di Antonio Lombardi

Quando si tratta di etica – la si definisca preliminarmente come ciò che è necessario che si faccia – la prima cosa che bisogna capire è che cosa sia un’azione e, quindi, più in generale, il fare − la prassi. Il nostro tempo è perlopiù portato a pensare che il fare e il pensare siano due cose separate. Si tratta di capire che così non è, ma anche di capire se e in che modo sussista una distinzione tra i due, pur non essendo separati. Qui si proverà a sostenere e sviluppare la posizione per la quale fare e pensare non solo non sono separati, ma sono anche identici. Fatto ciò, essa posizione verrà problematizzata, a scopo euristico. È evidente che pensare significa aver presente un significato, nella misura in cui tale significato non è altro da questo rendersi presente.Un significato è, per necessità, un presentarsi, ché se così non fosse – se non si presentasse − esso non darebbe “segno” di sé, non sarebbe punto un significato. Il presentarsi, com’è ovvio, implica immediatamente l’aver presente che lo ha presente, perché se non si desse qualcosa a cui si presenta, esso non si presenterebbe, e non sarebbe se stesso. Pensare è, dunque, disporsi del pensato. Il pensato, a sua volta, è, tautologicamente, disporsi al pensare. Il pensiero è presenza. Si tratta di andare a vedere che la prassi e la presenza coincidono. E che, quindi, una azione è un pensiero. Ciò diviene chiaro quando si comprende che è impossibile che si dia alcunché che non sia presenza – il che è dimostrato dal fatto che quel darsi altro non è che la medesima disposizione in cui la presenza, e perciò il pensiero, consiste. Così, quando io agisco, quando faccio qualcosa, non succede che questo: qualcosa si dà, si presenta.

Un’azione è, come qualsiasi cosa, un significato.
Ora, pensando che fare e pensare non siano il medesimo, il nostro tempo pensa anche, se pure inconsciamente o implicitamente, che le azioni non incarnino dei significati. Come si rende possibile questo circolo? Dimenticando, anzitutto, che qualsiasi cosa – sarebbe a dire: qualsiasi pensiero, presenza, significato, azione etc. – è un che di necessario. Una cosa è la sua necessità. Lo si dimostra così: una cosa è se stessa perché non è altro; ma se essa è – e, in quanto cosa, non può che essere – a non essere è quell’altro che essa non è. Lo si può dire anche così: l’unica possibilità è quella dell’esistente in atto. Tutto il resto, è impossibile. Se fosse possibile – cioè: incontraddittorio – il non esistente (l’altro dalla cosa, dalle cose), si ammetterebbe la possibilità del nulla, e cioè del contraddittorio per eccellenza. Il che è evidentemente inammissibile. Sia concesso un esempio, per comprendere questo ragionamento: una storia in cui Napoleone vince a Waterloo è incontraddittoria nella misura in cui noi teniamo conto del suo carattere di “mera immagine mentale” (ed è quindi possibile ed attuale come tale), ma se si pretendesse di astrarre da questa sua caratteristica e pensarla come possibile, essa diventa contraddittoria, perché in atto, come “realtà non solo immaginifica”, v’è la sola storia in cui Napoleone perde a Waterloo, e quindi va a confliggere con la immediata − perché presente − realtà di quest’ultima. Se un significato si dispone è perché il suo disporsi è inevitabile. Il pensiero pensa solo ciò che necessariamente gli si presenta. Non potrebbe mai pensare altrimenti. Il presentarsi – e cioè l’accadere – non può presentarsi se non nelle modalità in cui si presenta. Ma l’accadere e l’agire sono lo stesso, come si è dimostrato. Quindi, le azioni si compiono perché è necessario che si compiano, e nel modo in cui vengono compiute.

È necessario che si faccia ciò che si fa. Ciò che deve accadere accade.
L’etica è questa necessità − è l’ineluttabilità degli eventi, l’esser cosa delle cose. Il nostro tempo non vede che l’ineluttabilità degli eventi, che esso purtuttavia ammette, specie quando si tratta di significati empirici (cioè ridotti alle loro caratteristiche fisico-spaziali), è anche l’ineluttabilità della prassi.Tale alienazione, per la quale l’azione è pensata come altro da sé, cioè come altro dal pensiero, può avere avuto cause storiche diverse e numerose. Perché si è iniziata a pensare questa separazione? Affinché si cominci a scorgere che l’etica altro non è che l’impossibilità che le cose vanno come devono andare è importante anzitutto capire che fare e pensare sono la stessa cosa. Viceversa, se mai si voglia provare a confutare la posizione per cui l’etica è la stessa necessità delle cose, sarebbe importante mostrare che si dia una distinzione reale tra pensiero ed azione – mostrando ovviamente in che consista − e, quindi, che il nostro tempo non è un tempo alienato, almeno per quanto riguarda questo aspetto.