di Antonio Lombardi

Lo scorso 22 aprile si è tenuto a Bogotà un convegno internazionale organizzato dall’Università delle Ande dedicato al filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila, di cui noi del gruppo di ricerca animAMundi ci occupiamo ormai da anni, nel tentativo di divulgare la grandezza del suo pensiero e di renderne manifesta l’urgenza, provando a scrostarlo dai luoghi comuni che una critica disattenta e tendenziosa ha generato sul suo conto (uno fra tutti, quello che lo vorrebbe un pensiero regressista e bigotto, quando si tratta esattamente del contrario). Tra pochi giorni, faremo uscire per i tipi del Circolo Proudhon (tra le poche case editrici italiane interessatesi sinceramente al filosofo colombiano) la traduzione integrale, in due volumi, della sua prima opera, Notas, straordinaria testimonianza della sapienza ancora largamente ignorata di questa vera e propria perla del Sudamerica, capace di confrontarsi con la ricchezza dello scibile umano allo stesso modo in cui erano capaci di fare quei grandi geni universali che dal diciannovesimo secolo in poi sono diventati sempre più rari, come Spinoza, Leibniz e Hegel. Al convegno di Bogotà eravamo presenti, tra i vari esperti di tutto il mondo, per raccontare la fino a noi malaugurata sorte degli studi gomezdaviliani in Italia. Qui di seguito la relazione portata al convegno.

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È singolare che nella sua prima opera, Notas (1954), Nicolàs Gómez Dávila esordisca con la seguente considerazione riguardante la “fragilità” delle idee, consistente guarda caso nella precarietà della loro trasmissibilità: «Poche cose muoiono con la rapidità delle idee e pochi cadaveri ispirano una simile indifferenza» (Gómez Dávila, 2003: 43). Purtroppo, come egli ci ricorda poco più tardi, «le idee stancano» (Gómez Dávila, 2001: 43) e il più delle volte, se non se ne si vede la immediata spendibilità pratica, si smaterializzano l’istante successivo a quello in cui vi ci siamo improvvisamente imbattuti. Sembra quasi che Don Nicolás avesse percepito il rischio cui andavano incontro le luccicanti tessere del suo maestoso mosaico nel momento esatto in cui si accingeva a sistemarle una ad una per dargli vita, pronosticandone l’assai probabile oblio: «Non è un’opera ciò che desidero lasciare. Le uniche che mi interessano si situano a una distanza infinita dalle mie mani. Soltanto un piccolo volume che, di tanto in tanto, qualcuno apra. Un’ombra tenue che seduca pochi.» (Gómez Dávila, 2003: 467).

Tuttavia, per quanto “stancanti”, le idee salvano – e si rivelano cruciali nei momenti in cui l’essere umano rischia di svilire se stesso, annientando la sua stessa umanità (del resto, tutto il complesso dell’opera di Gómez Dávila è un monito che esorta ad acquisire questa consapevolezza); e fortunatamente esiste una “categoria” di spiriti, quella degli umanisti, il cui compito è esattamente quello di conservarle, le idee, facendo sì che non muoiano, ma in un senso forse diverso da come tale impresa sempre più viene intesa nelle università e nei luoghi predisposti alla ricerca: «Il compito dell’umanista è quello di ringiovanire le idee marcite. La sua lettura paziente penetra fino all’indurito cuore dell’idea » (Gómez Dávila, 2003: 43).

Quella che nel gergo specialistico delle scienze filologiche viene comunemente chiamata ricezione è dunque, anzitutto, una questione di sensibilità: nel marasma verbale in cui oggi qualsiasi persona con qualche velleità intellettuale si trova immersa, vero umanista è colui che riesce, grazie ad un fiuto allenato a suon di teoresi, a intercettare nei testi le idee che meritano, per la loro potenziale rilevanza, di essere studiate e diffuse. Quelle di Gómez Dávila, e quindi le sue opere, rientrano sicuramente nel novero di queste idee meritevoli, come abbiamo ampiamente mostrato altrove (Lombardi, Zuppa, 2015). Sia questo il breve racconto di come hanno iniziato ad insinuarsi nel paese che ci ha dato i natali, arrivando fino a noi in un clima di quasi totale disinteresse.

I tedeschi, com’è noto, sono stati i primi: le prime traduzioni in tedesco risalgono alla fine degli anni Ottanta. Il che è importante, perché è durante il suo soggiorno in Germania negli anni Novanta, dove ha insegnato alla Universität Witten/Herdecke e scritto per la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’autentico umanista Franco Volpi si imbatte per caso nelle opere gomezdaviliane, dalle quali, come testimonia il suo impegno successivo, rimane stregato. Talmente stregato che deciderà, con l’aiuto di Lucio Sessa, di curare per Adelphi una traduzione in due volumetti del primo tomo degli Escolios a un texto implícito, filologicamente un po’ imprecisa (l’ordine degli scolii talvolta non corrisponde e non pare nemmeno che compaiano tutti). In Italia, prima di allora, solo Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, si era dedicato a Gómez Dávila, scrivendo qualche articolo sul suo conto su riviste di area cattolica e traducendo nel 1999 El reaccionario auténtico per la rivista «Cristianità». Ci sono ignote le modalità in cui Cantoni è venuto in contatto con il filosofo colombiano.

