di Luca Gritti

“Non posso continuare a riporre speranze nel Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il “Giappone” è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo d’Asia estremo-orientale, un grande paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare”. Questa profezia non proviene da un occidentale esperto di estremo oriente, come spesso accade, ma fu scritta in giapponese da un uomo che in Giappone nacque e crebbe, che fece del Giappone la sua sola bandiera ed il suo unico ideale, assistendo al crepuscolo dei valori tradizionali che abdicavano destinando il paese alle lusinghe della modernità, della tecnologia, dell’americanizzazione. L’autore in questione è Yukio Mishima, riabilitato e incensato dopo decenni di oblio. I suoi romanzi erotici, che raccontano l’inquietudine ed il turbamento per la sua omosessualità latente e mai rivelata, sono pubblicati dalla Feltrinelli e recensiti da giornali progressisti.

Si legge la vita e l’opera di Mishima e sembra di vedere il gemello giapponese di Pasolini, una sorta di suo alter-ego nipponico: i due non si conobbero – nonostante un famoso amico comune, Moravia-ma la loro storia è colma di parallelismi, analogie talvolta impressionanti. Entrambi erano omosessuali che celavano la propria omosessualità come scandalo e provocazione; entrambi furono custodi del passato contadino, rurale e religioso della loro nazione e ne fotografarono rassegnati il trapasso a favore della società dei consumi, del materialismo e del benessere opulento; entrambi avevano un rapporto controverso con la loro attività letteraria: non sapevano rassegnarsi ad essere intellettuali da salotto, avevano come l’urgenza che la loro vita corrispondesse la loro opera, che la loro arte travalicasse le pagine sterili ed impotenti della letteratura e si facesse vita ed azione; entrambi videro quest’ansia inappagata condurli a lambire volutamente il pericolo, a subire una fascinazione irrequieta del macabro e dell’oscuro, che li condusse, sia pur con modalità e tempi diversi, ad una morte scandalosa che destò clamore ed incredulità- Pasolini fu ucciso in modo ancor oggi poco chiaro mentre s’intratteneva con un ragazzo minorenne, Mishima si uccise in diretta Tv infilandosi una spada nel petto, secondo la forma rituale del suicidio giapponese.

Se oggi si parla e si pubblicizza Mishima romanziere, Mishima omosessuale e Mishima autore di romanzi erotici, è ancora misconosciuta l’altra faccia della sua opera e della sua vita, che resta un tabù per molti editori e critici. Resta come occultata l’attività politica e di polemista dell’artista, che si affiancò a quella letteraria fino a diventare sempre più preponderante per l’autore, finalmenteò ben restituita da un piccolo libro di recente pubblicazione, dall’eloquente titolo Lezioni Spirituali per Giovani Samurai. Mishima infatti nel corso degli anni sessanta fondò una sorta di gruppo politico e para-militare, che avrebbe dovuto fiancheggiare l’esercito destituito da ogni prerogativa a condurre una restaurazione dell’Impero che gli americani vincitori avevano rovesciato. Mishima non sapeva rassegnarsi alla fine del Giappone tradizionale, alla fine della sovranità politica e militare del suo paese condannato ad essere ridotto ad un’ingombrante colonia degli states; ma non seppe digerire, più che l’abolizione dell’esercito autonomo e la fine dell’indipendenza militare, l’americanizzazione della cultura, l’ignavia subdola delle classi dominanti e della rampante borghesia mercantile, che abiurarono con totale disinvoltura la cultura giapponese per imitare, secondo un modo caricaturale su cui Mishima non si fa scrupolo ad ironizzare, gli usi ed i costumi occidentali.

