In uno dei passi più celebri de La guerra del Peloponneso (III, 82), nel corso della descrizione della guerra civile di Corcira, Tucidide espone la sua immortale riflessione sull’impareggiabile strumento di controllo e di potere che è il linguaggio:

Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte a ogni stimolo; l’impeto frenetico fu attribuito a carattere virile, il riflettere con attenzione fu visto come sottile pretesto per tirarsi indietro

Gli stravolgimenti dei fatti e della storia coincidono con il muoversi e il mutare delle idee, e il cambiamento di queste ultime implica lo stravolgimento della parola. Occorrerebbe pertanto interrogare le nostre parole, in ogni momento della storia, così da potervi leggere, o quantomeno intravedere, la criptica inerzia delle vicende nella quale siamo inconsapevolmente inglobati e dalla quale siamo trasportati nei tempi. Potremmo, tanto per cominciare, interrogare a fondo la parola democrazia.

Giunti al termine di quello che è forse stato l’annus horribilis di tale concetto, anno nel quale il valore democratico, in un tripudio di incoerenze e di ripensamenti, è stato messo più che mai in discussione negli ultimi decenni, scopriremmo che la parola sulla quale l’Occidente vuole fondarsi è in realtà la parola infondata par excellence. Nessuno sa bene, oggi, che cosa di preciso voglia dire democrazia – forse perché questa parola ormai vuol dire ben poco. Del resto, ne è passato di tempo da quando essa sapeva esibire un significato saldo, indiscutibile; sembra che oggi, invece, la parola democrazia sia diventata una sorta di passepartout in mano a politici di ogni genere e ideologi da due soldi, una parola capace di coprire buchi in virtù del suo essere indiscutibile. Ma indiscutibile, purtroppo, significa anche impensata, e nessuno oggi si prende più la briga di pensare a cosa significhi democrazia in questa fase della Storia ed eventualmente a cosa possa significare in senso assoluto – e tutto questo mentre tale impensato/insignificante costituisce non solo un cardine bensì addirittura il fondamento di ogni discorso. E non è difficile capire perché, posta l’insignificanza di questa parola, ci si trovi a constatare che essa tuttavia “funzioni” meglio di ogni altro concetto: nessuno, infatti, pare voler rinunciare al quantum di potenza e di compiacimento a basso costo che essa è in grado di promettere su scala massiva.

Nel distorcimento dei significati – o più precisamente, nel caso della democrazia, nell’assenza del significato – si legge insomma il distorcimento e il disorientamento dell’epoca

Tale assenza di significato arriva dunque ad esprimere meglio di ogni presenza la corrispettiva assenza di punti di riferimento e di inclinazione ad ogni riferimento che costituisce la cifra del postmoderno. E il nuovo libro di Gabriele Zuppa, Platone democratico, appena uscito per i tipi del Circolo Proudhon, capita proprio al momento giusto. Esso è infatti esattamente un tentativo di restituire un significato alla parola democrazia, di riempire il vuoto che ad oggi la caratterizza in modo che risulti davvero possibile fondare una civiltà su di essa. Tale tentativo non può che prendere le mosse da Platone. Si sa che Whitehead diceva che la storia del pensiero Occidentale non è altro che una serie di note a margine ai dialoghi platonici; è altrettanto noto che Popper scrisse un’opera, La società aperta e i suoi nemici, nella quale Platone, al pari di Hegel e Marx, costituiva uno dei grandi obiettivi polemici nell’ottica che il titolo esprime già abbastanza chiaramente. Confrontarsi col pensiero di Platone – il primo grande sistema di pensiero che ha voluto tentare una fondazione della politica e dell’etica su una compiuta metafisica dei valori – significa, da sempre, confrontarsi con l’Occidente.

copertina_platone_dem_3d

E l’Occidente postmoderno, per Zuppa, non arriva a comprendere Platone proprio a causa delle sue mancanze: «(…) l’interpretazione antidemocratica di Platone – come quelle fantasiosamente democratiche – è dovuta all’incomprensione di che cosa sia democrazia». Platone, infatti, non è solo «il primo grande democratico della storia», ma anche «uno dei pochi». È tuttavia evidente che tale affermazione non vada intesa attribuendo alla democrazia il significato (o il non-significato, in base a quanto si è detto) che le attribuisce l’epoca postmoderna. La democrazia platonica è infatti fondata su quel valore universale che proprio la nostra epoca ha voluto seppellire definitivamente: la verità. La verità, così come l’atteggiamento filosofico e scientifico, sono universali perché un discorso che pretenda di negarli si troverebbe, in realtà, ad affermarli. Universali sono la dialettica, il confronto:

