di Gabriele Zuppa

È la contingenza delle ultime settimane dell’anno che è appena trascorso, nonché di questi anni a noi più prossimi, che ci conduce a riprendere questioni millenarie: non solo per la lunga storia che hanno dietro di sé, ma anche perché così lontane dallo “spirito” del tempo. La nostra epoca – che si nomina e autocomprende come postmoderna – non ha più fede in Dio e, quindi, non ha più religione; ma non soltanto: con la fede perde anche la ragione, ovvero ritiene – attraverso i suoi padri teorici: Leopardi, Darwin, Marx, Nietzsche, ecc. – che l’uomo, con i suoi ordinamenti, i suoi valori, le sue costruzioni scientifiche, con la sua ragione insomma, provengano dal nulla e in esso ritornino. V’è stato un tempo in cui tutto ciò che ora conosciamo non c’era; accidentalmente si è prodotto; accidentalmente è divenuto – presentando forme che si son succedute e hanno soppiantato l’una l’altra, annichilendosi e mostrando la propria nullità -; capiterà infine che anche ciò che ora costituisce il nostro mondo – questa terra e il sistema solare tutto – non sarà più.

Tutto è accidentale, relativo, arbitrario: quel che è e quel che si fa – che tutto sia consentito lo si constata proprio nella formula invalsa secondo cui non c’è più religione. Da quale pulpito dovrebbe provenire il diniego, il limite, la proibizione se ogni forma che viene ad essere differisce dalle altre, ma senza una minore o maggiore legittimità? Non c’è legge al di sopra delle leggi: sì che essere fuori legge o dentro la legge è solo una questione di punti di vista: il fuorilegge segue la sua legge e non è a se stesso fuorilegge – ad esserlo, per lui, è quell’altro che si crede secondo la legge. Mancando una misura, manca altresì la possibilità di distinguere l’estremista dal moderato. Non essendoci una medietas, un parametro di riferimento, allora, estremista e moderato non sono a distanze diverse rispetto a un centro, perché, appunto, un centro non c’è: v’è solo il loro divergere, la loro equidistanza. Chi si dà la legge vedrà colui che vi si allontana un estremista. L’ISIS è tanto estremo per l’Occidente, quanto l’Occidente lo è per l’ISIS.
L’Occidente postmoderno crede che la religione sia l’oppio dei popoli. Non si direbbe sia essa a rendere stupefacenti, se proprio l’Occidente, che se ne crede al di là, non si avvede delle conseguenze delle sue teorizzazioni, del contraddittorio caos concettuale nel quale vive, dell’incoerenza tra ciò che blatera e ciò che fa.

Ciò che è gravato nell’Occidente per millenni non è stata la religione – cioè la fede in una trascendenza, la fede che quel che conoscevamo non era tutto quel che c’era da conoscere – ma il ritenere che Dio fosse rintracciabile in un qualcosa di precostituito, in una dottrina predeterminata, in riti meccanici, in azioni sclerotizzate. Difatti noi non possiamo che riconoscere il Dio che guadagniamo con lo sforzo del pensare, nella nostra ricerca quotidiana, nei nostri tentativi con parole ed opere.
Abbiamo chiuso i conti con Dio, con il mistero, con la trascendenza, appiattendo il mondo sulla nostra presunzione del risaputo, sulla miseria dell’istante. Ma, abbandonando la religione, non siamo usciti dal diabolico meccanismo dal quale volevamo uscire. Nel mondo falso che abbiamo immaginato, in cui tutto si equivale – dove nulla ha più valore di altro: si tratti di pensieri, scelte, culture -, abbiamo di nuovo lasciato fuori lo sforzo del pensare, la passione della ricerca, la fiducia che vi sia di meglio di quel che abbiamo. La fede che non sia tutto qua. La speranza che intravediamo – di una vita migliore, in un’amicizia vera, di un sogno da coltivare – non la alimentiamo, perché l’inconscio postmoderno unito alla nostra inerzia ci suggeriscono: a che pro? Tutto è sempre lo stesso perché ormai non conosciamo più che lo stesso. L’Occidente, oggi, non è né moderato né estremista: è nichilismo.

Allora come uscire da questa follia? Noi di animAMundi ci stiamo provando. Innanzitutto riconoscendola – la follia. Con questa rubrica e con la nostra collana di saggi: Gli strani casi del Dr. Darwin e di Mr. Marx mostra come gli stessi presupposti concettuali del postmoderno già informino le teorizzazioni di Darwin e di Marx, invalidandole. Quindi riscoprendo quella ricchezza che il Postmoderno ha occultato a colpi di inedia; ricchezza che brilla nell’opera di Gómez Dávila – una summa della nostra migliore tradizione che sa guardare al futuro -, la quale si è cercato di scoprire con la monografia Nicolás Gómez Dávila e la Modernità.
Chi capisce o intravede l’importanza del nostro intento ci segua e collabori. Intanto, buon 2016 appassionato a tutti.