“Il pensiero diffuso è che giapponese sia sinonimo di barbaro”: anche nel Giappone di allora si vedeva quella sciocca esterofilia che ancora oggi s’impone trasversalmente in Italia: italiano è uguale a barbaro, quindi anziché valorizzare la propria identità, meglio scimmiottare quella altrui, inseguire quest’ansia ebete di essere “civili” Ma nella conversione di Mishima, da letterato a militare, da uomo di pensiero ad aspirante samurai, non c’è solo l’orgoglio tradito di un uomo che vuole salvare il suo paese, dell’esteta, decadente ed un po’ dandy (Oscar Wilde era uno dei suoi autori di riferimento) disperato imitatore della nobiltà del passato per distinguersi dalla mediocrità del presente: c’è anche il conflitto interno, tra pensiero ed azione, tra anima e corpo.

Mishima racconta di come da ragazzo capitò che fosse insolentito da dei giovani militaristi, che lo irridevano per la sua vocazione letteraria, dandogli dello sfaticato e dell’effemminato.  Quell’episodio confermò ulteriormente la sua aspirazione da scrittore, si dedicò con ancora maggiore costanza e tenacia al pensiero, trascurando il proprio corpo. Ma in quel nuovo contesto del dopo-guerra, riflette con ironia sul fatto che l’antimilitarismo ostentato degli intellettuali in quel momento finiva per essere funzionale alla nuova società giapponese, opulenta e benestante, imbelle e capricciosa. Scrive “non avrei immaginato di dover dare ragione, vent’anni dopo, ai miei compagni di allora”. In un memorabile capitolo delle sue Lezioni, intitolato Del Corpo, spiega come la concezione giapponese, permeata dal buddhismo, demonizzi il corpo in modo troppo drastico, vedendolo solo come una prigione dalla quale affrancarsi, mentre per la tradizione occidentale, a partire da Platone, il corpo è il simulacro dell’Idea, per approdare all’essenza delle cose, che pure resta superiore, non si può non passare attraverso il corpo.

Oggi, in un’epoca in cui tutti assurgono ad intellettuali, in cui ciascuno ha la pretesa che la sua ideucola faccia opinione, si capisce bene quest’insofferenza di Mishima nei confronti dei “socialisti da salotto”, quest’ansia che alle parole seguano i fatti, che la grandezza del pensiero sia rassomigliata dalla grandezza del corpo, fin all’eccessiva distorsione del concetto: egli infatti, dopo il suo profondo allenamento militare, arriverà ad affermare che la letteratura sia inutile al cospetto dell’azione, che le parole siano inadeguato di fronte alla bellezza ineffabile dei corpi. Su questo, ovviamente, si può dissentire: è vero che di fronte ad un bel corpo l’arte e la letteratura sembrano inadeguate e superflue; ma è pure vero che la bellezza di un corpo è fugace e momentanea, e allora è lei a supplicare l’arte che la immortali, che la preservi. Alla fine di Dorian Gray non rimane il corpo, ma il ritratto. Resta però nobile il tentativo di Mishima di forgiare un corpo che rassomigli il suo pensiero. La sua storia è la raffigurazione plastica delle idee sulla corporeità di Leopardi e di Nietzsche: entrambi coltivarono un’intelligenza unica dentro un corpo malato, rattrappito, quasi inesistente; insieme però furono affascinati e cantarono le lodi della salute e della bellezza corporale, rimpiangendo di aver trascurato il proprio corpo.

A fronte dello sfacelo fisico dell’Occidente pasciuto a McDonald e Coca-Cola, si staglia la l’intuizione di voler sviluppare un corpo all’altezza del proprio pensiero: non si può essere credibili se si disserta di guerra e geopolitica, vagheggiando la rivoluzione e scrivendo parole incendiarie, da pulpiti salottieri, da adipose poltrone televisive, sapendo bene che non si sarebbe neppure in grado di difendere se stesso da un aggressore. Probabilmente la vita non può coincidere con l’opera, il corpo con l’anima, l’azione con l’idea, o se può farlo è solo al prezzo dell’autodistruzione e della morte; ma chi non fa almeno un tentativo di far seguire all’idea l’azione, all’anima il corpo, allora riempie fogli e quaderni soltanto di parole vane.