C’è la politica, la voglia di agire, il desiderio di adoperarsi per il bene collettivo. C’è l’ideologia, il modus vivendi di chi la fa propria, e c’era il partito che nel bene e nel male cercava di identificarsi in quella ideologia e, almeno oggi, poco importa se è di “sinistra” e solleva gli interessi del capitalismo medio. Dal desiderio di assumersi responsabilità, di mettersi in gioco, nasce nell’uomo il senso politico, salvo poi essere deluso dalla quotidianità, dalla messa a nudo dei caratteri manifestati della politica – o forse dell’antipolitica. Ma più o meno inconsapevolmente egli ha fiducia nella realtà e nelle sue stesse capacità, nella speranza di poter “rivoluzionare” il mondo, “sovvertire” la staticità, “tradire” l’ignoranza. <<Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista con la volontà>> scriveva il celebre scrittore francese Romain Rolland. È questa la sintesi di ciò che un uomo pensa nel momento in cui rivoluziona, sovverte, tradisce. Lo spirito di ribellione, la ricerca della libertà, quel salto verso l’infinito, la ricerca di cambiamento hanno da sempre contribuito alla speranza di un futuro migliore – fosse anche utopia – e, volo o nolo, c’è un solo metodo per iniziare: identificarsi in un’ideologia che sia lo specchio della propria coscienza e la chiave del proprio agire. Non perché non si abbia fiducia nei principi morali ed etici di qualsivoglia individuo, ma perché avere il coraggio di schierarsi equivale a siglare un trattato di coerenza tra i principi professati e la propria coscienza. Tradirli comprometterebbe la fedeltà della coscienza stessa, vaporizzerebbe il fragile velo di umanità che riposa nello spirito di ognuno. La politica non nasce dalla materia, ma segue le tracce dello spirito e lo spirito, nella sua nobiltà, passa sulle idee, sui principi, li assorbe e decide sino in fondo di combattere e vivere per essi. Così, se politica corrisponde all’arte (τέχνε) di amministrare la polis (πολιτικέ), ne consegue che questa arte stessa sia il perseguire un obiettivo che si slega dalla materialità ed abbraccia un principio di assoluta nobiltà, il bene comune, il quale antepone, per sua stessa definizione, l’universale al particolare. Interrogarsi sul significato della politica significa andare alla ricerca del suo fine ultimo: la libertà; libertà dagli ostacoli e dai limiti che l’uomo pone a se stesso e alla natura verso il miglioramento delle sue condizioni. In teoria dovrebbe essere così ma l’uomo è lupo per l’altro uomo e, con buona dose di malizia, se può, tira sempre acqua al proprio mulino. Evitiamo di descrivere penose scene di antipolitica dinanzi alle quali siamo costretti ad assistere come spettatori inermi: non ci aiuta la “politica” internazionale, figuriamoci quella italiana.

La politica è bene, l’antipolitica è male. Ad ogni manifestazione politica corrisponde sempre una buona dose di antipolitica ed è questa a prevalere in tutte le sue forme ed istituzioni. Il vero motivo della decadenza politica deve essere rintracciato – appunto – nell’individualità che cerca di accozzare i più supposti principi. La politica, con i suoi nobili fini, perde sempre di valore nel momento in cui essa, non solo è esercitata da uomini senza scrupoli che pensano di poterne fare strumento per i proprio fini – e qui il mezzo è giustificato ben poco -, ma ancor di più quando essa rasenta l’ignoranza e vive con essa, penetra negli utilizzi del limite, di uomini che, in assenza di cultura, cercano di interpretarne io significato secondo le proprie personali incompetenze. L’ignoranza è un veleno pestifero, è capace di stendere un qualunque Amleto ancor prima di una pozione di giusquiamo! Quando questa si inerpica sulle pareti dell’agire politico, si corre il rischio che queste possano cedere ed essa possa penetrare ancora più a fondo. Solo una coscienza critica – ed un’autocoscienza raggiunta – possono indurre il vero Politico a tradurre nella praticità e il pensiero e l’assunto e la teoria, riconoscendo nell’individuo il cittadino e nella massa la società. Era questa la concezione gramsciana di cultura, unica strada possibile per perseguire le lotte di classe. Cittadini nella città, uomini in mezzo agli uomini, questa è la nostra dimensione.

Tra Platone e Hegel sono trascorsi quasi due millenni, eppure entrambi hanno vissuto la necessità di definire uno Stato che potesse render conto dei bisogno dei singoli individui. Tra Machiavelli e Gramsci la distanza temporale abbraccia un arco di quasi cinque secoli, ma vi si riscontra un’affinità di pensiero sorprendente ed elegantemente interessante che si palesa immediata se solo consideriamo, ad esempio, il concetto di moderno principe elaborato dal pensatore italiano nel Quaderno 13. Abbiamo bisogno di lumi, di un secolo illuminista nel senso più stretto della parola, poiché in una situazione di crisi politica, che ci rende avulsi da ogni meccanismo di azione, da ogni partecipazione viva, che ci propina sul piatto scene di degenerazione politica non ammissibili in uno Stato democratico, l’unica soluzione possibile è una rinascita culturale, una rinascita che faccia dell’uomo una coscienza sana, la Coscienza.