La storia ci insegna che la democrazia è il frutto non solo di riforme, ma anche di sanguinose guerre e rivoluzioni. Per secoli è stata la meta sognata, e per alcuni popoli lo è tuttora. Per noi, parlare di democrazia ha un significato quasi sacrale, inteso nel senso di naturale obiettivo che l’uomo deve raggiungere, il punto di arrivo di una Civiltà avanzata. Oggigiorno è difficile pensare a forme alternative al governo rappresentativo: tutto ciò che sta al di fuori da esso ci appare primitivo, se non addirittura criminale. In questi tempi, però, la democrazia all’apice del suo successo ha iniziato a mostrare il suo lato sinistro. Pur non dimenticando quanto l’illuminismo sia stato essenziale per l’Occidente il tema del paradosso della democrazia, delle contraddizioni che essa incarna, non può essere ignorato, ed è tutt’oggi oggetto di studi approfonditi. In un siffatto clima di rielaborazione, il pensiero di Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1874-1948), uno dei maggiori filosofi russi del primo Novecento, brilla di luce propria. Egli sosteneva che

l’idea della democrazia come idea astratta autosufficiente, non subordinata a niente di superiore, significa l’autodivinizzazione umana e la negazione della fonte divina del potere

Quello che Berdjaev indica come pericoloso è il fatto che per mezzo del sistema maggioritario si perda di vista il concetto di verità. Identificare il giusto, il vero, con la volontà popolare è un grave pericolo. Difficilmente riusciremo a superare il problema della maggioranza se escludiamo il concetto di verità dal dialogo democratico. Nella realtà, ad un certo punto, il ricorso ad un sistema maggioritario diviene necessario per giungere ad una conclusione del dibattito e trasformare le idee in azioni. Ma come ci si può tutelare dalla scelta delle masse? Non dobbiamo dimenticare che nella storia dell’uomo ci sono persecuzioni e genocidi portati avanti da maggioranze nei confronti di minoranze, o gravi ingiustizie compiute davanti ad una maggioranza silenziosa o indifferente. L’idea che la maggioranza potrebbe essere in errore è il lato oscuro dei regimi democratici. L’idea che delle ingiustizie sociali potrebbero essere compiute in nome della maggioranza getta una luce inquietante su quella democrazia che credevamo essere il punto di arrivo, l’ultimo passo verso la salvezza. Il rischio che Berdjaev identifica è quello che, una volta esclusa la religione o una qualsiasi idea ultraterrena o superiore, sarebbe rimasto soltanto l’uomo e niente più. In un delirio di onnipotenza, sull’uomo non sarebbe calata la libertà, ma piuttosto la responsabilità dell’assenza di Dio. Ma è bene procedere con ordine.

La democrazia non è un concetto nuovo: già prima di Cristo si era sviluppata nel modello ateniese. Per quale ragione allora Berdjaev ci mette in guardia davanti a questa democrazia senza Dio? La democrazia odierna non concerne soltanto il sistema maggioritario, bensì una serie di valori che nella democrazia greca non erano inclusi, come il concetto di fratellanza dei popoli e rispetto per l’“altro”. Ecco perché oggi possiamo parlare di radici cristiane della democrazia. La democrazia odierna ha rinnegato questo contributo cristiano alla sua realizzazione, e nella forma maggioritaria fa della volontà del popolo l’unica forma accettabile di verità.

Ma possono giustizia e verità avere qualcosa a che fare con i criteri di maggioranza e quantità?

Ciò che Berdjaev non riesce a comprendere è come sia possibile che la democrazia ammetta che il singolo uomo possa essere in errore, mentre una maggioranza di uomini no. Il Russo è morto nel 1948, ma già all’epoca  il concetto di società suddivisa in classi andava disgregandosi. Nella società contemporanea le individualità predominano su qualsiasi cosa, e per alcuni autori è perfino impossibile parlare di una vera e propria società. Con il procedere del tempo, la democrazia si è svuotata dei suoi principi per restare un mero meccanismo. Anche l’individuo, da individualità creatrice si è trasformato in egoismo e narcisismo. Secondo il pensatore russo siamo stati portati a vedere il popolo come semplice massa di uomini: molti fattori devono aver contribuito, in maggior parte di tipo economico.

Il popolo non è una quantità umana, una massa di uomini.[…] La quantità umana è polvere trasportata dal capriccio del vento. […] Nella sovranità popolare il popolo perisce, affoga nella quantità meccanica, e non trova modo di esprimere il proprio spirito organico, integro e indivisibile

Se la volontà popolare è morta o disgregata, quel che resta è pura costruzione, un’impalcatura senza più vita, e il Parlamento si fa arena della lotta per i propri interessi e per il potere. Non possiamo ignorare il fatto che l’uomo, da quando esiste, ha sempre avuto la necessità di credere in qualcosa a lui superiore; qualcosa che ne muova le azioni, i sentimenti, un concetto a cui aderire o verso cui sentirsi in contrasto. L’uomo ha ucciso Dio e ne ha preso il posto, con tutte le relative conseguenze. Il concetto stesso di uguaglianza si è corrotto andando a snaturare le individualità, le differenze, le qualità, in virtù di un’uguaglianza meccanica, appiattita e mediocre. Per comprendere appieno il punto di vista dell’autore, dobbiamo renderci conto che i sacri diritti dell’uomo non discendono dalla democrazia. Nella democrazia si possono verificare i peggiori soprusi possibili. A molti sembrerà incredibile che qualcuno, alla luce delle varie tirannie e dittature, possa sostenere certi punti di vista tanto controversi. Però, ciò di cui parla Berdjaev è l’annientamento della persona, in quanto individualità creativa, sostituita oggi da un’individualità-massa:

quando la persona viene oppressa, limitata e persino vessata ma è riconosciuta in linea di principio come persona, non è così terribile come quando la persona viene negata in linea di principio, e la si sostituisce con principi impersonali

Molti sono gli scenari a cui Berdjaev si abbandona, primo tra tutti l’abbassamento del livello della cultura e dell’istruzione, o alla sempre più rara comparsa di individualità creatrici. Ma il punto fondamentale resta la distorsione che subisce il concetto di uguaglianza. Alla luce di quanto si è detto, l’uguaglianza tra gli uomini che la democrazia sostiene è forse un’ideale da disprezzare o da temere? Ovviamente no. Egli ci mette in guardia, però, dal confondere l’uguaglianza democratica con la fratellanza cristiana:

l’atteggiamento fraterno dell’uomo verso l’uomo dev’essere il fondamento spirituale di qualsiasi società degna

 In definitiva, l’uguaglianza democratica è un concetto svuotato di qualsiasi autentico valore, un concetto dove predomina soltanto il popolo inteso come quantità, come massa di persone; una massa che, in quanto tale, è alla mercé del vento, senza un obiettivo superiore da raggiungere.

La democrazia […] ha smesso di credere nel fatto che la società umana ha anche uno scopo ultraterreno

Berdjaev non dà una vera soluzione. Dopo un lungo errore, l’uomo dovrà cercare di comprendere che dietro ogni crisi politica c’è una crisi spirituale, una crisi di valore. Per superare tale crisi politica, bisogna anzitutto lavorare sul piano spirituale. Ciò che l’autore arriva a dire è quindi che la democrazia è una fase di passaggio. Non dobbiamo fossilizzarci su questa forma politica, e crederla infallibile, poiché in essa i paradossi sono vivi e davanti a noi quotidianamente. Dobbiamo intenderla come una fase di passaggio verso la riscoperta della qualità, verso la riscoperta di Dio.