Der wille zur macht, in tedesco significa, letteralmente, Volontà di potenza, la quale, quest’ultima, si riferisce, in sostanza, ad uno tra i più suggestivi, articolati e profondi concetti della filosofia contemporanea, destinato, in seguito, a porsi come nucleo d’ispirazione di numerose brillanti posizioni intellettuali novecentesche e stili d’esistenza veri e propri, ma, tuttavia, ad essere anche drammaticamente fuorviato e non sufficientemente analizzato. Il concetto della “volontà di potenza”, che, come si dirà, si sviluppava, sostanzialmente, a partire da concetti e riflessioni già formulate in precedenza, compare all’interno dell’omonima raccolta di scritti (pubblicata postuma nel 1901) del filosofo e scrittore tedesco Friedrich Nietzsche. La cosiddetta dottrina della “Volontà di potenza”, insieme ai concetti del superuomo e dell’eterno ritorno (profondamente legati, dal punto di vista concettuale, tra loro), rappresenta uno tra i fulcri principali per la comprensione del sistema di pensiero nicciano. Nietzsche, riprendendo contributi di altri pensatori al riguardo, specialmente quelli formulati da Arthur Schopenhauer nell’opera celebre Il mondo come volontà e rappresentazione, ed appoggiandosi a concetti già da lui esposti in opere precedenti (come, ad esempio, Così parlò Zarathustra), costruisce un complesso teorico-ontologico per il quale, alla base della realtà, dell’intero ordine vitale e naturale delle cose, esisterebbe un concentrato d’energia, di aggregato di forze e di impulsi primordiali (riferendosi, qui, anche ai recenti contributi delle scienze moderne), i quali determinerebbero il ciclo costante del mondo secondo le logiche di un unico ed eterno principio, di una costante esistenziale senza sosta: La volontà di potenza. Da Schopenhauer, Nietzsche, coglie propriamente questo concetto primordiale di volontà, dandone, tuttavia, una sostanzialità differente ed uno sviluppo altrettanto opposto; Schopenhauer, così come Nietzsche, aveva individuato in questo principio di volontà la radice fondante dell’intero reale, di tutte le cose essenti e vitali. Nel Mondo come volontà e rappresentazione, infatti, ricollegandosi agli assunti gnoseologici ed ontologici costruiti dal Kant della Critica della ragion Pura, di Noumeno (la cosa in sé che si pone a fondamento dell’intero reale) e fenomeno (l’apparire manifesto delle cose ai nostri sensi ed al nostro intelletto), il filosofo di Danzica (Schopenhauer) paragona (concettualmente) questo principio di volontà (che é volontà di vivere, di riprodursi, di perpetuare costantemente la propria esistenza e la propria specie) al noumeno kantiano, ed il mondo, invece, apparentemente percepito dalle nostre facoltà di senso e di ragione come pura rappresentazione fittizia del reale (ciò che sarà chiamato “Velo di Maya”). Dunque, il mondo altro non é, essenzialmente, che volontá di vivere, e, benché in apparenza noi si percepiscano il mondo e le cose come un complesso articolarsi di rapporti di causalità, legarsi ed alternarsi in divenire, stabilirsi di relazioni e sintesi, in realtà, tutto il mondo, tutti i viventi, nel loro apparente diversificarsi costante sono profondamente uniti da un’unica, subdola condanna esistenziale irrazionale, una costante primitiva: la volontà di vivere, di proseguire, nonostante le avversità e, talvolta, le contraddizioni dell’esistere, il normale ciclo vitale delle cose, lottando, soffrendo e morendo, anche, in nome di questa esigenza di sopravvivenza universale.

Questa volontà di vivere sarebbe, secondo Schopenhauer, la causa fondante delle nostre profonde tristezze, inquietudini e frustrazioni, poiché il costante desiderare e bramare la vita induce l’uomo a soffrire per il fatto di non possedere costantemente e totalmente le cose ed é per questo che lo scopo dell’uomo (unico essere tra tutti in grado di farlo) é porsi al di sopra di questa costante naturale, superandola, demolendola, annullando la vita stessa, non suicidandosi ma compiendo il passo ben più arduo di reprimere questa volontà di vivere interiore (che si radica nelle nostre pulsioni e nei nostri sentimenti), smettendo di volere, perseguendo la vita dell’asceta. Nietzsche aveva letto ed analizzato con attenzione e profondità i contributi del compatriota, ed, infatti, quasi interamente, la sua teoria del superuomo (uno tra i concetti più innovativi, geniali e destinati ad influenzare innumerevoli posizioni filosofiche e letterarie novecentesche) é strettamente legata alla visione secondo la quale il mondo altro non sarebbe che concentrato di forze vitali, dirette verso quest’atavica costante di sopravvivenza che é la volontà (la base istintiva della nostra psiche che ci induce a compiere azioni e ad assumere posizioni specifiche). Tuttavia, la volontà, nel panorama intellettuale nicciano, non é affatto una statica condizione di natura dalla quale doversi profondamente liberare, ma, al contrario, questa volontà é propriamente volontà di potenza, ovvero volontà di dominio di sé stessi sulla vita, di affermazione del proprio Io, della propria coscienza, della propria essenzialità, che rende dinamico e fluente il mondo stesso. Noi siamo questa volontà di potenza, secondo Nietzsche, ed altro non siamo, al di là della nostra componente raziocinante, che istinto costante di riproduzione e manifestazione di noi stessi, quasi come noi altro non fossimo che una potenza interiore costantemente guidata da questo atavico bisogno di affermarsi. Ma questa volontà di potenza, non é soltanto spinta all’affermazione individuale in senso strettamente vitale, ma é volontà di affermazione anche nel campo del sapere  e dello sviluppo spirituale, ed il cosiddetto oltre uomo (l’immagine cardine del pensiero di Nietzsche) incarnerebbe al meglio questo spirito costante della vita e del miglioramento continuo di sé stessi. Queste tesi, in seguito, anche, secondo alcuni studiosi, a causa della cattiva rielaborazione operata dalla sorella del filosofo dopo la sua morte (intimamente legata alle esigenze socio-politiche del partito nazionalsocialista tedesco), divennero oggetto di innumerevoli controversie e cattive interpretazioni, forzature teoriche e appropriazioni ideologiche indebite. Per decenni, infatti, Nietzsche, é stato comunemente osservato e studiato come il filosofo del nazismo per eccellenza, proprio a causa, specialmente, delle tesi sovraesposte (facilmente conciliabili alle dottrine naziste della purezza della “razza ariana” rispetto alle altre) anche se, il carattere profondamente critico dell’intelligenza filosofica e letteraria di Nietzsche e il carattere ribelle ed universale delle sue teorie, in realtà, non inducono affatto a pensare a Nietzsche come ad un filosofo politicamente schierato ma, come probabilmente lui avrebbe voluto, la genialità delle sue tesi devono essere interpretate al di là della mera ideologia: al di là della destra e della sinistra.