Ci sono saggisti che, attraverso i propri libri, riescono a mettere in luce cose che la maggior parte delle persone non riesce nemmeno ad immaginare. Le loro pagine sanno di profezie, in via di realizzazione. È questo il caso di José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo che con La ribellione delle masse, cerca di mettere in guardia la società europea degli anni ’30, da quella tempesta che, dopo averla colpita, la lascerà agonizzante. Da lì a poco, infatti, a seguito del secondo conflitto mondiale, il Vecchio Continente perderà il ruolo di guida planetaria che aveva ricoperto per secoli, e, una volta pienamente americanizzato, si piegherà ad un nuovo ordine. Questo nuovo ordinamento, però, è figlio della nascita del suo malessere: l’avvento delle masse al pieno potere sociale. La massa è un agglomerato di “uomini medi”, capace di obliterare sia l’individuo che la comunità, in quanto, scrive Ortega: «Massa è tutto ciò che non valuta se stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri».

La massa è, infatti, l’effetto di una realtà sempre più democratica (il filosofo parla di “iper-democrazia”, dove chi non pensa come “tutto il mondo” rischia di essere eliminato) e la causa della società consumista, che dall’America nel dopoguerra invaderà l’Europa. Certo, di massa sono anche i totalitarismi, dal fascismo al bolscevismo, che il pensatore spagnolo bolla come forme di regresso verso la barbarie, non tanto per i contenuti, quanto per le modalità di applicazione. Iper-democrazia e totalitarismo sono dunque due facce della stessa medaglia, visto che sostengono entrambe quella che viene definita la “ragione della non-ragione”, ovvero il diritto, da parte di tutti, di imporre le proprie opinioni: un paradosso linguistico, che, però, continua a trovare molteplici riscontri nella realtà ancora oggi.

In un tale stato di cose, Ortega, sulla scia delle riflessioni di Rousseau e di Alexis de Tocqueville, e anticipando quella di Charles Taylor, illustra il grande malessere che affligge la modernità: «Viviamo in un tempo che si sente meravigliosamente capace a realizzare, sebbene non sappia cosa realizzare. Domina tutte le cose, però non è padrone di se stesso. Si sente smarrito nella sua stessa abbondanza. Con più mezzi, più sapere, più tecniche che mai, avviene che il mondo attuale procede come il più infelice che ci sia mai stato: sempre alla deriva». Proprio il fatto di avere tantissimi mezzi per pochissimi fini, porterà a quella che Lyotard, nel 1979, chiamerà “post-modernità”, ovvero quel periodo interno all’era moderna, che vede la fine dei grandi racconti (ideologici, religiosi, politici), lasciando l’umanità nelle sole mani del sapere tecno-scientifico. Anche quest’ultimo, oggi sempre più imperante, viene messo in luce (nella sua proto-forma) nel saggio, attraverso la condanna dello specialismo (nel senso di riduzionismo) e della meccanizzazione. Secondo Ortega lo specialista è saggio (della sua disciplina) e allo stesso tempo ignorante (delle altre): «in politica, in arte, nei costumi sociali e nelle altre scienze prenderà posizione da primitivo, da ignorantissimo; però le assumerà con energia e sufficienza, senza ammettere – e questa è la cosa paradossale – “specialisti” di queste questioni». Non sembra il ritratto perfetto dei burocrati attuali?

Nella parte finale del libro, il filosofo spagnolo rintraccia come problema principale, l’assenza di morale in qualsiasi forma, visto che essa pretende la sottomissione a qualcosa, mentre l’uomo-massa rifiuta di sottomettersi ad alcunché, al di fuori di se stesso. Questo fenomeno appare ancora attuale, nell’incarnazione del relativismo, mentre l’altra grande causa del disordine, individuata nello strapotere dello Stato-nazione, appartiene al secolo scorso. Di fatto, la ribellione oggi si è fatta impero, globale e trans-nazionale: le masse, ovvero i ceti medi, sono la causa e allo stesso tempo la conseguenza della società dei consumi. Da esse, dipendono le insegne onnipresenti dei marchi multinazionali, il cibo spazzatura dei fast-food, l’agglomerazione nei centri commerciali,la spettacolarizzazione della politica e molto altro ancora. Ma, come suggerisce Ortega, sarebbe sbagliato confidare, per il futuro, in un ritorno al passato: proprio l’aumento delle conoscenze, e quindi dei mezzi, rappresenta la speranza per un domani ricco di finalità, alla portata di tutti. La moltitudine ha sì obliterato personalità eccellenti e comunità attive, ma entrambe continuano a nascere e rigenerarsi in forme e contesti differenti. E questo, in un’epoca di incertezza, vorrà pur dir qualcosa.