di Valentina Gaspardo

Talvolta, con l’intenzione di risaltare un valore, attribuiamo a questo l’incondizionatezza: affermiamo che un amore, un’amicizia, un’accoglienza, a voler essere considerevoli, sono, devono essere incondizionati. Non è in questione solo un vocabolo, un modo di dire; si tratta, invece, proprio dell’espressione della convinzione, figlia del postmoderno, che ci guida ad accogliere tutto ciò che ci si presenta, a qualunque costo.

A dire il vero, nessuno accoglierebbe acriticamente ogni cosa; per nessuna sorta di accondiscendenza. È un atteggiamento che conduce a perdere di vista il concreto, per cui, appunto, l’incondizionato è impossibile: impossibile per il più sicuro dei relativisti che è sicurissimo della differenza di valori e la afferma; ma, non accorgendosene, tenta di esprimere l’esatto contrario. Lo stesso fallimento ci accompagna quando ci affanniamo a inseguire quella pretesa.Tuttavia, nonostante quel tentativo sia vano, grazie al generoso contributo postmoderno che indica quella astratta via come l’unica possibile, la nostra capacità di individuare la soglia del valore diventa sempre più debole. Nell’epoca in cui tutto “dipende dai punti di vista” non c’è un pensiero in grado di indicarci un confine oltre al quale qualcosa non possa esser concesso; e ci incamminiamo in quella direzione, preoccupandoci sempre meno di capire.

Infine, quando non riusciamo nei nostri intenti – come se tale luminosa teoresi fosse costantemente sconfessata dalla brutalità del mondo – cadiamo in un cinismo che condanna ogni sincera benevolenza come “idealismo” o illusione; senza dubitare che, magari, non siamo destinati alla delusione perché ciò che ci aspettavamo non era reale, ma perché invece la stessa benevolenza che noi avevamo, quando a nostra volta eravamo “idealisti” od illusi, è stata sconfitta da un’insufficiente comprensione delle condizioni dei valori che determinano la nostra vita (per esempio provando ad affermare l’incondizionato), che ci ha consegnato all’infelicità.

L’essenza del valore risiede proprio in questo suo esser legge; né amore, né accoglienza, né amicizia possono e devono sussistere ad ogni costo, perché tra le variabili che si presentano vi sono anche quelle che inficiano proprio l’amore, l’accoglienza e l’amicizia. La legge è il loro perimetro di fioritura; oltrepassato questo, il valore cade nella sua negazione. Eppure tentiamo di mantenere sotto il suo nome le soluzioni nefaste verso cui propendiamo. I gesti dell’amore, per esempio, non valgono se l’altro li offende o se offendono l’altro; non valgono se la volontà di stare con qualcuno lo costringe a tale scelta, lo tormenta, lo allontana dalle persone a lui care, lo mette in imbarazzo davanti a queste (anche se poi diciamo di aver fatto tutto ciò per amore, e può darsi che l’intento fosse quello: ma quell’amore, così facendo, lo abbiamo allontanato). Allo stesso modo non valgono amicizia e accoglienza a qualunque condizione vengano proposte. Non valgono semplicemente perché in quei casi non sono né amore, né amicizia, né accoglienza, ma costrizione, ossessione, inganno, ecc.: violenza. Eppure ci ostiniamo a indicare questa violenza con il valore che volevamo perseguire. La accettiamo, ne soffriamo, e poi malediciamo il valore che non ha nulla a che vedere con quella: ci raccontiamo che l’amore è ingannevole e il matrimonio lo palesa nella prigione mostruosa che crea; che l’amicizia non è altro che mero interesse, e che quando ad un amico non serviamo, questo ci abbandona; che l’ospitalità è insensata e non compensa, che bisogna occuparsi di se stessi… e innumerevoli espressioni simili che giustificano ciò in cui abbiamo fallito.

Né vera è la tanto, forse troppo, condivisa massima per cui la pratica è incolmabilmente separata dalla teoria (“In teoria funziona, in pratica poi…”). Quest’ultima ha indubbiamente un fondo di verità, ed è quello per cui quella indicata con quell’espressione può essere una spiegazione lacunosa incapace di dar conto di quel che esperiamo, ma non certamente che la teoria, di per sé, abbia quel carattere. A conferma di ciò, è chiaro che ad evidenziare quel difetto (per cui “la teoria è una cosa, la pratica un’altra”) è proprio una teoria, che crede di non avere la mancanza che insegna come essenziale, ed è certa di essere pratica. Il vizio risiede in una teoresi impotente che non ci insegna nulla. Non sappiamo come comportarci e siamo smarriti nei più sciocchi luoghi comuni senza la minima idea di come riemergere. Sia detto qui, per cominciare, che di incondizionato non vi è traccia nell’esperienza. Esso è a sua volta una condizione: quella che, come abbiamo visto, rovescia i valori e li nega. La condizione non dice la limitatezza di una capacità o di un sentimento, ma, al contrario, ne mostra l’unica possibilità, la grandezza.

Quei valori sono delle condizioni, dobbiamo capire quali.