Sempre più voci si sollevano a denunciare il dominio capitalistico planetario che, dispiegate le sue forze, è così onnipervasivo da essere accolto come ciò che non può essere altrimenti, come il fatto di cui non è neanche più pensabile un’alternativa: ecco confezionato il cosiddetto pensiero unico, la filosofia del capitale. Una filosofia vera e propria, ché il capitalismo non riguarda solo l’economia, ma una ben precisa visione del mondo. Ogni economia, del resto, lo è. Il postmoderno – altrimenti chiamato, con sfumature differenti e toni meno accomodanti, relativismo e nichilismo – è l’orizzonte teorico dell’odierna fase del capitalismo: l’uomo si realizza nel denaro, con il quale – si dice – può fare quello che vuole senza renderne conto a nessuno, poiché  – si aggiunge – «la verità non esiste» e «nessuno mi può giudicare». Solo il capitalismo è reale, concreto: il denaro, la tecnologia, son elementi materiali. Tutto il resto è ciò che apparteneva ai moralismi, alle religioni, agli ideali dai quali ci si è liberati, da ultimo ci si è disincantati, per dirla in termini weberiani.

Il capitalismo è la sostanza degli ultimi due secoli, insinuatosi lentamente in tutti i meandri della quotidianità. Impossibile trovare un responsabile: è perciò appropriato parlare di sottosuolo o inconscio del pensiero. I pensatori, per quanto giganteggino sul loro tempo, sono nella loro epoca e, benché lo critichino, lo indirizzino, lo rendano consapevole, anche a loro non tutti i recessi – magari tra i più decisivi – rimangono celati. Per questa ragione anche di pensatori così diversi tra loro si può dire abbiano plasmato con le loro grandi teorie – e, certamente, anche con quello che girava sotto il nome delle loro teorie – il mondo capitalistico postmoderno: Darwin, Marx, Nietzsche. L’impensato e l’implicito del loro pensiero ha determinato il mondo che ci circonda. Non che l’umanità tutta non vi abbia contribuito, ma anche i pensieri dei maggiori pensatori non ne sono esenti, loro gli insospettabili. Proprio loro: Marx, che dedicò la sua esistenza a combattere il capitalismo, Nietzsche il grande disprezzatore di affaristi e piccoli uomini, Darwin, l’insospettabile scienziato. Eppure l’insospettabile scienziato è  colui che oggi più contribuisce alla mentalità invalsa del nostro tempo, perché agisce sotto il manto illusionistico e illusorio della scientificità nei suoi vari rifacimenti neodarwinisti. Ma dell’insospettabile si comincia a sospettare: iniziò ampiamente a farlo Enzo Pennetta nel 2011 con la monografia Inchiesta sul darwinismo, lo ha fatto da ultimo la scorsa settimana Diego Fusaro con l’articolo Ieri Marx, oggi Darwin: a ogni tempo il suo teorico.

La teoria di Darwin comporta un’intera visione del mondo, ampiamente dibattuta dalla comparsa dell’Origine delle specie prima e dell’Origine dell’uomo poi. Oggi questa visione del mondo non è più tematizzata non perché – come si sente dire – la teoria di Darwin fosse solo biologica, ma perché è proprio quell’immagine dell’uomo che diamo per scontata, alla quale siamo assuefatti. Abbiamo un gran parlare di diritti universali quando invece riteniamo che l’uomo divenga e che vari  a seconda dell’ambiente; abbiamo un bel criticare che l’ingiustizia prevalga, quando ciò che attesta l’adattamento è proprio il prevalere di ciò che prevale. Cosa ci dice Darwin? Sopravvive il più adatto. Chi è il più adatto? Colui che passa dal setaccio della selezione naturale. Chi passa dal setaccio della selezione naturale? Il più adatto. Detta in una sintesi ulteriore: accade ciò che accade e ogni valutazione non è che umana, troppo umana – per usare parole nietzscheane.

Si scorge la perfetta aderenza tra darwinismo e postmoderno? La crisi nichilistica che Nietzsche suggella nella celebre sentenza «Dio è morto» era già da tempo in atto e ha preso forma anche nell’opera di Darwin, che attraverso Malthus ci conduce alle porte della modernità, il cui guardiano invincibile è Hobbes, protetto dal mitico mostro del Levitano. Le contraddizioni che crediamo di rilevare nel nostro presente rimarranno sempre e solo velleità se non riusciremo a fare i conti quelle stesse contraddizioni che costituiscono il medesimo sottosuolo dell’opera di Darwin, Marx, Nietzsche e che li legano in un intreccio che è la trama del Novecento. Negli ultimi tre anni, tre testi cercano fare da segnavia a questo grande compito che ci attende. Nel 2016, da poche settimane, Enzo Pennetta prosegue la narrazione iniziata cinque anni or sono e lo fa con L’ultimo uomo. Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell”antropologia capitalistica. Alla fine del 2015, meno di un anno fa, chi scrive, con Gli strani casi del Dr. Darwin e di Mr. Marx. Il destino tragicomico di due teorie: il Novecento, ha inteso mostrare teoreticamente come in realtà la teoria dell’evoluzione di Darwin sia un fallimento di successo e il materialismo storico di Marx un’apologia del capitalismo. Nel 2014, Emanuele Severino, nella nuova edizione de La potenza dell’errare. Sulla storia dell’Occidente, così chiude una glossa sul Mein Kampf di Hitler:

Il testo «è basato su tre idee»: «darwinismo sociale» («lotta eterna tra forti e deboli», «selezione naturale», «spazio vitale» ecc.), «principio etnocentrico» (al centro dell’esistenza c’è una certa razza, un certo popolo) principio «della personalità». Qui vorrei rilevare che quei tre principi appartengono (in modo filosoficamente ingenuo) a una grande dimensione comune, che più o meno corrisponde ai due ultimi secoli della storia dell’Occidente. Quelli della «morte di Dio». Tutto a posto, allora, ritornando a Dio? No; la «morte di Dio» è la figlia legittima, inevitabile, della «vita di Dio». E invincibile sino a che non ci si sappia rivolgere al senso essenziale e non si sappia mettere in questione la «creatività» e la «volontà di potenza» dell’uomo ariano e non ariano che sia.

Qui non si tratta di una polemicuccia a colpi di ingenuità tra atei e credenti, tra scientisti e fideisti, ma di un’adeguata comprensione del nostro tempo e del nostro futuro.