solo in questi termini: o tentare di sopravvivere, e per farlo farsi colpevole accusando altri e se stesso; oppure dire la verità, salvare altri e quindi sé, e morire a supplizio. L’unico vero modo per salvarsi, per salvare la sua coscienza, era accettare l’ingiustizia e morire, perché divenire complice della sceneggiata significava essere realmente colpevole. Ma la sua vita valeva davvero la sua onestà, tanto che, una volta perduta questa, non si sarebbe più riconosciuto in essa e il suo sopravvivere non avrebbe più avuto alcun senso. Se avesse coinvolto altri innocenti a subire quella barbarie mascherata da processo, sarebbe stato a sua volta un ingiusto.

Il patto era insomma impossibile, e l’unica opzione passibile d’esser accolta era quella per cui – con invidiabile coraggio – si pronunciò. Fermo nei suoi principi, infatti, morì “meglio che da uom forte”, egli morì da “martire”; e a differenza degli altri che suscitarono indubbia compassione, nota bene Manzoni, questi ispirò non altro che commossa ammirazione.
Tra le trame di questa storia infame, come in ogni tempo e luogo, risplende invitta la virtù. Tra le più buie prospettive, quando la speranza vorrebbe svanire, emergono sempre uomini della stoffa di tale Gaspare. L’auspicio più sincero è di poter avere noi tutti ogni giorno, nel più piccolo dei gesti, e qualora si imponesse un’occasione di simile gravità, un destino all’altezza dell’animo di quel giovane sconosciuto.