di Matteo Mollisi

Il pensiero politico di Pascal si inserisce nel solco dei più grandi realisti e positivisti: da Tucidide a Tacito (da lui spesso citato) fino a Machiavelli, Montaigne e Hobbes. Di quest’ultimo, in Pascal passa l’idea che la situazione immediata, propria, naturale dell’uomo sia contrassegnata dall’aggressività e dal conflitto: è da un hobbesiano spettro di un bellum omnium contra omnes, da un contesto di ostilità potenzialmente incontrollabile e deleteria che emerge, sulla base dei rapporti di forza, la soluzione di una giustizia per prevenire “il più grande dei mali”, la guerra civile. La giustizia è dunque costruita sulla forza; è la giustizia ad essere necessariamente subordinata alla forza e non viceversa.

Tuttavia, la giustizia dissimula la propria essenza, deve dissimularsi per sembrare veramente tale, per apparire giusta e per continuare a svolgere efficacemente il proprio ruolo. Pascal coglie perfettamente il paradosso della giustizia e delle leggi, le quali per essenza devono sembrare altro da quello che sono, devono necessariamente non coincidere con ciò che sono per continuare ad essere ciò che sono: la loro essenza è apparenza. L’essenza di una legge, secondo Pascal, non è essere giusta, ma essere legge, e il ruolo della giustizia tratteggiato da Pascal viene ad essere razionale e irrazionale allo stesso tempo: cosa c’è di più irrazionale che scegliere il primogenito di una famiglia prestabilita per governare una nave (e, fuor di metafora, una nazione)? Non si dovrebbe scegliere il più meritevole? Ma ecco: se così fosse, se si stabilisse che il più meritevole sia colui che deve guidare la nave, si ritornerebbe ad una situazione irrimediabilmente conflittuale, nella quale tutti pretenderebbero di essere il meritevole in questione. È nell’accettazione che si rivela la funzione essenziale delle leggi, ciò per cui esse vengono necessariamente assunte dagli uomini come salvezza, e alla cui base sta ciò che esse in realtà non sono: giustizia. Nient’altro che questo è ciò che spinge Pascal a giustificare ogni ordinamento legislativo, proprio in virtù della sua falsità: non il suo essere giusto, ma il suo essere utile nello scongiurare il conflitto. O meglio: il suo essere utile proprio grazie al fatto di mostrarsi giusto. Ed è estremamente utile, affinchè questo ordine venga mantenuto, che il popolo creda giuste le leggi: di fatto, per il proprio bene. Il realismo pascaliano poggia con estrema coerenza sulla sua concezione relativistica degli ordinamenti legislativi: io sarei un assassino al di là del fiume, o al di là delle montagne – dice Pascal – e tuttavia sono innocente in questa terra, in questo Paese. Tutto questo è chiaramente assurdo: il relativismo smaschererebbe la componennte di assolutezza pretesa in una certa misura dalla legislazione di ogni nazione. Ma allo stesso tempo, in questa dissimulazione, in questa inautenticità costitutiva, si gioca il successo (e la ragionevolezza) della presunta giustizia.

“L’arte di fare la fronda” descritta da Pascal è proprio la capacità di sovvertire gli ordinamenti vigenti, mostrandone il fondo di inautenticità e la struttura dissimulatoria che li regge: il “fondamento mistico”, che consiste nella mera accettazione. È evidente che questa prassi, nell’ottica critica e allo stesso tempo giustificazionista del Pascal politico, non è vista di buon occhio. Ma c’è di più: Lucien Goldmann, sociologo novecentesco particolarmente interessato, tra gli altri, al pensiero pascaliano, sostiene che la rivoluzione risulterebbe essere per Pascal la massima espressione di quello che lui stesso chiama divertissement, il celeberrimo concetto, intraducibile in italiano, che designa un’attività il cui sforzo impiegato per compierla è nettamente sproporzionato all’utile effettivo di essa, un’azione il cui fine è ricompreso in se stessa, nello svolgersi dell’azione stessa, come ad esempio nella caccia alla lepre, dove ciò che conta non è la lepre in sé, ma il cacciare. Ciò che cerchiamo col divertissment è per Pascal la ricerca stessa, il mero essere occupati, distratti, il di-vertere, il voltare lo sguardo da un’altra parte per non pensare alla nostra condizione. La rivoluzione verrebbe dunque ad essere la massima prassi inautentica dell’uomo che non vuole pensare a se stesso, al proprio stato effimero e instabile, all’infinito che ci racchiude da ogni parte, allo spazio immenso che ci inghiotte come dei punti, alla contingenza che ci opprime. Nel tragico Pascal, in definitiva, Goldmann vede l’uomo che ha guardato in faccia il nulla, e per il quale la politica, a differenza della religione, non rappresenta molto più di un chiacchiericcio inautentico, lontano sullo sfondo, tremendamente inessenziale.