Ci sono lustri che sembrano decidere il futuro in maniera più forte. Lo scrittore tedesco Ernst Jünger riteneva, forse condizionato dagli avvenimenti della seconda guerra mondiale, che essi si raccogliessero intorno alla metà di ogni secolo. Gli “anni decisivi” danno sintesi ai decenni passati e forma a quelli futuri, e anno silenzioso e grandioso fu il 1927. Silenzioso perché lo spirito non si manifestò sotto forma di «volumi d’acciaio e gas asfissianti», come ebbe a dire la dinamite futurista Marinetti, in Democrazia futurista, sulla «filosofia autoritaria germanica»; grandioso perché videro la luce Essere e tempo di Martin Heidegger, a ragione considerato il più influente scritto filosofico del secolo trascorso, e Il concetto di politico di Carl Schmitt, trattato (teologico) politico da cui non si può prescindere per affrontare con sguardo teorico la politica di ieri, oggi, domani.

Il 1927, però,  fu anche il quarto centenario della morte di Niccolò Machiavelli, ricorrenza che impegnò alcuni dei più grandi intellettuali del Novecento. Benedetto Croce, Raimond Aron, Leo Strauss e altri tornarono sulle pagine del fiorentino. Del nutrito gruppo fece parte Antonio Gramsci che, ancora rinchiuso al carcere milanese di San Vittore in attesa del processo, scrisse alla cognata Tatiana Schucht: «Quando cadde il centenario del Machiavelli lessi tutti gli articoli pubblicati dai cinque quotidiani che allora leggevo. […] Deviati dal problema puramente moralistico del cosiddetto “machiavellismo” non hanno visto che il Machiavelli è stato il teorico degli Stati nazionali retti a monarchia assoluta, […] che in realtà rappresentavano il problema storico dell’epoca che il Machiavelli ebbe la genialità di intuire e di esporre sistematicamente» (lettera del 4 novembre 1927). In una breve ma intensa riflessione sul pensatore politico italiano, si trattenne Carl Schmitt, a quel tempo ancora poco conosciuto in Italia, in un testo disponibile da pochi anni in traduzione italiana (Macchiavelli, a cura di G. Cospito, Il melangolo, Genova 2014, pp. 50; nominare il fiorentino con due “c” era una consuetudine dei tedeschi). Magnifico paradosso della storia volle che i fascisti, nel 1922, diedero alle fiamme la sede dell’«Avanti!» dove, con il fine di alimentare la propaganda antiparlamentare massimalista, si stampava il saggio del giovane giurista tedesco, Die Diktatur; così Gramsci non lesse mai Schmitt, né direttamente attraverso le traduzioni approntate da Delio Cantimori negli anni Trenta, né indirettamente attraverso l’analisi di Karl Löwith, che del pensatore di Plettenberg fu severo e appassionato critico. Schmitt, invero, provò interesse verso i comunisti, confrontandosi (mai sistematicamente) soprattutto con Marx, Lenin, Benjamin.

Schmitt, a detta di Heinrich Meier, ebbe nelle università tedesche e straniere più “allievi” di qualsiasi altro professore della sua generazione, nonostante gli fosse stato impedito dal 1945 di insegnare. Per un incontro del pensiero di Gramsci e Schmitt si dovette attendere gli anni di Alain de Benoist, con il suo gramscisme de droite, e degli schmittiani di sinistra Mario Tronti, Angelo Bolaffi, Giuseppe Duso, senza dimenticare Massimo Cacciari e Carlo Galli, colui che oggi, in Italia, detiene un certo monopolio del pensiero del giurista. Con Machiavelli, Schmitt ebbe un dialogo durato una vita intera, sia dal lato intellettuale (sono poche le opere in cui l’influenza del segretario fiorentino sia assente) che da quello “biografico”. Basti sapere che, obbligato a ritirarsi a vita privata, Schmitt rinominò la propria abitazione San Casciano, con un riferimento essoterico alla tenuta nella quale Machiavelli fu in esilio, e uno esoterico al santo di Imola, protettore dei professori traditi dai propri scolari – dopo la cacciata dall’Università, si sentì «pugnalato da alcuni allievi», come confidò a Lanchester in un’intervista del 1982 (Un giurista davanti a se stesso).

Unico scritto interamente dedicato a Machiavelli, il saggio del 1927 ricorda l’importanza secolare del Principe e dei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, e l’immoralità «sobria e modesta», diversa da quella di carattere «entusiastico e profetico» di Nietzsche. Solo in Europa il suo «sguardo costantemente rivolto alla realtà» avrebbe scosso la “repubblica delle lettere”; a oriente lo avrebbero sicuramente considerato inoffensivo, tanto sono capaci di più radicale immoralismo. «Oggi chiunque sa con quale semplicità e sicurezza un grande apparato “psico-tecnico” sia in grado di manipolare le masse per mezzo della propaganda», scrive Schmitt. «Chi oggi, dopo simili esperienze, legge il Principe, ha l’impressione di ascoltare una persona tranquilla e ragionevole, e sente che il politico, che in fondo è una componente ineliminabile della natura umana, in Macchiavelli viene compreso per come è e non si è ancora trasformato nel servitore di forze anonime e invisibili». Quali siano tali forze anonime e invisibili, non è dato sapere. «Le mie idee sarebbero cattive se gli uomini fossero buoni; ma gli uomini non sono buoni».