“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ”
La rosa, che era, [ora] esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi
Bernardo Cluniacense

“Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”
William Shakespeare

La prima forma di professione di fede dell’uomo è in tenera età. La presa di coscienza di sé e l’uso del linguaggio sono i suoi primi strumenti cognitivi razionali, con i quali assimila tutte le basilari leggi del pensiero comunemente accettate. Fra queste ce n’è una molto importante: il realismo di pensiero. È innata, probabilmente, l’idea per cui sia data una corrispondenza fra linguaggio e realtà: con i nomi si chiamano le cose, con la voce si possono suscitare delle reazioni negli altri, tutto funziona in modo molto semplice. Chi mai dubiterebbe della relazione parole-cose? Se la vita fosse una questione di banale sussistenza materiale, nessun grosso problema attraverserebbe il nostro orizzonte, ma sappiamo che le cose non sono così. Ogni giorno nel mondo hanno luogo infinite incomprensioni verbali, perché un riferimento troppo vago può essere frainteso. Le difficoltà del linguaggio sono almeno due: la prima risiede nella formazione arbitraria del concetto, ovvero come la mente si inventi le “cose” (specialmente in riferimento a valori e sentimenti); la seconda è la relazione sussistente fra espressione verbale e concetto di riferimento e quanto questa sia fragile e non univoca. “Jeder Begriff ensteht durch Gleichsetzen des Nichtgleichen”: ogni concetto sorge dall’equiparazione del identico e del differente, così ci ammonisce Nietzsche. C’è una differenza connaturata fra la limpidezza del concetto, l’identico, e i chiaroscuri della realtà, il differente. Questa differenza è ineliminabile, o quantomeno molto difficile da giustificare.

La logica, considerata come lo strumento per coerente per eccellenza, non è indulgente nei confronti del linguaggio di tutti i giorni. Il linguaggio naturale, per essere analizzato e maneggiato dagli strumenti logici, deve essere epurato dal vago e indistinto: no a riferimenti incrociati con i pronomi, no ad aggettivi non misurabili, no a tutta la sfera del poetico. Bisogna evitare tutte le ambiguità. Nella logica predicativa un peso importante lo hanno i designatori, senza dei quali non è possibile risolvere sillogismi in modo coerente: in poche parole sono i nomi, quelli di cui parliamo in un ragionamento logico. Questi, per non incorrere in ambiguità, devono essere filtrati e resi puramente referenziali, non astratti o problematici. Queste semplici considerazioni, che possono essere approfondite, ci mostrano come l’uso del linguaggio naturale sia illogico e si fondi su concetti non razionali come la cultura, che permette lo scambio di messaggi fra due soggetti in virtù di un comune (all’incirca) apparato simbolico e di rimandi complessivi. La possibilità di comunicare quindi si fonda in parte su strutture razionali relativamente solide e fondate, in parte sul mobile terreno dei significati, e qui torniamo al problema posto in precedenza: come la mente delimita i concetti che poi il linguaggio dovrebbe esprimere?

La costruzione di concetti su mobili fondamenta è una delle conseguenze/scoperte del mondo degli ultimi quarant’anni. Il porsi questo problema in modo continuo, prima di quest’epoca, era impensabile. È il mondo della società liquida, del postmoderno, del capitalismo assoluto: ogni lettura valorizza certi tratti ma la sostanza rimane simile. In questo ambiente il concetto ha perso la sua fondatezza e si è rivelato nella sua fluidità. Chi trae giovamento da questa presunta liberazione non sono tanto le minoranze comunemente intese, che comunque stanno scalfendo la visione a senso strettamente unico del mondo, ma i potenti assoluti, che possono forgiare concetti che ispirino quella fiducia di un tempo, per poi cambiarli prontamente qualora ce ne fosse il bisogno. I concetti sono strumenti di potere, è chiaro. I linguisti Whorf e Sapir teorizzarono che una lingua determini l’orizzonte di pensiero di un individuo, sia per le sue strutture grammaticali e sintattiche, sia per i concetti. Allargando questa ipotesi, possiamo dire che l’introduzione di concetti cambi il nostro orizzonte del mondo e le relazioni di valori che istituiamo. Questi continui slittamenti sono possibili proprio a causa delle due difficoltà elencate: i concetti possono mutare perché la loro determinazione è arbitraria e la lingua non li può mai designare in modo perfetto. C’è una zona d’ombra insondabile che fa comodo ai potenti, ma le possibili soluzioni non sono ancora chiare.