di Giuseppe Grossi

Parte II

Per comprendere in pieno la posta in gioco e il valore dei concetti fin qui presentati, è doveroso chiarire come L’operaio e, più in generale, il suo autore, non siano comprensibili al di fuori del contesto storico in cui sono inseriti. L’operaio apparve nell’autunno 1932. In quegli anni, nessuno ormai poteva negare che il vecchio ordine di cose fosse insostenibile, né sopravvivevano dubbi sull’avvento di nuove forze. Der Arbeiter non sarebbe potuto nascere in una circostanza diversa da quella del disfacimento del sistema politico-amministrativo tedesco dell’ultimo periodo della repubblica di Weimar: sono gli anni tumultuosi della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice, dove autori come Spengler, Schmitt, Guénon, Sombart, Evola, Moeller van den Bruck e Mohler si interrogano, a cavallo fra i due conflitti mondiali, sull’evento più importante e rivoluzionario del secolo: l’onnicomprensiva espansione della tecnica e gli effetti morali, sociali, militari e politici da essa prodotti. Il rifiuto verso il regime liberal-democratico e borghese creatosi in Germania all’indomani della sconfitta bellica e della caduta del kaiserismo, la sferzante critica nei confronti del parlamentarismo e della democrazia, definiti come la “tirannia del denaro”, si accompagnano all’esaltazione dell’esperienza della guerra, dello spirito cameratesco e dei valori marziali ad essa connessi. Tutto ciò delinea bene l’esplosivo quadro sociale e culturale in cui Ernst Jünger elabora e pubblica Der Arbeiter. Ma, oltre che essere “figlia del proprio tempo”, l’opera è anche il risultato di esperienze personali; basti ricordare che, in quel tempo, Jünger è, oltre che intellettuale, saggista e scrittore di fama, anche reduce di guerra, avendo partecipato con onore a quella “guerra dei materiali” di cui sono fondamentali documenti i suoi romanzi bellici, quali Nelle tempeste d’acciaio (In Stahlgewittern, 1920) e Il boschetto 125 (Das Wäldchen 125,1923). Ai tempi della Grande Guerra, Jünger è comandante di truppa d’assalto sul fronte di Verdun. Ferito circa tredici volte sul campo di battaglia, otterrà, oltre alla Eisernes Kreuz, la decorazione “Pour le mérite”. Ma, pur tenendo costantemente presente l’orizzonte storico-politico, a chi scrive sembra fondamentale non dimenticare le parole dell’autore che definiscono la figura dell’operaio come forma metafisica e non come mero prodotto della storia.

Se dunque la storia ci permette di cogliere il contesto contingente da cui trae origine l’opera, d’altra parte non si può dimenticare che, nelle intenzioni dell’autore, vi sia la volontà di “vedere” la storia tramite parametri che la trascendono se, come chiariremo in corso d’opera, è vero che è la forma a plasmare l’evoluzione (e la storia) e non viceversa: “(…) la Storia è qualcosa di più; essa è forma, con la stessa forza e certezza con cui essa ha per contenuto il destino di forme”. Leggendo L’operaio si comprende come la metafisica non sia un coagulo di idee astratte e staccate dalla realtà, ma un insieme di principi che, nella prospettiva dell’autore, vivificano la realtà, conferendole un valore destinale. Dinanzi alla profondità speculativa dell’autore, ad uno stile marmoreo, cristallino e allo stesso tempo quanto mai sferzante nei confronti della sua epoca, l’unico criterio metodologico qui seguito è stato quello della fedeltà al testo, senza dimenticare l’importanza di collocare e prospettare la ricostruzione testuale in un personale percorso problematico–tematico, con l’esplicita preoccupazione di non cadere nella “tendenza, trasversale e diffusa, (…) a privilegiare decisamente un concetto di interpretazione che riassorba in sé tanto il dato che viene interpretato quanto il soggetto stesso che (lo) interpreta”.