di Valentina Gaspardo

«Il pensiero vive abbracciandosi alla colonna adamantina del vero: e ha bisogno di essa come fondamento affatto indispensabile»
G. Gentile, Sistema di logica

Di frequente accade di trovarci nella situazione ambigua di ammirare alcuni, e al contempo, di considerarli davvero modesti modelli di virtù.
Constatiamo continuamente atteggiamenti contrastanti: si reputa, generalmente, nell’ambito professionale una certa persona come degna di lode; in altro ambito, invece, la stessa come qualcuno di poco conto. Come può un individuo essere tanto ammirevole in certe circostanze e tanto deplorevole in altre? Al vicolo cieco siamo accompagnati dal più bieco relativismo.
La circostanza buona entro cui ricade la nostra lode, è sempre quella pratica (relativa cioè a un sapere pratico). Diciamo, allora, esemplificando, che quel tale è un ottimo chirurgo, ma è una persona scortese; che quell’altro è agonisticamente fortissimo, ma è irrispettoso nei confronti degli amici; che quel professore conosce la fisica, ma è maleducato; ecc. L’altro lato, invece, cattivo è sempre chiamato al seguito dei precetti postmoderni astratto:la morale sarebbe un sapere evanescente, soggettivo. Ognuno vuole il proprio bene, ma, non essendo che un sapere arbitrario e opinato, qualunque gesto sarà ugualmente lecito e assolto.
Il binomio pratico-astratto però, considerato nella sua verità, esibisce altro. L’equazione pratico = buono è esatta. Corretta è anche quella che identifica l’astratto al cattivo. Ma che la morale sia astratto vaneggiamento mentre una qualunque altra disciplina sia un sapere pratico è un presupposto infondato. La chiave è capire cosa voglia dire la praticità a cui aneliamo.

Un sapere pratico è quello per cui consideriamo le relazioni in cui si svolgono i suoi momenti come necessarie. In una disciplina, per raggiungere lo scopo, è necessario agire in modo giusto. Il che non implica che non si possa fare altrimenti, solo che questo “altrimenti” ne decreterebbe il fallimento. La disciplina vuole la verità.
Un sapere astratto è invece quello per cui non si conosce tal necessità, tal verità: è la posizione di relazioni vaghe e imprecise. E non coincide affatto con la morale (ecco subito l’esempio di questa sorta di relazione). Che non si veda il riscontro fenomenologico, reale, di alcune idee (verità, giustizia, bontà) è falso; nell’esperienza si comprendono eccome, e lo stesso relativismo ne rileva la molteplicità, non l’assenza. Semplicemente sono evanescenti le relazioni poste; insufficienti le ragioni date. Pensiamo il carattere “poco pratico” di alcune questioni solo perché non sono giustificate. La loro inconsistenza è l’inconsistenza della loro ragionevolezza.
L’astratto, allora, è tale solo per mancanza di conoscenza: non significa che vi siano ambiti astratti; significa che di questi ambiti non sappiamo la verità, la praticità. E non ci impegniamo in tal senso perché ne è stata decretata l’inutilità. E questo ignorare è appunto quello che il relativismo decreta come assoluta evidenza morale. Data la molteplicità di relazioni che si mostrano, nessuna è quella vera; ognuno agisce come agisce, e non è possibile capire chi lo fa in modo giusto.
Dunque è chiaro che si vengano a creare lacerazioni di cui non si sa dare ragione. Se l’etica si immagina relativa – e in realtà non esiste uomo al mondo che viva in quell’indifferenza – come può qualcuno essere disciplinato in questa? Se mai si inizia a vedere la necessità logica di cui è permeata la parte “astratta”, e cioè l’essenza razionale di essa, mai si potrà capire la sua assoluta praticità: che poi è la medesima verità che sottende i rapporti dell’altra. I lembi che ci ostiniamo a tenere distinti – ci riusciamo peraltro solo in apparenza e con fatica –, sono costituiti dalla stessa legge.