Mentre è alle prese con questo lavoro, Volpi tiene a Padova, negli anni accademici 1999/2000 e 2000/2001 un corso sullo Zarathustra di Nietzsche e un corso su Heidegger, in cui cita copiosamente gli aforismi del pensatore colombiano, di cui si sta occupando. A queste lezioni assiste l’allora studente Gabriele Zuppa, che rimane profondamente colpito dalla potenza veritativa della gnomica gomezdaviliana: una prima testimonianza di tale interesse è costituita dal suo primo saggio filosofico, Esprimersi ed essere (2008), in origine la sua tesi di laurea (il cui relatore è stato proprio Volpi), ampiamente costellato di riferimenti testuali e teorici al solitario de Dios. Alle due traduzioni curate da Volpi, uscite rispettivamente nel 2000 e nel 2001 con i titoli In margine a un testo implicito e Tra poche parole, si interessa tra gli altri Emanuele Severino, il più importante filosofo italiano, dedicando a Gómez Dávila un articolo sul Corriere della Sera, primo quotidiano nazionale.

Dopo la tragica scomparsa di Volpi, avvenuta nel 2008, quello che inizialmente sembrò essere un caso editoriale destinato ad avere sempre maggior risonanza si spegne; e tanto la Adelphi quanto i collaboratori di Volpi rinunciano a proseguire il lavoro di traduzione e diffusione delle opere gomezdaviliane, nonostante Zuppa si fosse rivolto a loro nel tentativo di poter riprendere il percorso bruscamente interrottosi a causa della dipartita del primo grande gomezdaviliano italiano. Di fatto, con l’eccezione di qualche caso sparuto ed estemporaneo, è solo lui a continuare a studiarlo sistematicamente ed appassionatamente, nella speranza di portare alla ribalta un pensiero così urgentemente necessario all’Occidente sconvolto dalla crisi relativistica.

Nel 2010 conosco Gabriele Zuppa proprio grazie alla “intercessione” di Gómez Dávila, come ho raccontato in altro luogo (Lombardi, Zuppa, 2015: 9-14). La passione comune per il suo pensiero e l’amicizia nata da quell’incontro ci hanno portato, assieme al Gruppo di Ricerca AnimAMundi fondato dallo stesso Zuppa, a realizzare nel giro di pochi anni alcuni importanti risultati che hanno segnato la ripresa definitiva degli studi gomezdaviliani in Italia: 1) la traduzione in italiano e la pubblicazione, nel 2013, del quinto dei Textos; 2) l’organizzazione, nello stesso anno, del primo convegno internazionale dedicato al pensatore colombiano, Nicolás Gómez Dávila e la crisi dell’Occidente, tenutosi all’Università di Trento in occasione del centenario della sua nascita, i cui atti sono stati pubblicati nel 2014; 3) la pubblicazione, nel 2015, della prima monografia italiana interamente dedicata alla figura del filosofo, intitolata Nicolás Gómez Dávila e la modernità; 4) la traduzione integrale, a cura di Loris Pasinato, ed in collaborazione con Valentina Gaspardo e Francesco Pietrobelli di Notas, di imminente pubblicazione.
Innumerevoli altri passi attendono di essere compiuti. Ma per il momento quelli che si situano alle nostre spalle non fanno che confermare quanto perspicacemente Gómez Dávila osservava tanti anni fa: «Le nostre decisioni efficaci non sono le decisioni meditate delle ore solenni, dei momenti in cui, attenti e preparati, compiamo i gesti spettacolari dello scegliere e del rifiutare. Le decisioni che governano la nostra vita sono le opzioni timide e silenziose delle ore quotidiane. I momenti gravidi del nostro futuro  Le decisioni che governano la nostra vita sono le timide e silenziose preferenze delle ore quotidiane. I momenti gravidi del nostro futuro scivolano taciturni nel mezzo del frastuono della sagra. L’angolo che giriamo, l’amico il cui invito accettiamo, la curiosità che accantoniamo, il lieve gesto di orgoglio o vanità a cui cediamo, tutta la banale routine della nostra esistenza, sono gli espedienti del nostro destino. Lì nascono gli infimi princìpi dalle più vaste conseguenze. La necessità è il volto della nostra ignoranza e della miseria intellettuale nella quale ci compiacciamo.» (Gómez Dávila, 2003: 172).