di Matteo Mollisi

Il pensiero di Emanuele Severino, come è ben noto, poggia sulla grande prosopopea di Parmenide: gran parte della riflessione severiniana si configura come una massiccia (e controversa) rivalutazione dei dogmi ontologici dell’eleate, incompreso e sconfessato profeta dell’essere; prendendo le mosse dalla contraddizione che si pone alla base del divenire (l’essere non diviene, poiché il divenire comporta il non essere, ovvero il venire e tornare nel nulla), la celebre dimostrazione severiniana dell’eternità di tutti gli enti vuole contrapporsi alla storica fede prestata dall’umanità, fin dai tempi dei greci, al divenire, fede che ha portato la storia dell’uomo e della filosofia ad essere necessariamente storia del nichilismo, e ad innalzare i cosiddetti Immutabili o Eterni (Dio in primis) ai quali aggrapparsi per tentare di sfuggire all’angoscia dettata dal carattere effimero e transeunte che l’uomo attribuisce agli enti.

Il tema del divenire che interviene drammaticamente a togliere senso all’esistenza umana è vecchio almeno quanto la cultura occidentale (Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini…), ma solo una radicalizzazione estrema può essere feconda di valide risposte, una verissima pazzia alla quale non tutti approdano. La pazzia in questione può essere certamente quella nietzschiana, ma Severino intravvede già nel pensiero di Giacomo Leopardi certi tratti di questa folle lucidità che caratterizzerà il pensiero di Nietzsche e da esso gran parte della filosofia occidentale contemporanea. Ne Il nulla e la poesia, Severino ravvisa in Leopardi un’anticipazione della demolizione degli Immutabili: il pessimismo leopardiano prende le mosse dalla piena consapevolezza del mutare implacabile del cosmo (la natura ognor verde), intesa con sguardo eracliteo come pyr aeizoòn, fuoco eternamente vivo, che si rinnova in continuazione, indifferente ad un uomo effimero e alle sue pretese di antropocentrismo.
Il Dio della Gaia Scienza in Leopardi è già morto da tempo, e nel suo fiero materialismo il poeta di Recanati punta sì l’indice contro la materia, platonicamente, in quanto espressione del corrompersi eterno della physis, ma senza ipostatizzare lo spirito, e il suo pessimismo radicale non si piega nemmeno dinnanzi al rinnovato ottimismo del secol superbo e sciocco, quello della tecnica e del progresso: non vi è niente che possa impedire all’uomo, nel pieno della sua consapevolezza, di rivolgere il proprio pensiero al nudo silenzio e alla quiete altissima che caratterizzano il nulla.

Ma nel nichilismo più estremo, necessario esito del pensare umano, del massimo esercizio della propria peculiarità da parte della materia consapevole, ecco che acquista valore la poesia, e quindi l’immaginazione e più in generale la cosiddetta “opera di genio”, non in quanto salvezza dal nulla, ma, come scrive Severino, come ultimo galleggiare dell’essere prima di affondare nel nulla. Proprio come la ginestra, che sparge il suo profumo consolatorio nel deserto, il genio esplica la propria consolazione esistenziale nella finzione immaginativa. È qui che, secondo Severino, Nietzsche divergerà da Leopardi: in una coerente distruzione leopardiana degli Immutabili, infatti, rientrerebbe anche l’eterna volontà nietzschiana, il superomistico sollevarsi al di sopra dell’esistenza individuale, che sfocia in un “piacere dell’annientamento”. Ma nel “genio”, a cui si rivolge il pensiero di Leopardi, non ci può essere “piacere dell’annientamento”, ma piacere per la potenza con cui egli vede ed esprime, nella propria “opera”, la nullità delle cose e il dolore e l’angoscia per l’annientamento; la riflessione filosofica di Leopardi si ricollega quindi alla sua poetica, con estrema coerenza. L’esegesi leopardiana di Severino, nel momento in cui il pensiero del filosofo bresciano sembra oscillare verso inquietanti visioni salvifiche (si veda a tal proposito il più recente “Il mio ricordo degli eterni”), assume indubbiamente i contorni più lucidi e allo stesso tempo originali di una salvezza data esclusivamente dalla piena consapevolezza razionale della condizione umana e dalla capacità, o addirittura dall’arte, di sopportarne il peso.