C’è chi vede nel Faust di Goethe l’opera archetipica della nostra civiltà, col ruolo analogo che ebbero Omero e Dante nelle rispettive epoche. Goethe mette in scena l’occidentale già estenuato nel sapere, dall’informazione, con sete d’azione, lo stesso Logos ormai lo traduce come azione. All’accademico nichilista, assetato di azione e contraddittoriamente anche di pace, della stasi dell’attimo, non rimane che la magia, che forse è il vero nome di ciò che oggi chiamiamo tecnica. Una magia che crea il denaro, fomenta guerra e distruzione e cerca il controllo totale della natura. Magia frutto, è bene non dimenticarlo, di un patto col diavolo, con Mefistofele. Dunque, Goethe colse immediatamente la natura demoniaca delle storia futura d’Europa e diede un ruolo di notevole importanza alla metà oscura, a quella forza che però desidera eternamente il male e opera eternamente il bene. Perché nell’economia dell’universo tutto si equilibra da sé, se gli uomini sono così saggi da non affaccendarsi troppo dall’alterarlo.

Autoritratto all'Inferno - Edvard Mucnh (1903)

Autoritratto all’Inferno – Edvard Mucnh (1903)

Se ci fu un’anima goethiano e faustiana in Italia, dunque con un po’ di Mefistofele addosso, diremmo quella di Giovanni Papini. La sete d’assoluto, di piena realizzazione, di autodivinizzazione che regge Un uomo finito è veracemente faustiana. Come faustiani furono il suo nazionalismo, il suo futurismo e l’interventismo di stampo nichilista. Con la guerra, però, Papini trovò il senso del limite, si fece cattolico, cattolico “belva”, per giunta, “omo salvatico”. Rimase in lui un po’ di Faust, ma focalizzato. E nella sua piena maturità si permise perfino di trovare un lieto fine a questa storia col demonio nel capolavoro Il Diavolo. Ma è importante cogliere Papini nel suo fervore luciferico, distruttivo, pragmatista ad oltranza, faustiano puro, come lo troviamo in L’altra metà. Saggio di filosofia mefistofelica, riedito da La scuola di Pitagora editrice, a cura di Fabio Pastorelli.

Siamo nel 1911, dunque fra le suggestioni esoteriche del Leonardo e la furia distruttrice di Lacerba. Papini ha già chiuso i conti con la filosofia, che trova ormai sintetizzata nel Pragmatismo, nella volontà di credere. E porta all’estremo il discorso, elogiando appunto il lato oscuro di ogni cosa, l’altro emisfero, l’altra metà. Anche lui si dà a Mefistofele, per comprendere e insieme agire, perché ha ormai capito, con l’aiuto di antichi saggi cinesi e del nostro Eraclito l’oscuro, che ogni cosa genera la sua contraria e dalla sua contraria proviene. C’è qualche posa satanica nel Papini di quegli anni, ma qui pare più un saggio orientale, e pare il colmo per un faustiano. Il motto donchisciottesco del cercare la morte nella vita, messo in epigrafe al primo capitolo, ha un sapore del tutto iniziatico.

La Morte verde - Odilon Redon (1905)

La Morte verde – Odilon Redon (1905)

E allora ecco l’elogio dei “concetti negativi”. Il Nulla, in primis. Amato dai mefistofelici perché ci riposa, ci attira, ci dà l’ebrezza rara dell’amore disinteressato. Il male esiste ma finirà col tutto, con l’estinzione totale, senza rimpianti e resurrezioni. Poi tocca al Diverso, in controtendenza con tutta la filosofia che ha sempre cercato di eliminare il particolare, l’anomalia. Mentre invece l’universo è una continua produzione di differenze che permettono la definizione di uguale. Poi Papini elogia l’Impossibile, esorta a liberarlo dalla gabbia della nostra esperienza, della nostra capacità di percezione. Atto mefistofelico, che distrugge il cosmo intorno, ma

Dio altro non fa che desiderare la fine del mondo.

E Papini, lettore onnivoro, enciclopedico (l’opera della sua vita non è forse Giudizio Universale?) esalta l’Ignoranza. Troppa scienza fa male, come sapevano Jacopone, Leopardi, Pascal. Il minimo che si possa fare è accettare il dolore con gioia. E fare un passo oltre, nell’elogio dell’Errore, che a ben meditare non esiste, giacché non esiste verità vera per tutti, niente esattezza, solo volontà che agisce e crede, magica e pragmatica. Ormai siamo dalle parti della Pazzia, quella vera, non quella degli alienati in manicomio, pazzi di seconda classe. Perché il vero pazzo che Papini vuol essere non ha un’idea fissa, come tutti, come l’antieroe di Cervantes, come gli alienati. Nemmeno un’idea vuole e il dominio della pazzia, il saper controllarla, esser pazzi volontari, in piena coscienza mentre il resto del mondo è pazzia inconsapevole, schiava d’idee fisse.

Lo Sciamano - Sacha Schneider (1901)

Lo Sciamano – Sacha Schneider (1901)

Il cortocircuito del faustismo arriva con l’elogio del Non Fare, unico modo per tornar dalle parti del Paradiso Perduto, dell’Età dell’Oro. Basta affannarsi per creare imperi, meglio sottrarsi e dar vita a “i regni del non fare”. Papini non può non citare il Tao Te Ching, la mistica plotiniana, l’invito a fermarsi per meditare, a perder tempo per trovar l’eterno, giacché

la fannullaggine è il primo scalino della scala di Giacobbe e meno farete e più avrete.

Il Male è inevitabile, anche per chi non fa. Il capitolo dedicatogli diventa elogio del dolore, della capacità di sopportazione di ogni più atroce avversità, di ogni messa alla prova della magnanimità. Le altre metà chiudono con l’Inutile, soprattutto per fare i conti con l’Utilitarismo anglosassone, con ogni azione interessata e dunque non libera, gli si contrappone una concezione moralmente eroica della vita. L’ultima contraddizione è nel capitolo finale, intitolato Rimorsi: forse l’intero libro è una sconcia porcheria, forse l’autore è piombato nel disgusto della cosa appena fatta. Una cosa è però certa, Papini è serio, perché

esser serio significa, credo, esser sincero.

Ed è sincero nello scrivere di accettare il dolore, il male, la contraddizione, la lacerazione del vivere. Come sarà sincero negli anni ‘40, quando con la stessa accettazione si farà terziario francescano. Come fu sincero Faust, infine chiamato in cielo, fra angeli, Padri, Mater Gloriosa nel Coro Mistico.