Post-moderno: una società trasparente? Vattimo guarda con propensione l’esplodere della comunicazione che ha travolto il mondo dal dopo-guerra in poi: ed è a questa tematica decisiva che è dedicato il suo scritto “La società trasparente”. Egli osserva che oggigiorno la parola “postmodernità” è sulla bocca di tutti, a tal punto che è quasi divenuto un obbligo evitarla per non scivolare nel comune, il filosofo è convinto che “il termine postmoderno abbia un senso” e che “questo senso sia legato al fatto che la società in cui viviamo è una società della comunicazione generalizzata, la società dei mass media”.

L’essere moderno diventa un valore e, di conseguenza, l’essere non-moderno si colma di significati negativi e termini come “reazionario” o “antiquato” diventano dispregiativi, poiché deridono chi resta legato al passato senza riconoscere il valore del moderno. Quest’atteggiamento è presente nella civiltà occidentale dalla nascita della modernità sino a raggiungere il suo apice nell’età illuministica. Nell’epoca in cui stiamo vivendo non è più possibile parlare della Storia come un qualcosa di unitario, come “un centro intorno a cui si raccolgono e si ordinano gli eventi”. E’ tramontata l’ideologia di una storia che fluisce unitariamente e ciò è emerso in maniera nettissima soprattutto a partire dall’Ottocento. La storia come corso unitario è “una rappresentazione del passato costruita dai gruppi e dalle classi sociali dominanti”. In effetti ci troviamo inevitabilmente costretti a riconoscere che la storia si fa portavoce non di tutto ciò che è accaduto, bensì di ciò che appare “rilevante”, con la conseguenza, ovviamente, che la storia non può che essere di parte. Si giunge perciò alla conclusione che “non c’è una storia unica, ci sono immagini del passato proposte da punti di vista diversi, ed è illusorio pensare che ci sia un punto di vista supremo”. Ma se crolla l’idea di Storia come corso unitario, crolla anche l’idea di progresso.

Con la fine della modernità e il trapasso nella post-modernità, tutto ciò si è sgretolato: anche l’avvento della società della comunicazione ha giocato un ruolo assolutamente fondamentale. Vattimo, a questo punto, introduce la nozione di “società trasparente”, un’espressione che è “introdotta con un punto interrogativo” perché più problematica del previsto. “Ciò che intendo sostenere – spiega il filosofo torinese – è: che nella nascita di una società postmoderna un ruolo determinante è esercitato dai mass media; che essi caratterizzano questa società non come una società più ‘trasparente’, più consapevole di sé, più ‘illuminata’, ma come una società più complessa, persino caotica; e infine che proprio in questo relativo ‘caos’ risiedono le nostre speranze di emancipazione”. L’inizio della fine della modernità è segnato dallo spegnersi dell’unitarietà della storia e del suo punto di vista: nel passaggio al post-moderno, non c’è più un unico punto di vista universalmente valido e accettato, ma vi è un’autentica esplosione di prospettive, di concezioni e di idee che rendono impossibile vedere la storia come un lineare corso di eventi che scorre unitariamente. Questo moltiplicarsi di visioni del mondo trae origine dal compito dei mass media e della comunicazione generalizzata, che hanno reso la società non più trasparente e cristallina, ma, viceversa, smisuratamente più caotica e senza la possibilità di risalire ad un centro ed a un punto di vista unico.
Le parole “Ora che Dio è morto vogliamo che vivano molti dei” di Nietzsche, si concretizzano nella società postmoderna: non più una sola visione del mondo, ma un’esplosione di immagini.

Ma l’avvento dei media può portare all’ “effetto di produrre una generale omologazione della società, permettendo e anzi favorendo, per una specie di propria tendenza demoniaca interna, la formazione di dittature e governi totalitari capaci di esercitare un controllo capillare sui cittadini, attraverso una distribuzione di slogan, propaganda, visioni del mondo stereotipate”.
“Se con la moltiplicazione delle immagini del mondo perdiamo il ‘senso della realtà’, come si dice, forse non è poi una gran perdita”: è vero che ci troviamo di fronte ad un diffuso nichilismo, ma da ciò deriva la fine dei pensieri forti, convinti di avere in pugno la Verità, pronti ad esser chiusi alle culture altre, nasce un pensiero debole aperto, più consapevole dei propri limiti e dell’indebolimento dell’essere. Assistiamo ad un’autentica liberazione dalle differenze.

Ma la libertà derivante dall’esplodere della comunicazione generalizzata può anche degenerare nella “banalità stereotipata” e nel “vuoto di significato”: sta a noi far sì che proceda in una direzione anziché nell’altra, “l’essere non coincide necessariamente con ciò che è stabile, fisso, permanente, ma ha da fare piuttosto con l’evento, il consenso, il dialogo, l’interpretazione” tutto ciò ci rende “capaci di cogliere questa esperienza di oscillazione del mondo postmoderno come chance di un nuovo modo di essere (forse: finalmente) umani”.