Paolo di Tarso è stato indubbiamente una delle personalità più rivoluzionarie dell’intera storia mondiale. Rivoluzionaria, innanzitutto, è stata la sua vita. Nato all’alba del primo millennio, da famiglia farisea di cittadinanza romana, inizialmente perseguitò le prime comunità cristiane. Nel 33, sulla via che da Gerusalemme portava a Damasco, arrivò la conversione, dovuta ad un’improvvisa rivelazione divina, a cui seguirono numerosi “viaggi missionari” (Arabia, Grecia, Asia Minore). L’obiettivo di queste missioni risiedeva nella diffusione del Cristianesimo, inizialmente tra i giudei (bisogna ricordare come le prime comunità cristiane fossero in verità giudaico-cristiane), ma poi sempre più tra i pagani. Paolo divenne così l’”Apostolo dei Gentili”, contrapposto all’Apostolo Pietro, con il quale si scontrò durante il cosiddetto incidente di Antiochia, sulla possibilità o meno di fare cene rituali in presenza di non ebrei. Di fatto, i sostenitori di Pietro non credevano nella possibilità di conversione da parte dei pagani, senza la completa osservanza della legge religiosa giudaica (centrale era il tema della circoncisione), cosa che per Paolo invece andava accettata. Sarà proprio la tesi paolina a prevalere nel corso del tempo, ma non senza sacrifici: arrestato a Gerusalemme per aver introdotto nel tempio un non ebreo, condotto a Roma e assolto inizialmente da Nerone, fu vittima della sua persecuzione (la prima ufficialmente anticristiana della storia) nel 64.

Tantissimo è stato detto e scritto su Paolo. Negli ultimi anni spicca l’interpretazione del filosofo francese Alain Badiou (San Paolo e la fondazione dell’universalismo), un personaggio a dir poco stravagante, capace di conciliare in se stesso, una spiccata tendenza politica maoista, con la passione per la teoria matematica degli insiemi. Per lui, Paolo non è né un apostolo né tantomeno un santo, ma una figura soggettiva di grande importanza, un militante di un’idea. Proprio questo aspetto, lo ha portato a costituire comunità attive in varie parti del mondo, alle quali ha indirizzato le proprie lettere, dando loro modo di prosperare. Un breve inciso: le lettere paoline sono i più antichi documenti cristiani scritti, anteriori persino ai Vangeli. Comunque, il suo messaggio si è dovuto scontrare con due principali correnti: la prima, lo si è visto, rappresentata dal rigorismo giudaico, fondato sui concetti di legge e di elezione; la seconda, di matrice greca, pagana e filosofica. C’è un passo negli Atti degli Apostoli (17, 16-34), molto significativo in questo senso. Arrivato ad Atene e dopo aver annunciato il Dio cristiano, Paolo viene invitato dai filosofi ellenisti a discuterne nell’areopago della città. Durante il confronto, emergono degli elementi prettamente anti-filosofici dalle motivazioni paoline, tese a tacciare le raffigurazioni pagane di idolatria, sostenendo che l’immagine, in quanto artefatto umano, non deve corrispondere alla perfezione, che è propria solamente del divino e per questo non riproducibile nella sua integrità. Poi, parlando di Dio, continua: «Egli ha già deciso il giorno in cui giudicherà la terra con giustizia mediante un Uomo che Egli ha designato, dandone sicura prova a tutti col risuscitarlo dai morti». Proprio il riferimento alla risurrezione (considerata da Badiou l’unico dogma cristiano per Paolo) pone fine alla discussione: alcuni filosofi scherniscono l’Apostolo, ridendo al suo riferimento, altri decidono di seguirlo, abbandonando la sophia e abbracciando la pistis, la fede, tanto screditata da Platone.

Di fatto, la saggezza cristiana risiede nella follia, incarnata da Cristo sulla Croce, fautrice di un ribaltamento radicale, che si ritrova spesso nei testi paolini: «Dio non ha forse reso insensata la sapienza del mondo? […] I giudei chiedono segni e i greci cercano sapienza. Noi invece proclamiamo Cristo crocifisso, per i giudei pietra d’inciampo e per i gentili insensatezza, ma per i chiamati, giudei e greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché l’insensatezza di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini» (Prima lettera ai Corinzi, 1, 17). È proprio il rifiuto della filosofia greca e della legge giudaica a permettere a Paolo di fondare un nuovo universalismo, differente da quello classico, perché estendibile a tutta l’umanità e incentrato unicamente sulla sconsiderata fede in Dio. Al di là delle derisioni pagane e delle condanne giudaiche, la storia ha dato ragione all’Apostolo.