Friedrich Nietzsche. Il suo genio fu realmente dinamite, per quel finire di secolo, ormai saturato dai valori ottimistici del positivismo, da quell’angusto perbenismo ipocrita falso-borghese, che si affacciava su un secolo  (il Novecento) pronto all’azione, alla demistificazione e all’abbattimento di tutti quei falsi dogmi e principi che avevano ubriacato quella società europea (che ormai palesava tutte le sue contraddizioni). Se il Novecento, sul piano politico ed economico fu il secolo del marxismo (dove le teorie del filosofo di Treviri, oltre a tentare di tradursi concretamente, iniziarono ad inserirsi con sempre più autorevolezza nel dibattito intellettuale novecentesco), sul piano spirituale anche il nietzschaneismo divenne guida di riferimento. Quando la “bèlle epoque “ iniziava a mostrare tutto il volto mostruoso che nascondeva  dietro quell’apparente maschera di progresso e di benessere;  quando la società liberale (così troppo statica e banale) incominciava ad essere troppo stretta, per quel tempo che, ormai,  aveva bisogno di un colpo di forza,  di uno stimolo vitale all’azione, dove ormai tensioni sempre più represse pulsavano violente contro le strutture sociali ed economiche che le mantenevano inibite; un pensiero così profetico e così vitalista , come quello di Nietzsche, doveva apparire irresistibile.

Il profeta di Zarathustra, infatti, ebbe un fascino irresistibile su una certa generazione intellettuale che, nella sua trasvalutazione dei valori, nella sua critica alla morale e ai dogmi, nella sua profezia del superuomo, vedeva un monito alla rigenerazione, all’abbandono di quella frustrante vita mondana ed uno slancio audace verso quella trasformazione definitiva che tardava ad emergere. Se il marxismo conquistò, razionalmente, una certa intellighenzia che si opponeva all’etica massacrante di un certo capitalismo europeo, il nietzschaneismo  -così diverso dal marxismo, sul piano antropologico, in quanto più individualista – conquistò,  di certo,  la sensibilità e l’emotività di quel secolo. La dottrina di Nietzsche, fu interpretata, quasi,  come un risveglio primitivo di certi istinti e condizioni,  connaturate ai popoli Europei che  nel corso del tempo erano stati oscurati o dimenticati, prima con la dottrina cristiana (e la sua matrice giudaica) così lontana dell’essenza d’Europa (in quanto sorta originariamente  in un altro contesto sociale), e poi da un approccio morale di stampo borghese e mercantilistico che, di fatto, impediva a quello “spirito aristocratco” tanto venerato da Nietzsche di affermarsi. I

l filosofo tedesco invitava alla demolizione di tutti quei valori (a suo dire errati) che si erano imposti, nel corso dei tempi, come verità dominanti e assolute nel corso. Egli  fu lo sprezzante critico dei “metafisici” che coglievano nell’ oltremondano la base ontologica delle cose,  incoraggiando alla resurrezione di quel simbiotico attaccamento alla terra (nel senso della natura percepita) che aveva caratterizzato il  modo di concepire il reale dei popoli antichi. Una fusione con i propri istinti e il proprio mondo terreno, dispersosi nel corso del secoli. La filosofia di Nietzsche fu tutta una profezia, ovvero un rivolgersi verso il futuro, in quanto egli intravedeva nel tempo dopo di lui la possibilità di realizzare il passaggio antropologico verso “l’uomo nuovo” (il superuomo). Lui, così poco superuomo in vita (schiacciato dalla sua traumatica esperienza infantile della morte del padre, dall’educazione rigida e severa ricevuta durante i suoi studi, dalla presenza di una madre dal carattere forte, amorevole ed oppressiva al tempo stesso), nella vita non seppe mai realmente imporsi sugli altri, adottare quel carattere deciso, sicuro, sprezzante ed audace che invitava ad assumere, restando succube, sempre, di quella condizione e quelle opprimenti contingenze opprimenti che gli impedivano di emanciparsi come avrebbe voluto.

La filosofia di Nietzsche fu così profetica e rivolta all’avvenire forse anche per questo: per la sua incapacità di vedere nel suo tempo, e, nella sua vita, l’emancipazione superomistica da lui tanto ambita. I tempi di Nietzsche non erano ancora maturi per il superuomo. Ne annunciò quindi la comparsa per i posteri che avrebbero vissuto in condizioni materiali molto diverse. La critica ai cosiddetti “metafisici”, a coloro che dispensano verità extramondane, che invitano alla rinuncia delle proprie passioni terrene e dei propri istinti primitivi, ai cosiddetti “avvelenatori”, è una critica rivolta,  propriamente, a tutte quelle filosofie, a lui precedenti, che avevano preteso di osservare il reale e indirizzare l’etica a partire da verità metafisiche (che trascendevano l’esperienza concreta e materiale), a tutti i sistemi di pensiero (ambiziosi di fare del mondo un’impalcatura razionale in cui cogliere rapporti eterni e stabili). Nel pensiero di Nietzsche, invece,  si propone esattamente l’opposto. Ed è per questo ch’egli fu molto sensibile e grande estimatore nei riguardi delle filosofie presocratiche, le filosofie delle origini, che coglievano nella natura (in particolare  la filosofia di Eraclito) e nello spirito in divenire ed in mutare della stessa l’essenza del reale. In Nietzsche non v’è alcuna verità assoluta che dia continuità alla natura, ma l’unica legge eterna che guida le cose è “la volontà di potenza”, quel concentrato di energie vitali che, condensate, animano,  dalle origini le cose, in quell’atavico meccanismo che guida tutti i rapporti del mondo : la volontà all’autoaffermazione, quell’istinto primitivo all’imposizione di sé.

La critica di Nietzsche alle impalcature metafisiche d’ogni tempo, tuttavia, non sono una fede d’ateismo (sebbene, forse, Nietzsche fosse ateo), ma piuttosto devono essere interpretate proprio come una critica al dogmatismo e all’astrattismo dei metafisici. Come una volontà di recupero di quel l’essenza antica e vitale, quell’amore per la vita , quella passionalità e quell’approccio carnale e materiale alla vita dei popoli indoeuropei. Infatti, nel suo pensiero, compare un forte “europeismo”, un richiamo alla riaffermazione e al recupero dell’originaria essenza della cultura europea, mai spentasi radicalmente nella storia dell’intero continente. Per questo i suoi giudizi sul mondo, sulla vita e sulla storia dovettero avere un fascino irresistibile sulla cultura a lui successiva: nelle sue parole comparivano la distruzione,  il riscatto, la speranza ed il dinamismo aggressivo (di cui v’era bisogno per forzare certi meccanismi stagnanti) e l’idea di un’Europa nuova, di una resurrezione dell’originario spirito delle genti europee.