di Matteo Mollisi

“Non c’è nulla in me del fondatore di religioni: non voglio credenti, non parlo alle masse; ho paura che un giorno mi facciano santo”. Eppure, se Friedrich Nietzsche avesse potuto scorgere oltre il suo tempo, oltre la sua stessa esistenza, la sua follia e la sua morte, avrebbe visto con orrore cento e più anni solcati da credenti nietzschiani, da masse (intellettuali, per carità, o quantomeno presunte tali) nietzschiane, dalla santificazione della sua figura, e avrebbe forse provato un certo fastidio, ammesso che fosse sincero nel momento in cui sosteneva di non voler diventare un santo.
Cause diverse e stratificate hanno reso Nietzsche il grande santone della filosofia contemporanea, a molteplici livelli; è stato l’ispiratore di generazioni di poeti invasati che giocavano coi loro versi e romanzi a fare i superuomini, è stato il grande apologeta della potenza fiera che avrebbe acceso gli animi dei nazisti, è stato per alcuni addirittura incompresa guida e salvezza delle grandi masse popolari (sebbene l’elasticità non infinita del verbo umano abbia convenzionalmente relegato questa interpretazione nei confini dell’assurdo).

Nietzsche è tutt’oggi il filosofo più riconoscibile e conosciuto, il più icastico; è il primo filosofo che salta in mente a chi di filosofia ne sa relativamente, è il filosofo più apprezzato e letto, in media, tra chi di filosofia si diletta di saperne un po’. Nietzsche ha avuto e ha ancora una forte presa, molto più degli altri filosofi, e anche ad un livello molto più superficiale e abbordabile; è praticamente l’unico filosofo ad avere un’aura che per certi versi si potrebbe definire popolare: per colui che più di tutti disprezzava le folle ed il gregge, è un fatto abbastanza curioso, o forse non più di troppo.
Storicamente, il concetto più distorto della filosofia nietzschiana è quello di Übermensch, che a seconda dei gusti è stato tradotto in “superuomo” o “oltreuomo”, in mezzo a grandi dibattiti, come se la questione fosse importante, come se un individuo capace di andare oltre rispetto alla comune nozione di uomo possa non implicare un super, come se l’idea di un oltrepassamento possa non implicare un superamento.
Ad ogni modo, molti poeti (D’Annunzio in primis, come è ben noto) leggendo Nietzsche si sono sentiti Übermensch e hanno infarcito le loro opere di controfigure di se stessi e della magnetica figura che si erge con disprezzo al di sopra dell’inconsapevole volgo, accentuandone molto la connotazione sociale (e quindi aristocratica). Molto si è scritto sulla semplificazione dannunziana del superuomo, sul ripiegamento della figura nietzschiana ad un’esaltazione dell’aristocrazia o del vitalismo individuale, due aspetti che non sono di certo incoerenti rispetto all’originale, ma che non ne arrivano a rendere una complessità che non può non esplicarsi all’interno di implicazioni filosofiche.
Il discorso sarebbe particolarmente complesso, ma ciò che conta in questa sede è capire come la popolarizzazione di Nietzsche passi necessariamente attraverso la semplificazione dell’Übermensch.

La questione è: perché Nietzsche è tra tutti i filosofi quello più abbordabile? Una prima risposta potrebbe implicare la praticità più immediata: le opere nietzschiane, senza usare mezzi termini, sono le più facili da leggere. Ciò non significa che siano meno profonde (anzi…) rispetto a quelle di altri filosofi; ma appare evidente come l’espressività marcata e spesso la forma dell’aforisma contribuiscano a facilitare la lettura (anche se può trattarsi di una facilità ingannevole). Questo in prima istanza, ma ovviamente non è tutto. Si è detto dell’Übermensch, e va sottolineato un aspetto importante: una personificazione di concetti come quella affidata al superuomo apre la strada ad una rapida immedesimazione. È molto più semplice ed immediato riconoscersi in un oltreuomo portatore di determinate istanze, e che possiede i concetti nella misura in cui ne è rappresentazione, rispetto alla lettura di un’esposizione asettica e impersonale dei medesimi concetti, enunciati in un freddo trattato.
L’uomo è veicolo privilegiato per l’uomo, ma privilegiato non significa più esatto, e si potrebbe affermare che Nietzsche, nell’affidare la sua filosofia ad un umano (il superuomo) in virtù della sua superiorità ideale, non abbia tenuto conto dell’imperfezione intrinseca che questo uomo, seppur superiore, possiede, proprio in virtù del suo essere umano.
Ma qui siamo ancora ad un livello pratico, strumentale. Il superuomo può essere veicolo facile e imperfetto di concetti, ma bisogna vedere quali sono questi concetti e perché hanno avuto un tale successo.

La maggior parte dei filosofi si è tenuta ben lontana dall’esaltare la potenza vitale, il vigore fisico, l’impulso cieco e dionisiaco, la libertà da ogni vincolo, la volontà; Nietzsche li chiamerebbe risentiti, e li accuserebbe di negare la vita, soffocandola dietro assurdi dettami e costruzioni metafisiche o religiose.
Perfino Schopenhauer, il grande maestro di Nietsche, non sfugge a questa accusa, lui che ha per primo riconosciuto l’indomabile impulso della volontà che muove il mondo, ma che da questo impulso ha preferito fuggire, cercando un vigliacco rimedio. Nietzsche invece non scappa, e da questo punto di vista sembra essere unico: nell’abbandonarsi alla cieca potenza del volere, che tutti hanno cercato di evitare o di domare, sta la vera cifra del pensiero nietzschiano. Non tanto nella sua innovazione, ma nella forte presa di posizione, poco filosofica, molto umana. Nietzsche, a differenza di altri filosofi, non ha mai dimenticato di essere uomo, ed è questo il cardine da cui derivano anche gli aspetti più formali: l’espressività dello stile, il superuomo come strumento comunicativo, la facilità nell’attrarre il lettore.

Ma questo successo, in definitiva, non scopriamo essere dovuto al riconoscersi in Nietzsche o nel suo superuomo, poiché nessuno di questi credenti può vantare questa forza; si aprono quindi due strade: la prima è quella del falso credente, che si compiace nel suo superomismo di facciata, del suo sentirsi indiscriminatamente Über; la seconda, quella del vero credente, è una strada senza fine, abissale, e chi ha davvero imparato qualcosa da Nietzsche ha capito che, poichè la volontà non ha termine alcuno, per cavalcarla ininterrottamente, per inarcarsi al di sopra di questa “energia fissa e bronzea”, la condizione è soltanto una: volere la volontà stessa.