I grandi sociologi o filosofi sociali non sembrano darsi troppe preoccupazioni riguardo al metodo a sostegno delle loro teorie. “Ogni concetto è prodotto da una violenza dell’identico sul differente” come ci insegna Nietzsche, vale a dire, nel nostro caso, che tutte le schematizzazioni non potranno mai comprendere in un disegno totale la complessità e le sfumature del mondo. Sicuramente consci di queste difficoltà ma forti dell’oblio necessario ad ogni creazione, nondimeno si avventurano in articolate teorie per cercare di dare conto del fenomeno globale, giacché questo c’è. Proprio questo è il paradosso, dover spiegare l’inspiegabile (il mondo nella sua totalità) quando questo è di nostra quotidiana esperienza. Uno dei più apprezzati sociologi del nostro tempo è sicuramente Zygmunt Bauman. La sua è una critica lucida e globale alla “modernità liquida”, il nostro mondo, e non prende le mosse da una corrente preconfezionata o formula una solida ideologia (non è un Marx o un Lenin, per intenderci): proprio questo è il segno del nostro tempo, lui non si fa portatore di un progetto millenaristico ma accetta parzialmente la fluidità del nostro tempo (in parte contraddicendosi, forse). Bauman prende atto della fine delle grandi narrazioni e non ne abbraccia in toto alcuna per criticare un mondo dai confini così fluidi. Sarebbe come cercare di colpire un fluido con una scure, non sortirebbe il minimo effetto, senza contare che i grandi presupposti della teoria critica per come si è sviluppata (contrasto al controllo statale e sociale nella vita dell’individuo) sono andati scomparendo o invertendosi, a suo dire. Per questo il suo pensiero non è definibile con la chiarezza e la schematicità di un grande del passato (fermo restando che anche queste sono semplificazioni). Quella che lui descrive è una società atomizzata, senza più un telos da realizzare ma in perpetuo movimento, dove la stabilità è divenuta un’utopia e dove si annega nel mare di infinite possibilità che non danno certezze. Si può leggere fra le righe un sottile tono nostalgico per l’epoca del capitalismo che lui chiama “pesante”, l’epoca delle ideologie, dei contorni definiti, delle sicurezze. Questa latente nostalgia la si può ravvisare anche in altri critici come Diego Fusaro, ma anche in alcune formazioni politiche. Ciò che molti lamentano, quindi, è proprio la mancanza di un fine, di una certezza, di una solidità che in questo mondo non è possibile rintracciare.

Chi invece era alle prese con il capitalismo “pesante” di cui sopra, come Gilles Deleuze, era di diverso avviso. Il suo pensiero voleva contrastare la tendenza a radicarsi, al dare forme una volta per tutte, per esaltare il pensiero rizomatico, sempre pronto a spostarsi. In Deleuze troviamo una svalutazione dell’identità e del concetto, visti come strumenti del potere per creare domini stabili. All’epoca era ancora fresca nella memoria la potenza delle grandi ideologie e i loro risvolti imbrattati di sangue. Spesso si dimentica quanto la rigidità e il nero dogmatismo abbiano fatto il male della storia dell’uomo (guerre di religione, totalitarismi…). Chi crea i significati ha anche il controllo del mondo, non lo si può negare se si pensa ai fenomeni commerciali a cui assistiamo oggi e a molto altro ancora. Il filosofo francese si lancia in un elogio della fluidità che invece, in altro contesto storico e sociale, sarà criticata da Bauman. Preve ha bistratto la filosofia di Deleuze proprio perché sarebbe una giustificazione ideologica dell’edonismo sfrenato e della società flessibile a cui siamo condannati. L’ideale di una vita con dei punti fermi relativi e temporanei è perfettamente funzionale alle grandi logiche di mercato, che ci vogliono perennemente in movimento e pronti ad assecondare le fluttuazioni del capitale. Alzi la mano, tuttavia, chi sarebbe disposto a credere a una grande narrazione, a un valore assoluto, senza condizioni: tutti, a patto che sia il proprio modo di vedere e non quello di un altro. Inevitabilmente un concetto totale porterebbe ad un nuovo regime di dominio, alla violenza, come indica il già citato aforisma nietzscheano. Nel contesto di fluidità in cui ci viene detto che viviamo non possiamo che presentarci come una schiera multicolore. Si arrivano a lambire le massime riflessioni circa i termini di assoluto e relativo studiando la contrapposizione fra fluidità e rigidezza. Ciò che appare chiaro è che né il camaleontico spirito deleuziano, né una rigida forma identitaria nostalgica (in qualsiasi sfaccettatura) sono esenti da critiche e presentano evidenti punti di difficoltà. Di più: neanche l’analisi di questa situazione può essere interamente condivisibile o sfocia in una conclusione diretta. Il massimo risultato che possiamo trarre con relativa certezza è questo: la vera critica dissidente si è posta come contrario alle storture del sistema in vigore, questo deve essere l’assunto dei rivoluzionari o riformatori di ogni epoca, per non rischiare di essere fagocitati da chi cercano di affrontare. Presupposto di ogni ribellione, quindi, è la conoscenza. Cosa banale, ma non scontata.