Nell’Occidente postmoderno la categoria del tradimento, specie nella sua declinazione “amorosa”, si è definitivamente tramutata agli occhi dell’uomo della strada che sempre alberga in noi, in elemento di sapidità indispensabile a qualsivoglia relazione degna d’interesse mondano, o nel migliore dei casi esso diviene pretesto per la messa in piedi di storie di successo da leggersi sulle pagine di un bestseller o da vedersi proiettate su uno schermo ‒ della serie: si va sul sicuro!

Eppure, al netto della banalizzazione del “si dice” che inevitabilmente la investe quando è protagonista delle chiacchiere da gossip, nell’intimità del nostro animo la sofferenza che il tradimento provoca in noi quando ne siamo toccati ci appare, ogni volta, abissalmente lontana dal modo in cui essa è trattata e dissacrata (forse anche per necessità) nel comune chiacchiericcio quotidiano, massmediatico e non. Questo accade perché tutti, sotto sotto, avvertiamo che il tradimento in fondo costituisce un annullamento, di sé e dell’altro.

Né le sconfitte, né le disgrazie, recidono la voglia di vivere. Solo il tradimento la estingue

Ma perché il tradire estinguerebbe la vita? Non è proprio la vicenda evangelica a insegnarci, attraverso il sacrificio di Cristo, che il tradimento è, se così si può dire, un motore potentissimo; un’istanza in grado di riaccenderla, la vita? In grado di portarla oltre la sua stessa negazione, oltre la morte? Il cristianesimo mostra che il tradimento è la via ‒ forse l’unica! ‒ che conduce al perdono. Non solo, quella che potremmo chiamare la dialettica del Getsemani ci mette al cospetto di una circolarità a prima vista non sospetta, per la quale gli opposti appaiono essere uno la condizione dell’altro: la fiducia implica il tradimento e il tradimento implica la fiducia. Ci tradisce una persona di cui ci fidiamo, che amiamo, non il nemico. Il nemico non ci può tradire. Senza tradimento, fiducia e perdono non sarebbero. Io mi fido di te: vuol dire che mi abbandono a te nonostante tu abbia la possibilità di infrangere questa mia “sicurezza” quando vuoi. Di pugnalarmi alle spalle, che io ti mostro, nude, senza pudore. L’amore si inserisce in questa dinamica: forse la è, in qualche modo. Dio, del resto, ama l’uomo, nonostante l’uomo lo abbia tradito. E la vita nel segno del perdono, forse, appare come una vita ancora più ricca, splendente, lucente: è una vita che è passata attraverso il negativo, lo ha sconfitto, ma ne è uscita rinvigorita. È una vita che, hegelianamente, ha fatto suo il negativo e lo ha reso vita a sua volta, più forte, risorta.

Leonardo Da Vinci - Ultima cena (1495-1498)

Leonardo Da Vinci – Ultima cena (1495-1498)

Ma contro queste osservazioni, subito si leva l’obiezione della prima voce, a escludere la suddetta doppia implicazione, e a dire: mi fido di te perché, al contrario, so che quella possibilità di tradimento non verrà realizzata. So che posso lasciare tutto me stesso presso di te, perché il Me stesso anche presso di te è salvo. Certo, ogni relazione è aperta al tradimento, solo che nella maggior parte dei casi l’investimento è minimo. Il tradimento è il peggiore dei peccati, a cui probabilmente tutti gli altri possono essere ricondotti. La fiducia, quindi, non implica il tradimento, lo esclude. O, se si preferisce, è presente dialetticamente, come suo opposto reale. Potremmo certo perdonare, ma sarà andato perduto in ogni caso il legame più nobile e difficile da costruire, che è indissolubilmente presente nello stadio più elevato dell’amore e dell’amicizia (quindi della vita). L’energia per il perdono allora da dove deriva? Dalle altre relazioni che funzionano, e ci salvano dalla violenza subita da coloro che credevamo ci amassero, e che invece ci hanno pugnalato.

Non che il riscatto non ci possa essere. Ma è chiaro che la macchia non si può lavar via, proprio perché cadrebbe sul nostro abito più puro, sul nostro cristallo più intimo (neppur Dio può far sì che ciò che è stato non sia stato). L’intenzione non basta e non ricostruisce la cifra specifica di ciò che il tradimento corrompe. La fiducia nell’altro è la sicurezza del luogo inviolabile. Una volta violato quel luogo non è più inviolabile. L’aspetto decisivo è che semplicemente non si può “ri-dare” e “ri-promettere” qualcosa di enorme come la fiducia, perché l’atto del tradimento toglie peso alle parole, toglie quella fermezza incorruttibile che una tale promessa di dedizione annuncia. Anche qui, riassumendo: il tradimento è la via che conduce al perdono. Ma una via che ci risparmiamo volentieri.

Oggi che il tradimento pare sottovalutato, in tutto il peso ontologico che questa alternativa invece ci mette innanzi, occorre più che mai pensarla, essa alternativa, per restituire a questa categoria atavica tutta la tragica importanza che le spetta, e che invece il più delle volte risulta banalizzata e sminuita, insomma: incompresa. Chissà che le nostre relazioni, più da questo gesto di riflessione che non dalle mille chiacchiere con cui siamo soliti raccontarci i nostri maldestri tentativi di vivere con le persone, non abbiano da trarne vantaggio.