«Bisognerà per forza
attraversare alla fine la porta
dello spavento supremo».

Manlio Sgalambro, La porta dello spavento supremo

Il nostro è, sì, il tempo dell’assenza della verità o, meglio, il tempo che nella verità non ha più fiducia (solo perché incapace a riconoscerla, ché alla verità basta se stessa perché sia in grado di lasciarsi accogliere); il nostro è sì, come già vedeva Hölderlin, il tempo della miseria − dürftiger Zeit! −; il tempo dello spaesamento, dell’Unheimlichkeit (Freud); il tempo che ha accolto il più inquietante di tutti gli ospiti (Nietzsche), il nichilismo. E tuttavia al culmine di tale spaesamento, che è consistito e consiste nel progressivo rigetto di ogni pretesa veritativa, finanche di quella tecnico-scientifica (Kuhn, Feyerabend), si trova inviolata nel profondo del cuore d’ogni uomo una certezza rocciosa, quella che è sempre lì a ricordarci che la fine dei nostri giorni ci attende. Se anche può sembrare una ovvietà, è perlomeno degno di nota che buona parte delle più influenti filosofie novecentesche, tanto impegnate nella demolizione delle strutture fondanti il sapere tradizionale, si siano poi concentrate in modo che si oserebbe definire centrale sul fatto – l’unico ai loro occhi impassibile di critica − che dobbiamo morire. Ma come? Se «non esistono fatti, ma solo interpretazioni» (Nietzsche, di nuovo), perché mai quest’unico fatto dovrebbe sottrarsi al “principio”? Eppure, è così: il relativista, il nichilista, il postmoderno soccombono al cospetto di questa verità assoluta. Persino Cioran, il grande “squartatore”, scrive che «la morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido».

E ancor più interessante è il modo in cui la società postmoderna abbia pacificamente accolto questo dettato, impegnandosi da un lato a disinteressarsi delle proprie esigenze etiche – del resto, se tutto è interpretazione, chi mi dice che muovere guerra ai popoli al fine esclusivo di ottenere ricchezza (per farci cosa, poi, rimane un mistero) non sia un che di buono, se è buono per me? (immancabile il connotato individualistico) – mentre dall’altro ha iniziato a fare di tutto per far sì che quel fatto – l’unico degno di questo nome! – arrivasse per ciascuno il più tardi possibile. Scienza, medicina e tecnologia si prodigano da anni in tal senso. Nonostante gli sforzi, questa sorta di atteggiamento esclusivo-positivista del postmoderno nei confronti del morire non ci salva; e il nostro affaticarci affinché l’ultimo respiro (col dolore che ad esso conduce) sia esalato quanto più in là si può non fa che incrementare ancor di più la sensazione di spaesamento e incertezza che il nostro tempo, già depauperato per mille altri versi, ci obbliga a sperimentare: per quanto si mettano in campo le più complesse astuzie della tecnica, la minaccia della morte è sempre in agguato, e l’angoscia che deriva dall’attenzione quasi ossessiva che le si rivolge, ne risulta moltiplicata. Il problema è che è proprio perché l’uomo postmoderno non è capace di vedere nient’altro al di là della morte, che questa lo terrorizza tanto – sia nel senso in cui, oltre al fatto che la vita finisca, ai suoi occhi non possano darsi altre evidenze (“Sicuro come la morte!” si sente spesso ripetere nel linguaggio comune); sia in quello per cui dopo la morte non è dato scorgere alcunché, la fine dei nostri giorni conducendo a dire dei più  (tolto qualche sparuto gruppo di religiosi nemmeno troppo convinti) nel nulla più assoluto.

Il nostro tempo e la filosofia che se ne fa portavoce hanno dimenticato che il fatto inconcusso della morte può assumere significati diversi a seconda delle evidenze a cui si accompagna che esulano dal mero dato fenomenologico che dobbiamo morire. Lo hanno dimenticato perché gli interessava distruggere tutto ciò di cui volevano sbarazzarsi, nell’illusione che di tutto ci si possa sbarazzare, salvo poi tenere in piedi l’unica cosa per la quale appare subito che, per quanto si provi a toglierla di mezzo, prima o poi bisogna farci i conti. E si badi che è l’unica per la quale appare subito, ma non l’unica in assoluto con cui non si debba, presto o tardi, volenti o nolenti, tornare a confrontarsi (si pensi, a titolo di esempio, al male e al pentimento per averlo commesso)! Il nostro tempo ha perso per strada, dunque, in merito al tema della morte, l’insegnamento di uno tra i filosofi italiani più importanti e allo stesso tempo più sottovalutati, Gustavo Bontadini (1903 – 1990), che in alcune tra le sue pagine più lucide sul pensiero contemporaneo rovesciava l’assunto di Heidegger – il filosofo la cui riflessione sarebbe, a detta degli esperti attuali, la riflessione par excellence sulla morte – per il quale prima di ricercare che cosa ci sia dopo la morte è necessario sapere esattamente cosa è la morte (Sein und Zeit, § 49), sostenendo esattamente il contrario: e cioè che «non ci si può formare un concetto adeguato della morte, se non sappiamo che cosa ci sia dopo di essa» (Dal problematicismo alla metafisica, cap. 2).

