«Crediamo non di aver bisogno di qualcosa di nuovo, bensì di far rivivere qualcosa di molto antico, di far rivivere la nostra comprensione della saggezza della terra».
Bill Devall e George Sessions

La paura e la gioia, le grida ed il silenzio, come un grande coro di voci si mescolano in un’estasi sonora, armoniosa ed assordante allo stesso tempo. Un inno all’Eros che parla il linguaggio dei boschi. Questo è Pan, un Dio mezzo uomo e mezzo bestia, generoso e bonario ma capace di incutere negli uomini un turbine di emozioni contrastanti, con il solo suono della voce. In uno tra i testi più significativi sulla morte del mondo antico, Il tramonto degli oracoli, Plutarco suggella l’inquietudine per l’imbrunire del mondo greco con l’annuncio della morte del Dio Pan. «[…] Il vento scemò, e la nave andando qua e là con direzione incerta, venne ad avvicinarsi a Paxos. […] All’improvviso fu sentita una voce uscire dall’isola di Paxos che a gran voce chiamava: ‘Tamo’: di che la meraviglia fu grande. Questo Tamo, egiziano di patria, era il timoniere, ma non conosciuto di nome dalla maggior parte di quelli che erano sulla nave. Chiamato una seconda volta, non rispose; finalmente alla terza prestò ascolto. Allora colui che chiamava, con voce tonante disse: ‘Quando sarai giunto alla Palude, annuncia che il gran dio Pan è morto’. Raccontava Epiterse che tutti, udito questo, si spaventarono». Una notizia che sembra riecheggiare negli scritti di Nietzsche. Nel celebre aforisma 125 de La Gaia Scienza, un folle annuncia la morte di Dio in un mercato: «Siamo stati noi ad ucciderlo: voi ed io! Siamo noi tutti i suoi assassini!». Una morte certamente non fisica, ma morale. Sebbene queste due divinità possano sembrare lontanissime tra loro, il loro rapporto è strettamente legato da un filo che li pone in una posizione antitetica l’uno dall’altro. James Hillman, nel suo Saggio su Pan, scrive: «Pan morì quando Cristo divenne Sovrano assoluto, cosicché, il diavolo non è altro che Pan visto attraverso l’immaginario cristiano. La morte dell’uno significò la vita per l’altro». Il Cristianesimo, come da tradizione giudaica, si è distinto per la sua condanna del culto della Natura. Una condanna che sembra viaggiare di pari passo con la demonizzazione della figura di Pan, ridotto all’immagine del Male. Allo stesso modo, però, la dipartita del culto di Pan e l’affermarsi della religione cristiana hanno modificato radicalmente la concezione del ruolo dell’uomo nella Natura.

Il Paganesimo è una forma di religiosità il cui paradigma rimane quello naturale, è una religione che parla di nascita e di morte, rinviando questi due momenti in una dimensione ciclica, rivedendo nella Natura stessa una realtà vivente in cui gli stessi déi si confondono. Il termine pan, dal greco “tutto”, sembra quasi sottolineare questa dimensione totalizzante della Natura, in cui l’uomo è parte organica di un Tutto e non semplicemente un essere estraneo. In quest’ottica la Natura non è semplicemente un organismo vivente, ma anche un limite invalicabile. Curioso, a tal proposito, quanto due termini dalla sfumatura semantica ben differente siano divenuti sinonimi: “ambiente” e “natura”. Il primo termine, infatti, sembra quasi conferire a tutto ciò che non è umano una condizione di “sfondo” per l’uomo. Come se il vivente sia un enorme scenario su cui mettere in scena il progresso. Una condizione che può essere riletta nella Genesi: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». Un passo che è stato più volte posto in analisi da alcuni ecologisti cattolici, i quali hanno cercato di dare una nuova lettura a queste parole, sottolineando quanto il termine “soggiogare” nel suo significato originale significhi “rendere più bello”; mentre “dominare” riferito agli animali voglia intendere “pascolarli, averne cura”. Un’esegesi che sembra riportare il dibattito in una dimensione più ecologista, in cui l’uomo è custode della Natura e non despota di essa, rimanendo, però, in una dimensione pur sempre antropocentrica. In questa nuova lettura la Natura sembra quasi un dono fatto da Dio all’uomo, una bomboniera da mantenere intatta e non più un argine contro la βϱις, la tracotanza. In conclusione, Ritornare a Pan non può significare cadere nella tendenza, prettamente post-moderna, del neo-spiritualismo, piuttosto rileggere in Pan una diga contro la protervia umana.

«Il paganesimo, oggi, non consiste nell’innalzare altari ad Apollo o nel resuscitare il culto di Odino. Implica […] il considerare gli dèi come dei “centri di valori”, e le credenze di cui essi sono oggetto come dei sistemi di valori: gli dei e le credenze passano, ma i valori permangono». Alain De Benoist, Come si può essere pagani?