La nostra esigenza pratica è la stessa esigenza di verità e giustizia.
La pratica, quella che comunemente chiamiamo tale, elogiandola, di verità e giustizia è appunto intrisa. Quando, infatti, chi ammiriamo si trova nelle circostanze da noi apprezzate, egli è – entro i suoi limiti (che saranno il concreto suo valore) – giusto. Padroneggia una disciplina perché vi sottostà, padroneggia le relazioni necessarie che ne definiscono i momenti. Così il buon medico sa esattamente come, dove, perché agisce e non disobbedisce affatto al suo sapere. Non mancherà di parola rivolgendosi all’infermiera, non agirà con capriccio, non sceglierà arbitrariamente, non sarà disonesto con sé e gli altri nei precisi atti dell’operare, poiché sa che tali mancanze inficerebbero la riuscita del suo lavoro. La mancanza di siffatta trasparenza equivarrebbe all’impossibile riuscita dell’operazione. Allo stesso modo il buon giocatore di qualsivoglia sport (ora di squadra, ma vale parimenti per ognuno di quelli qui trascurati) non sbaglierà volontariamente il passaggio al suo compagno, non lo metterà in difficoltà o in condizione di svantaggio per il gusto di farlo. E anch’esso sa che se lo facesse, implicherebbe immediatamente il risultato contrario a quel che desidera, cioè l’essere il buon giocatore di cui si parla. E ancora il buon professore, mentre spiega, non potrà prescindere dalle leggi che conosce, e dalla storia di essa disciplina come ragionevole processo che conduce ai nostri giorni; e ad esse dovrà obbedire e dovrà volere che anche i suoi studenti l’imparino, e di conseguenza volerli saper educare al meglio, in modo giusto. Se facesse altrimenti nessuno avrebbe il buon cuore di definirlo un bravo insegnante.
La giustizia – il saper fare bene – è assoluta pratica.
Non esiste buona pratica senza giustizia, morale, verità: nessuno è bravo in ciò che fa se agisce a sproposito.
Ma possiamo spingerci ad affermare che neppur il peggior criminale potrebbe esistere senza giustizia. Il più cattivo degli uomini, infatti, anche per poter agire male, deve sottostare ad essa. Giacché mentre agisce, deve essere fedele al suo proposito, alle circostanze e alle persone favorevoli ad esso: se così non fosse e se fosse ingiusto (anche!) verso di loro, non sarebbe criminale, né uomo. Ma non si rende affatto conto di ciò, perché concretamente non sa quello che fa. Non ha la minima idea di quanto le sue contraddizioni riescano a svilire ciò che ama. Nessuno che manchi sempre di onestà può sopravvivere: «chi è perverso da capo a piedi e assolutamente ingiusto, è anche assolutamente incapace di agire» (Platone, Resp. 352c); e ancora:«Anche coloro che vendono e comprano, che danno e prendono in affitto; coloro, insomma, che s’ingolfano negli affari, hanno necessità di giustizia per sbrigare le loro faccende. Ed è così grande il potere della giustizia che perfino coloro che si pascono di misfatti e di scelleratezze non possono vivere senza almeno un’ombra di giustizia» (Cicerone, De Off., II, 40).

Il duplice volto che constatiamo, allora, lungi dall’essere dato da una differenza di ambiti pratici o astratti, deriva da questo: non scorgere l’inesorabilità della giustizia.
Se il medico sapesse che la riuscita di ogni ambito della sua esistenza (il suo bene) dipende, proprio come in sala operatoria nel suo essere intento in ciò che ama, dalla giustizia (come verità di relazioni) che lo muove, cercherebbe in ogni luogo cosa essa sia, e in seno ad essa agirebbe. Il giocatore non tradirebbe il compagno di squadra dopo la partita, se si accorgesse che il tradimento uccide ogni bellezza, bontà e vittoria propri non solo in campo, ma anche al di fuori. Il professore non sarebbe maleducato se sapesse che quell’atteggiamento, come accadrebbe in classe se sostituisse quel fare al legame vero che ha con gli studenti, è antitetico a ciò in cui crede.

Queste scissioni non sono che lo specchio dei nostri spettri irrisolti, lo spesso contorno del nostro limite, di ciò che non sappiamo. E quel distruggere dell’ignorare distrugge noi stessi. A causa della nostra cecità calpestiamo lo stesso principio per cui sappiamo fare le cose che amiamo. Un attimo lo abbracciamo e l’istante dopo fingiamo che non esista.
Se invece di accogliere vaniloqui sulla relatività della morale, guardassimo davvero in volto la concretezza del valore che ovunque si manifesta nella sua ferrea legge, e ci adoperassimo a metterlo in luce, allora potremmo supplire alle nostre mancanze, che di astratto e soggettivo, nel senso relativistico del termine, hanno ben poco.