di Antonella D’Eri

Nell’ormai lontano 4 dicembre 2011 viene trasmessa la prima puntata di Black Mirror, serie televisiva inglese ideata da Charlie Brooker. La serie prevede la trasmissione di episodi apparentemente staccati fra di loro, con sceneggiature indipendenti, ma tutti collegati da uno stesso fil rouge: la progressione delle nuove tecnologie, il loro miglioramento e affinamento causa effetti collaterali e imprevedibili sull’individuo e sulle comunità umane che si trovano a fronteggiare le tecnologie di ultimissima generazione, sempre più morbide e per questo invasive e destabilizzanti.

Non c’è quindi da meravigliarsi se la vita umana, la percezione dello spazio e del tempo e perfino le relazioni con il sé e con gli altri iniziano ad apparire in una prospettiva espansa, dove il confine tra realtà e finzione si perde verso l’acquisizione del controllo totale del pensare e dell’agire umano. Già il titolo è emblematico: Black Mirror, appunto, specchio nero. Apparecchi televisivi, computer, fino ad arrivare allo smartphone, sono tutti accomunati dalla stessa fisionomia: all’apparenza un semplice ed innocuo schermo nero che, però, si rivela essere la via d’accesso verso una pluralità di mondi possibili, verso confini inesplorati e sempre più labili di senso e di relazione. Dietro lo schermo nero dei dispositivi tecnologici sia di vecchia che di ultima generazione si cela   l’orizzonte promiscuo e nebbioso di ciò che ci lascia alienati di fronte a tanta raffinatezza della tecnica e che al contempo ci affascina e ci logora, nel pensiero che tutto ciò che viene riprodotto, tutto ciò che si vede e che si ascolta sarà sempre sfuggente e proprio per questo sempre estremamente affascinante. Lo schermo nero assume un valore cultuale di benjaminiana memoria, come totem dall’aspetto quasi religioso, che possiede in sé un mistero che non potrà mai essere svelato, ma al quale si dovrebbe rimanere fedeli e ubbidire ossequiosamente. Black Mirror è lo specchio sul quale poter riflettere desideri nascosti, tensioni promiscue volte all’ottenimento di quello che fino a non molti anni fa era del tutto proibito, semplicemente grazie allo scorrimento delle dita su una superficie solo apparentemente fredda, ma che proietta ad un coinvolgimento carnale potente e totalizzante. In merito a ciò e molto altro è cosa nota che Stanley Kubrick avesse precorso i tempi. È addirittura del 1968 uno dei suoi film più importanti, che hanno cambiato radicalmente la storia del cinema e dell’immaginario estetico e visuale, 2001: Odissea nello spazio.

