Platone, uno tra i più immensi e creativi geni della storia del pensiero filosofico, fu autore di innumerevoli scritti, ma, il più celebre tra tutti, il suo capolavoro di filosofia politica e sociale per eccellenza (destinato ad essere oggetto di numerose analisi, critiche e rivisitazioni in tempi successivi) é, senza ombra di dubbio, la Repubblica. Scritta, probabilmente, tra il 386 ed il 370 a.C., la Repubblica di Platone si presenta, nella classica forma divulgativa platonica del dialogo (processo di confronto dialettico ed interpersonale maggiormente sostenuto ed apprezzato dall’autore), come un vero e proprio modello utopico di riferimento politico-sociale, avente come peculiarità principale il tentativo di proporre al lettore un’ipotetica società ideale fondata sui principi della giustizia e dell’equità totale. Il modello politico platonico, tuttavia, può essere intimamente compreso, nella sua complessità e profondità, soltanto a partire da quella che è la sua visione filosofica in ambito gnoseologico ed ontologico. Platone, infatti, intende la realtà alla stregua di un rapporto gerarchico tra parti, dove, all’apice di questa struttura ontologica vi sarebbe una realtà (accessibile soltanto per mezzo dell’intelletto) denominata “iperuranio”, indicando una dimensione d’esistenza opposta, ma non distante, dalla realtà fisico-materiale a noi circostante, contente quelli che sono i principi ideali, i valori e le norme del pensiero umano, in sintesi i nostri pensieri ed i nostri concetti. Platone, in effetti, fu uno tra i primi ad aver colto il dualismo esistente tra realtà del pensiero e realtà del mondo concreto. Questi principi ideali avrebbero la caratteristica peculiare d’essere eterni, unitari, intelligibili e, soprattutto, elementi fondanti l’essenza basilare di tutti gli oggetti materiali del mondo reale, che altro non sarebbero che imitazioni imperfette di queste idee. Le idee, dunque, indicano la legge del pensiero in generale, il canone del riferimento: sono ciò verso cui si rivolge l’artigiano per la creazione del suo oggetto concreto, o l’agricoltura per seminare il suo campo, piuttosto che il guerriero per comprendere come comportarsi in battaglia o il politico per sapere come agire secondo giustizia. Dunque, ogni uomo, in quanto essere  intelligente (nel senso di dotato di facoltà intellettive e cognitive) sarebbe in grado di percepire (seppur non sensibilmente ma esclusivamente per via intellettuale) questo mondo ultraterreno, e, di fatto, il nostro pensare stesso (fatto di concetti ed idee, propriamente), altro non sarebbe che un costante attingere a questa realtà. Ma, tuttavia, l’umanità platonica non é interamente egualitaria, ma esistono uomini maggiormente predisposti alla conoscenza e alla contemplazione del mondo intelligibile, maggiormente votati alla vita razionale, e questi uomini sono i filosofi (i pensatori e costruttori del concetto per eccellenza).

In riferimento all’identificazione del filosofo nel contemplatore ragionevole in assoluto, Platone distingue tra differenti tipologie di anime, ovvero spiriti differenti che caratterizzerebbero la personalità dei vari individui. I filosofi avrebbero un’anima cosiddetta razionale (ovvero, in termini contemporanei, una personalità rivolta alla meditazione e alla ponderazione), altri uomini un’anima di tipo irascibile, propria di coloro maggiormente predisposti alla belligeranza e allo scontro (votata, invece, allo sfogo dei propri impulsi ed ad una minore predisposizione al controllo razionale dell’emotività) ed, infine, un’anima più pragmatica e legata al mondo terreno, del fare pratico, l’anima concupiscibile (rivolta all’interesse maggiormente rivolto alle ricchezze materiali piuttosto che a quelle spirituali). Ecco sintetizzata, dunque, la vastità complessiva delle differenti tipologie psicologiche umane. É a partire da questa caratterizzazione del genere umano che Platone elabora la sua articolata e complessa teoria dello stato ideale. Secondo Platone, infatti, lo stato nascerebbe in seguito ad un’atavica esigenza umana: quella di aver garantita la sopravvivenza e la ricerca del piacere, grazie al supporto esercitato da altri uomini. Perciò la società ideale dovrà fondarsi sul lavoro e la cooperazione di tutti che, in virtù delle loro competenze e predisposizioni naturali (determinate dal loro tipo di anima) concorreranno allo sviluppo, al sostentamento e al raggiungimento del benessere dell’intera collettività. La società platonica é, diciamolo, una società di classi (ma non nel rigido senso storicamente conosciuto), all’interno della quale esisterebbero, sostanzialmente, tre classi distinte (tante quante sono le tipologie di anime): la classe dei governanti, che dovranno amministrare la collettività secondo giustizia e razionalità), incarnata dai ricercatori dell’ordine giusto e razionale in assoluto (i filosofi), la classe dei guerrieri (difensori dell’ordine e protettori militari della società) e la classe degli artigiani/agricoltori (produttori dei beni materiali). Ognuno, fin dalla nascita, sarà educato ed indirizzato verso una precisa classe sociale (non a partire dalla condizione d’appartenenza dei propri genitori, dunque), ad esempio un soggetto maggiormente razionale verrà indirizzato verso la carriera politica, un soggetto maggiormente emotivo ed irascibile verso la carriera militare ed un soggetto maggiormente legato alla praticità e alla concupiscenza sensibile alla carriera artigianale o agricola. Ecco, che la società platonica, dunque, si erge sui principi della giustizia assoluta, dove ognuno, non a partire dalla conduzione d’origine della propria famiglia, ma dal proprio talento individuale ricomprerebbe una precisa carica sociale.

Platone descriverà anche altre strutture dell’ordine sociale ideale, come i processi educativi della persona, i rapporti tra le diverse classi sociali, la distribuzione delle ricchezze ed, anche, la celebre e criticata “condivisione delle donne” della comunità e dei figli. La società platonica é stata definita da molti una società pre-comunista, poiché fondata sui principi dell’equa divisione dei beni, del potere della collettività, dell’accesso alla carriera in virtù del talento e non della provenienza d’origine e, soprattutto, per la carica egualitaria tra sessi ch’egli ha, con dissidenza per l’epoca, individuato: donne ed uomini sono eguali, e l’accesso alla carriera non é determinata dal sesso ma, appunto, dalla capacitá individuale. Il modello platonico, seppur per molti aspetti utopico, rimane uno tra i più perfetti tentativi di ordinamento equo e razionale della realtà.