Il sottrarsi al confronto è una realizzazione povera del confronto, poiché la scelta della rinuncia già comporta il confronto

E la democrazia, riportata al suo significato autentico, significa esattamente tutto questo: verità, filosofia, sapere scientifico, dialettica, confronto. La democrazia è un universale, e nella restituzione del valore universale alla democrazia, sulla scorta dei dei dialoghi platonici, si gioca il confronto serrato che l’opera intende istituire con i nostri tempi. Se la democrazia – insieme ai valori che essa incarna – viene intesa in tal modo come universale, riusciamo a comprendere come sia ammissibile il fatto, apparentemente contraddittorio, che nonostante sia possibile venga dimenticata dagli uomini, essa costituisca tuttavia «un tratto ontologico della struttura di tutto ciò che è», di modo che «realizzare la democrazia significa muoversi verso ciò da sui siamo chiamati». La dimenticanza di tale realizzazione non potrà mai essere una sua confutazione, bensì, al pari di ciò che si è detto riguardo al confronto, soltanto una sua realizzazione povera. Non vi è alternativa a questo orizzonte trascendentale che da ogni parte incontriamo: vi è soltanto una minore profondità del nostro sguardo, e un’incertezza del nostro cammino, intesa come un’incapacità di incamminarsi – ma non un altro cammino, un’altra direzione possibile.

platone

«Ebbene, Fedone», riprese, «non sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutti i ragionamenti veri e saldi che vi sono e che si possono riconoscere come tali, soltanto per il fatto che ci si imbatte in ragionamenti che ora ci sembrano veri ora falsi, si finisse col dare la colpa non a se stessi e alla propria incapacità ma, a causa del proprio disappunto, ai ragionamenti stessi e si trascorresse la vita intera a odiare e maledire ogni discussione, privandoci, così, della verità e di ciò che realmente è?»

Restituirci insomma un valore in sé – un valore, dunque, inteso proprio come lo concepiva Platone – dal quale la democrazia trae il suo significato, è il compito ultimo di questo libro, in relazione al quale si strutturano le diverse tappe che toccano tutti quei concetti e quelle realtà che alla democrazia sono connessi: la libertà, il saper fare, la competenza, l’autodeterminazione (che un passo cruciale del libro distingue in ontica e ontologica), il ruolo dell’assemblea e delle decisioni comuni, il consenso, l’uguaglianza, il merito, l’informazione, la retorica e via dicendo. Un valore in sé lo riconosceva, in tempi più recenti, Nicolás Gómez Dávila, dal quale questa opera trae in primis l’atteggiamento di reazione, definita all’inizio del libro come «una grande azione, una nuova azione, una reazione a quella già in atto», e delucidata nelle ultime pagine come «l’azione che deve consentire ai concetti che informano la struttura dell’essere e le nostre vite di non tramutarsi nella loro antitesi o, per essere più rigorosi, nella povertà del loro significare»: la reazione è insomma concepita come una sorta di testimonianza del valore universale, opposta all’occultamento e all’oblio postmoderno di quest’ultimo. Il sottotitolo del libro, Trasvalutazione reazionaria di tutti i valori, va quindi inteso in senso ben diverso da quello nietzschiano: «trasvalutare i valori non significa come pretendeva Nietzsche chiudere i conti col passato – sbarazzarci di esso – bensì dare rinnovamento a quanto finora conquistato: significa compierlo ulteriormente, reagendo alle derive che ogni ambizioso tentativo porta con sé». E sempre Gómez Dávila diceva che «in ogni reazionario rivive Platone»: la reazione dell’opera di Zuppa è dunque da Platone e allo stesso tempo in Platone, attraverso Platone – rigorosamente contro il postmoderno e proiettata verso il futuro e il progresso: due parole che il reazionario, al contrario di quanto in molti superficialmente credono, non ha di certo timore di pronunciare.