Quello di relativismo culturale è un concetto filosofico-culturale ed anche antropologico che trova la sua comparsa già in epoca molto antica. Già i sofisti, ed in particolare Gorgia e Protagora, con la loro totale negazione dell’esistenza ontologica di verità certe ed in senso universale, fecero dell’ idea relativista il fulcro del loro pensiero. Il relativismo è, infatti,  quella posizione di pensiero,  opposta all’universalismo che fa della verità un qualcosa di meramente arbitrario , convenzionale e, soprattutto, continente. È una corrente di pensiero molto poco spiritualista , in quanto è proprio in ragione al fatto che gli eventi e la storia non siano altro che il prodotto di concatenazioni materiali e frutto del caso materiale che non può esistere una ragione universale (a perno della storia) che guidi gli eventi. Le teorie relativiste , tuttavia, sono molteplici e racchiuderle in questa definizione sarebbe un’operazione riduttivista. In particolare la forma di relativismo maggiormente nota è quella del relativismo culturale (posizione di pensiero portata avanti, soprattutto, da uno tra i più grandi studiosi di civiltà e società umane del Novecento, Claude Lèvi- Strauss).

Lèvi – Strauss fornì  notevolissimi contributi allo sviluppo degli studi in campo antropologico e sociale sulle civiltà umane (in particolare su quelle primitive) e, ponendosi sulla linea dello strutturalismo, alla concezione delle culture umane come del prodotto di determinate strutture di potere in grado di determinare le tradizioni,  gli usi e costumi, le concezioni religiose ed i comportamenti abituali dei singoli popoli.  Nel  corso del Novecento, il concetto di relativismo culturale,  ha assunto una progressiva e sempre più decisiva attenzione. Il Novecento, infatti  , se vogliamo, può essere per molti versi considerato il secolo del relativismo. Tutti quelli che erano stati i dogmi, i perni, le strutture portanti della società liberal-borghesi (e di tutta l’impalcatura culturale del positivismo), a partire dal secolo breve in poi,  iniziano inesorabilmente a vacillare. Tutte quelle certezze, che dall’ illuminismo in poi, avevano caratterizzato l’ossatura della cultura borghese e della morale di stampo occidentale, divengono sempre più labili,  e la morale stessa diviene sempre più un fatto di contingenza e casualità e non più quel saldo riferimento incontestabile portato avanti dalla cultura di stampo cristiano.

Il Novecento è il secolo dei totalitarismi, della profezia dell’ uomo nuovo che si rigenera confutando i valori del suo tempo e, con essi, della trasformazione radicale della concezione antropologica dell’umanità. Si assiste così all’emergere di fiorenti avanguardie culturali (in grado di mettere in discussione il valore quasi divino di certi assunti dell’epoca), lo sviluppo della teoria marxista  (con l’introduzione dei concetti di struttura e sovrastruttura ) ed il successo continuo della filosofia di Nietzsche (con la sua negazione assoluta della morale cristiana e la sua visione , appunto, relativistica della storia dell’uomo). Il fascismo ed il nazionalsocialismo stessi, se vogliamo , a differenza ad esempio di un certo socialismo più illuminista (per così dire) furono dei perfetti esempio di espressione della nuova tendenza relativista del XX secolo. Alla base della concezione antropologica del fascismo e del nazismo, ed  in particolare,  della loro visione dei rapporti di forza e di potere si può notare una concezione della cultura e dei valori come un fatto di contingenza di causalità. La storia altro non è che un insieme di rapporti di forza,  guidata dallo scontro continuo tra popoli e culture, e determinata dell’emergere di una a discapito di un’altra.

In questo contesto di pensiero,  dunque,  la morale viene  evidentemente ad assumere un ruolo di assoluta contingenza materiale, in quanto se essa non è più il prodotto di un preciso disegno originario e non più la continuazione di una progressiva linearità storica ma, al contrario, il prodotto di casualità materiale (storico-sociali), anche la sua consistenza va ad assumere una natura sempre più  dissolubile e facilmente confutabile. È proprio nel Novecento,  dunque, che il relativismo culturale inizia ad assumere una fisionomia sempre più marcata e che le teorie di determinati studiosi, appartenenti al filone del cosiddetto “strutturalismo” (tra i quali appunto Levi-Strauss), prendono sempre più piede. Dal dopoguerra in poi, in particolare, dopo il periodo della de-colonizzazione, il relativismo culturale si afferma con sempre maggior autorevolezza, ed anche quell’eurocentrismo assoluto (prodotto diretto delle strutture di potere imperialiste) inizia ad assumere un valore sempre più discutibile. Il problema del relativismo è quando sfocia nella sua posizione più radicale: il nichilismo.

Talvolta, il  concetto filosofico di relativismo culturale viene, erroneamente, confuso con quello – più estremo e radicale- di nichilismo. Quest’ultimo,  infatti, rappresenterebbe, per così dire,  un’estremizzazione portata ai massimi livelli del relativismo culturale,  alludendo a quelle posizioni di pensiero che, per l’ appunto, non intravedono alcun senso nelle cose e concepiscono i valori alla stregua di fluide costruzioni mentali prive di consistenza. Confondere il nichilismo (l’assenza assoluta di valori) col relativismo (la presa di coscienza del pluralismo di valori) è un errore dal punto di vista concettuale. Il nichilismo, per sua natura, prospetta una sorta di liberazione totale rispetto a quelle che sono le norme di comportamento, i valori di riferimento, gli indicatori esistenziali d’ogni etica, poggiando le proprie valutazioni sull’idea secondo la quale l’intera realtà sarebbe priva di senso alcuno. Il nostro tempo attuale (per la precisione nell’ambito del contesto occidentale ), sta assistendo ad un vero e proprio eccedere del nichilismo (inteso proprio come assenza di riferimento e consegna della vita degli uomini all’ arbitrario flusso dell’ indefinito e del liberissimo arbitrio scriteriato).

L’esplodere del consumismo di massa, con annesso imporsi del modello culturale unicamente liberista e libertario ha, di fatto, innescato nella società occidentale questa condizione di vuoto esistenziale profondo, rendendo le vite degli uomini sempre più in balìa dell’indifferenza e della passività. La società occidentale attuale, a differenza di quanto una certa analisi contemporanea vuole cogliere, forse , non è preda del relativismo culturale, bensì del nichilismo, inteso come forma estrema di un mondo totalmente svuotato dalla cultura e vittima della mercificazione delle cose. Il male della nostra società è, infatti,  l’assenza totale di riferimenti storici ed identitari, processo storico che la cultura dominante del circuito politicamente corretto  (liberale) tenta di portare a compimento con la negazione e la demonizzazione dei concetti di “nazione “ e “tradizione “, ultimi baluardi in difesa del pluralismo e differenzialismo culturale.