Nietzsche viene spesso definito un pensatore “asistematico”, ma questo è vero solo a metà. Nelle sue pagine non troveremo un ordine tradizionale, rigido, monolitico, ma il suo pensiero ha un’intima coerenza per tutto il suo sviluppo. Fin dalle sue produzioni giovanili vengono tratteggiate le linee che lo accompagneranno fino allo Zarathustra e alle opere successive. Uno scritto spesso dimenticato nello studio nietzscheano è Su verità e menzogna in senso extramorale, dettato a un amico, a causa di problemi di salute, nel 1873. L’opera forse rientrava in un progetto più ampio, ma Nietzsche si riferirà ad essa come un promemoria per sé, in cui sono contenuti degli spunti irrinunciabili. Questo testo molto breve, in effetti, si presta ad essere riletto continuamente, ad essere ripetuto per non cadere nelle illusioni della vita di tutti i giorni. Il contenuto è sicuramente filosofico, ma ha una rilevanza non trascurabile anche sul piano esistenziale.

L’intelletto nel suo operare compie delle operazioni di irrigidimento, di de-finizione e di costruzione di concetti assolutamente arbitrari. Il concettualizzare la realtà costringe ciò che è necessariamente differente ed eterogeneo a diventare unico ed omogeneo. De-finire qualcosa significa limitare arbitrariamente la realtà intesa come divenire, come X inattingibile nel quale noi troviamo arbitrariamente dei confini. Nella nostra esperienza possiamo avere impressioni istantanee, che poi inseriamo in un quadro valoriale arbitrariamente costruito e diciamo: quell’uomo è onesto a causa dell’onestà, quando, in realtà, giudichiamo una singola azione inserendola in uno schema che siamo venuti costruendo che fa capo al valore onestà. Questo valore è costruito spogliando dalla particolarità le varie azioni percepite e via via giudicate come oneste. In sintesi: sono le pratiche materiali che fanno nascere i valori (i più maliziosi potrebbero sentire qualche eco marxiana, non risultante dalle letture del giovane Nietzsche). Lo stesso percepire azioni è una prospettiva umana, troppo umana: il rapporto fra l’impulso nervoso ricevuto dai sensi e l’immagine è arbitrario, implica già una costruzione. Non possiamo fare affidamento nemmeno su rapporto sensi-oggetto percepito, in quest’ottica il secondo nemmeno esiste e la traduzione fra i due piani è, secondo Nietzsche, costitutivamente inadeguata. I nostri sensi sono troppo grossolani per percepire il divenire, operano in modo arbitrario e questo è inevitabile. Diretto corollario di tutto ciò è l’assoluta convenzionalità della conoscenza e del linguaggio. Ogni creatura crede di essere il metro della conoscenza, l’uomo non fa eccezione, ma questa è menzogna. Le metafore che l’uomo crea, le associazioni fra stimoli nervosi, immagini, concetti e parole, sono, lo ripetiamo ancora una volta, arbitrari. La via d’uscita, secondo il filosofo, è il gioco con le immagini e i concetti senza che questi si pretendano veri, gioco identificato nell’arte. Un’accettazione del carattere convenzionale di tutto il prodotto umano che ha come fine la vita e la gioia.

L’esito della riflessione di Nietzsche qui riassunta presenta ancora quei tratti di arbitrarietà che caratterizzano il suo pensiero giovanile. In forma “debole”, ma qui si sta ancora parlando, in qualche modo, di metafisica d’artista. Con il maturare del suo pensiero questo orizzonte si trasformerà in quello della possibilità (la cosiddetta volontà di potenza), nel quale l’arte sarà una forma, ma non la privilegiata, di “gioco”. Che cosa può dirci, oggi, questo mondo dipinto dal filosofo? Può smascherare tutte le menzogne che ci vengono servite come verità assolute. In una simile ottica si possono accettare tutte le convenzioni entro le quali viviamo, ma si possono anche rifiutare o criticare, una volta riconosciuta la loro arbitrarietà. Tutte le “grandi parole” che ci servono non sono altro che menzogne e hanno un valore puramente relativo. Consumo, successo, identità, prestigio hanno tutti un significato contingente. E nella vita di ognuno? Tutte le nostre idiosincrasie, tutti i valori che vorremmo imporre agli altri, tutti i problemi che non riusciamo a risolvere perdono parte della loro consistenza e incondizionatezza. Non occorre e non bisogna far diventare questo smascheramento un feticcio, un nuovo idolo, “anche questa è un’interpretazione”, direbbe Nietzsche. L’esito di tale riflessione non è certo un nichilismo passivo, ma è una sana consapevolezza che può curare tutto il nostro prenderci troppo sul serio.