Ciò significa che finché la filosofia continuerà a rinunciare al suo ufficio, che è quello di provare o, viceversa, di escludere, in qualità di scienza suprema, la incontrovertibilità di certi asserti proposizionali − nel caso specifico: l’esistenza di contenuti di un qualche tipo al di là della morte e, dunque, al di là del perimetro dell’esperienza – non vi sarà stratagemma che possa salvarci dall’angoscia che in vita ci provoca l’andare incontro alla misteriosità tremenda dell’ultima ora. Come ormai in pochissimi sanno, Bontadini ha tentato questa via: quella di dimostrare definitivamente, con gli strumenti della logica, l’esistenza di una zona del reale a cui ogni cosa è destinata dopo il suo passaggio in “questo mondo”; e lo ha fatto in opere a cui si può solo rimandare, ma che rimangono, ancorché quasi del tutto obliate, delle vere e proprie pietre miliari del pensiero occidentale: su tutte, Sull’aspetto dialettico della dimostrazione dell’esistenza di Dio (1965) e Per una teoria del fondamento (1975). Ma c’è anche un’altra voce dimenticata, quella di Giovanni Gentile, maestro indiretto di Bontadini, che pur andando in una direzione che si potrebbe dire opposta a quella del filosofo milanese, ne condivide l’aspirazione all’incontrovertibilità.

Se Bontadini ha infatti inteso provare apoditticamente l’esistenza di un aldilà trascendente l’esperienza; Gentile ha invece, col medesimo rigore speculativo, provato ad escluderlo, rinvenendo nella insopprimibilità dell’esperire la stessa immortalità a cui l’uomo tanto ambisce senza tuttavia rendersi conto di possederla già. In questo senso, le ultime pagine di una delle opere più affascinanti del pensatore siciliano, Genesi e struttura della società (1946), uscita postuma, rimangono, nel generale misconoscimento riservato ad esse e al loro autore (per motivi politici e non solo) tra le più alte testimonianze di un’attitudine, quella epistemica italiana (cui il Gruppo di Ricerca AM abbiamo dedicato e dedicheremo studi volti a mostrarne la potenza teoretica) che innanzi alla morte – dell’individuo, della cultura, dell’aspirazione al vero − non si è ritratta, cercando inutilmente di sfuggirle nel tentativo sciocco di un rimando ad libitum, ma l’ha presa, per così dire, di petto, cercando di pensarla per quello che realmente è, in relazione alle evidenze che su di essa la fatica del concetto può apportare, una volta che lo si prenda come un’occupazione seria e in grado di pervenire a risultati considerevoli e sicuri.

«E non è questa l’eternità che sperimentiamo sempre dentro di noi? Non ce ne accerta il fatto che domani ci troveremo ad essere quello che siamo oggi, né che oggi siamo quel che medesimo che ieri? Questo fatto sarà una conseguenza del principio della nostra identità; ma il principio è già nel fiat della coscienza, nell’attuale pensiero nel quale non si può pensare al tempo per vasto, immenso e immensurabile che ci si rappresenti, senza comprenderlo tutto, definito o indefinito, nel nostro pensiero, e fare perciò di questo qualche cosa che supera il tempo e lo annulla. Il nostro vivere è un respirare nell’eternità. E la sete d’immortalità sentita dall’uomo come ansia che non gli dà tregua, che altro può essere se non questo essenziale desiderio dello spirito che non è mai e vuole essere quello che dev’essere? Vuole, s’adopra e si affatica in eterno ad eternarsi; e si eterna infatti in questa sua volontà dell’eterno. […] La morte di cui abbiamo esperienza e che sola possiamo dire di conoscere è […] non la nostra, ma quella degli altri. […] Se il proverbio ammonisce, che altro è parlar di morte, altro è morire; noi sì parliamo sempre di morte, e l’abbiamo ognora presente; ma si può dire che noi che ne parliamo, non moriamo mai».
Giovanni Gentile