Densi sono i riferimenti filosofici in questa pellicola, nonostante la quasi totale assenza di dialoghi, ridotti al minimo e spalmati su un lungometraggio di oltre centoventi minuti. In un silenzio mistico, che pervade tutto il film e anche lo spettatore, ammaliato e incantato da spazi immensi nei quali l’uomo volteggia rivelandosi in tutta la sua miseria e la sua finitudine, c’è un protagonista silenzioso che compare per ben quattro volte e che scandisce il rapporto che l’uomo ha intrecciato e intreccia con il miracolo che porta dentro, come soggetto agente nel mondo della vita e capace di intenzionare e significare la realtà che lo circonda: il monolite nero. Quest’ultimo, esteticamente assimilabile ad un moderno smartphone, sta lì, immobile, accanto all’uomo dall’alba dei tempi, che controlla le sue azioni, che lo conduce verso l’ultimo atto dell’umanità, quello che vedrà il suo annullamento e la sua rinascita. È immobile, compatto, ma soprattutto nero. Non ci si può specchiare, non vi si può vedere attraverso, è alto, maestoso e sembra celare tutta la complessità alla quale il nostro essere uomini ci chiama, ma alla quale, proprio per il fatto di essere umani e mortali, possiamo soltanto anelare. I dispositivi tecnologici del nostro tempo non fanno altro che ricalcare quella fisionomia monolitica, dando l’illusione che dietro quello schermo possa nascondersi una totalità alla quale aspirare, ma dalla quale si può essere solo schiacciati perché così grande da risultare incomprensibile. Quella degli smartphone, dei tablet, è però solo un’alienazione prodotta dal sistema che chiede agli uomini di essere tutti assoggettati ad una realtà virtuale e carnale che non lascia scampo e che stravolge totalmente i sensi e il modo tutto umano di stare nel mondo della vita, creando una spaccatura fra ciò che è e ciò che è in potenza d’essere, ciò che è reale e ciò che è possibile. Il monolite kubrickiano, invece, in modo del tutto anticipatorio, rivela una tensione diversa: esso non aliena l’uomo di ogni epoca, al quale si rivela in modo estemporaneo, ma imponente; al contrario pone l’uomo in contatto con una totalità e un’infinità verso cui egli può soltanto tendere, ma che rappresenta una parte costitutiva del suo essere manifestazione empirica e particolare di una volontà più grande e solenne, una soggettività trascendentale, come l’avrebbe chiamata e descritta Edmund Husserl.

«L’ego cogito trascendentale designa nella universalità del suo vivere una molteplicità aperta e infinita di esperienze concrete e individuali.» (E. Husserl, Meditazioni cartesiane. Con l’aggiunta dei Discorsi parigini, Bompaini, Milano 2009, p. 68).

È con queste parole che Husserl descrive la soggettività trascendentale, il principio di organizzazione primo e ultimo che sottende, regola e attraverso il quale si esplica tutto il pensiero e l’agire umano. Ogni cosa, nella visione fenomenologica husserliana, prevede la presenza di vincoli organizzativi attraverso i cui esplicarsi nella sua singolarità empirica e fattuale; il vincolo alla realizzazione umana è dato appunto dalla soggettività trascendentale, presenza tacita che dialoga con il particolarismo e la finitudine umana. In un primo momento, durante l’alba dell’umanità, il rapporto con il monolite è ancora per lo più carnale, fisico: le scimmie antropomorfe lo toccano, dapprima con esitazione e poi quasi con violenza, lo colpiscono con forza, cercando di creare un contatto nell’unico modo che era dato a loro conoscere, quello più semplice, quello sensistico; nel progredire della storia dell’uomo il rapporto con il monolite diventa più contemplativo e al contempo l’intelligenza e l’agire dell’uomo progrediscono. Nonostante Kubrick avesse dichiarato in un’intervista del 1970, The film Director as Superstar di Joseph Glemis, che il monolite poteva essere assimilabile ad una presenza aliena, l’ipotesi che possa essere ricondotto alla soggettività trascendentale husserliana sembra al quanto intrigante. È infatti proprio grazie al contatto con il monolite che l’uomo e la sua storia progrediscono, che l’uomo conosce la violenza e che inizia ad adoperarla come mezzo per modificare, secondo la propria volontà intenzionante, la realtà che lo circonda fino ad annullarsi come umano e a rinascere, probabilmente, illuminato dall’alba di una nuova era.

Per concludere con le parole di Husserl, «l’essere dell’ego trascendentale precede per me, nel senso della conoscenza, ogni essere oggettivo: in un certo senso esso è il fondamento e il piano su cui si articola ogni conoscenza oggettiva.» (E. Husserl, Meditazioni cartesiane, p. 59), si sottolinea, dunque, come senza presenza della soggettività trascendentale, ogni conoscenza umana sarebbe impensabile; il suo progredire storico e conoscitivo, nonché relazionale finanche alla sua rinascita prevede l’oscura, ma al contempo luminosa presenza della soggettività trascendentale, della sua presenza che assicura l’essere contingente umano e la traccia del suo passaggio per le future generazioni.