di Matteo Mollisi

Filosofo, antropologo, critico letterario, teorico della religione e del sacro, esegeta della Bibbia e fervente cattolico. O meglio, provando a mettere ordine: innanzitutto critico letterario e professore di letteratura, con uno sguardo privilegiato verso i grandi romanzieri; da qui, ideatore della celebre teoria del desiderio mimetico; quindi, per mezzo di essa, antropologo razionale della religione. In itinere, un’adesione sempre più stretta al cattolicesimo. Questa la summa delle tappe del pensiero di René Girard, uno dei pensatori contemporanei più discussi, scomparso lo scorso 4 novembre.

È dalla lettura attenta e da un’interpretazione originale dei romanzi di Dostoevskij, Flaubert e Proust che Girard, professore di letteratura francese negli Stati Uniti già dagli anni ‘50, giunge a riconoscere e a isolare alcune dinamiche che reputerà antropologicamente essenziali, e sulle quali edificherà le sue successive teorie sulle religioni, sulle mitologie, sul sacro. Girard individua nell’uomo una componente di aggressività superiore rispetto agli altri animali, un elevato livello di competitività, esplicato attraverso la violenza, potenzialmente in grado di spingere il genere umano all’estinzione. Fin qui niente di nuovo, il solito bellum omnium contra omnes. Ma l’intuizione decisiva di Girard sta nella trasposizione di questa dinamica in un’ottica darwinista: ad emergere dalla struggle for survival sono le comunità umane che si sono rivelate capaci di moderare il conflitto e la violenza attraverso certe qualità, prevalse nel grande filtro della selezione naturale. Queste qualità sono, in prima istanza, il linguaggio, ed in seguito la tendenza da parte della comunità a proiettare la violenza fuori di sé, a oggettivarla, ad assolutizzarla: la capacità di creare una religione.

Girard individua alcuni tratti comuni tra le varie forme di religione, specialmente quelle arcaiche, ricostruendo in questo modo una sorta di iter del sacro. Innanzitutto, la violenza si sfoga su un elemento arbitrariamente riconosciuto come debole da parte della comunità: il cosiddetto capro espiatorio. Il sacrificio del capro apre la strada alla mitologizzazione di questo rito, ricorrente nelle varie culture e rintracciabile nei momenti di aggregazione delle comunità, nei quali esse tendono, ogni volta, ad esorcizzare nuovamente la violenza. Da qui emerge l’importanza antropologica che Girard attribuisce ai sistemi religiosi e mitologici: la religione è stata salvezza per l’uomo, salvezza dalla violenza con la quale si sarebbe autodistrutto. Essa regola ciclicamente lo sfogo della violenza da parte della comunità, attraverso i riti. Da qui, forse, nonostante si stia parlando di una teoria laica, molto feuerbachiana, della religione, si arrivano a comprendere le ragioni dell’avvicinamento, sia intellettuale che spirituale, di Girard al cattolicesimo, sul quale concentra, dalla fine degli anni ’80, la propria riflessione.

Ma la teoria fondamentale del pensiero di René Girard, quella che gli permette di strutturare su di essa ogni altra riflessione sull’uomo e sulla sua storia, è certamente quella del desiderio mimetico. Si è parlato prima di una potenzialità conflittuale determinata dal carattere estremamente aggressivo dell’uomo (la cosiddetta violenza intraspecifica), tralasciandone momentaneamente le cause. All’origine del conflitto c’è chiaramente il desiderio, ma questo lo diceva già Platone. L’originalità di Girard sta nell’attribuire alla volontà umana un carattere mimetico: il desiderio è imitazione, ovvero non è direttamente rivolto ad un oggetto, ma è mediato da colui che lo possiede, da colui che il desiderante vorrebbe essere. Un individuo non desidera possedere un oggetto, ma imitarne il possedente. Ecco delineato il celebre triangolo girardiano del desiderio: non più una semplice relazione soggetto desiderante-oggetto desiderato, ma un triplice rapporto soggetto desiderante-modello (o mediatore)-oggetto, dove ciò che è desiderato non è tanto l’oggetto in sé, quanto l’essere colui che lo possiede, l’essere del mediatore. Ecco perché si parla di desiderio d’essere, rivolto ad un altro individuo. Ecco il carattere di falsità del desiderio mediato, falsità che i grandi romanzieri hanno saputo ritrarre e smascherare. Ecco l’intuizione fondamentale di Girard, e la cifra ultima del suo pensiero: il tentativo di spiegare attraverso la mimesi il funzionamento del volere umano. Ecco perché Girard è stato, in definitiva, prima ancora che un teorico del sacro e un antropologo della religione, un importante fisiologo della volontà. Leopardi tentò di spiegare il desiderio attraverso la superiorità del piano dell’immaginazione su quello della realtà, superiorità data dall’assenza della percezione dei limiti del reale nella sfera immaginativa; Nietzsche invece, memore di Schopenhauer, concepì una volontà potente e inestinguibile, che altro non vuole se non se stessa; Girard sposta l’attenzione dalla dimensione individuale a quella sociale, evidenziando l’importanza di un fattore nelle dinamiche volitive troppo spesso sottovalutato, importanza che alcune recenti scoperte scientifiche, prima fra tutte quella dei neuroni specchio, hanno contribuito a rimarcare.