di Gabriele Zuppa

Maledetta sia dapprima ogni forma di ipocrisia, quindi ogni forma di schizofrenia.
Massimamente ipocrita e schizofrenico è l’accademico.

 

Il suo Santo Patrono è Socrate.
Ma vederlo esercitare l’arte della confutazione è come assistere ad un miracolo.

 

Ti racconta che dall’antichità la filosofia è innalzarsi al di sopra delle opinioni, dei luoghi comuni irriflessi.
Ma ti riporta le opinioni di tutti, non riflette su nulla.

 

Se è innovativo, oltre a Socrate e alle opinioni, ti tira fuori che la filosofia è confilosofare.
Ma lui non farà mai nulla con te: figuriamoci se qualcosa come il filosofare.

 

Sarà perché predica l’umiltà?
Ma la tua soltanto: perché lui se ne sbatte di tutto ciò che non sia accademico. Insomma: di Socrate, della riflessione, del confilosofare.

 

Ti fa leggere un’opera di filosofia.
Ma ti chiede qualsiasi cosa che non c’entri con la filosofia. Per esempio, ti chiederà del Fedone i personaggi del dialogo, del Discorso sul metodo come si trovasse Cartesio al collegio, dello Zarathustra che bestie compaiono.

 

Ti racconta che da Cartesio in poi che la realtà è rappresentazione, idea.
Ma questa opinione lui non l’ha mai presa in considerazione seriamente. Del resto è un’opinione.

 

Crede nella realtà, lui.
Anche se però è nichilista.

 

Ti racconta le contraddizioni dello scetticismo.
Ma comunque per lui la verità non esiste.

 

Raramente lo si può vedere inorgoglirsi: quando asserisce che la filosofia non serve a niente.
Ma si lamenta che gli taglino i fondi.

 

Non serve a niente perché è il sapere più nobile: ribadisce citando Aristotele e con una specie di sussulto che dà l’illusione di un moto di spirito.
Ma aspira a diventare un barone: possibile che l’abbia capita proprio così?

 

Non esercita la ragione, ma si guarda bene dalle passioni. Privo di spirito, esercita con disinvoltura la simonia: a soubrette, nerd, automi dispensa titoli, dottorati e borse in cambio di attività burocratiche le più svariate (purché distanti dallo spirito filosofico), quali organizzazioni di convegni, correzione di bozze, stesura di saggi che non contengano idee, tutt’al più idee (pardon: opinioni) di altri. Meglio se morti.

 

Non manca di mettere nero su bianco questa carnevalata, ovvero di pubblicare monografie a nostre spese, con editori che non investono in esangui filastrocche che si spacciano per cultura. Del resto, i filosofi non credono alla conoscenza: dovrebbero crederci gli editori?

Hanno pure tante riviste accademiche dove con la peer review si riconoscono tra loro. A naso, si riconoscono. Gli odori della putrefazione sono a loro familiari: ne conoscono le scale e le gradazioni. Ci fanno pure le classifiche. Per prendere punti in assenza di contraddittori, riflessione, confilosofare, calcolano il numero di pubblicazioni nelle loro riviste e tutte le volte che si citano l’un l’altro. Alcuni sono affascinati da tutta questa masturbazione, al punto che la chiamano scientificità e vorrebbero prendervi parte per darsi un tono. I più invece non ci capiscono nulla e con questo sperpero di risorse in una “cultura” inutile e anacronistica vorrebbero farla finita. La filosofia, che? Per  sviluppare lo spirito critico mica servirà andare a lezione da quelli lì? E, poi, non serve innanzitutto un posto di lavoro? E del denaro. Come no? E così periodicamente si torna a proporre di abolire la filosofia dalle scuole…

Infine, abbiamo la grossa novità degli ultimi anni: gli uomini di “cultura” hanno escogitato i festival filosofici. Gli affabulatori, le showgirls della filosofia, provano a intrattenerci. Un cianciare che vorremmo sperare sia il canto del cigno, anzi dell’oca. Ma al momento possiamo accertarci di una specie di pennuti soltanto: i polli, che siamo noi.

 

[Puntualizziamo per coloro che non vedranno la trave, ma la pagliuzza nell’occhio: benediciamo le eccezioni; facciamo questa serissima ironia non a distruggere, ma per collaborare all’Accademia dell’avvenire.]