Negli ultimi tempi si ritorna a parlare di un tema che è sempre stato considerato e percepito come ostico. Parlare della democrazia, delle sue eventuali storture, dei suoi limiti non è mai stato compito facile. E questo per una serie di ragioni: in parte dettate dalla storia degli ultimi 70 anni, in parte per motivazioni legate alla mera conservazione del potere esistente. Stante ciò, colpisce in maniera davvero singolare che negli ultimi anni un giudice costituzionale emerito, nonché un fine accademico come il costituzionalista Sabino Cassese, si interroghi, nel suo ultimo libro (Sabino Cassese, La democrazia e i suoi limiti, Mondadori, Milano 2017), su di un sistema – come lui testimonia – che registra in diverse parti del mondo malcontenti e, per questo, necessita di qualche chiarificazione.

9788804675181_0_0_0_75

La ragione affascinante che muove l’intento di Cassese è quello di spiegare il funzionamento della democrazia mettendo, tra l’altro, in evidenza come non tutte le componenti dell’ordinamento repubblicano siano democratiche, e per fortuna! La costituzione, infatti, sia all’art. 97 comma 4: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» che all’art. 106 comma 1: «Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso», introduce dei veri e propri “limiti alla democrazia”. Non a caso il giurista definisce la pubblica amministrazione e la magistratura come le “componenti aristocratiche dello stato democratico”. Il filosofo politico statunitense Jason Brennan parlerebbe, in questo caso, di un perfetto esempio di  “epistocrazia” (J. Brennan, Against  democracy, Princetown University Press), un ordinamento che conferisce il potere sulla base della conoscenza.

Concetti non nuovi per la verità; basta sfogliare qualche pagina della vasta produzione platonica per ritrovare in tutta la sua maestà, fluidità e, persino, ironia tesi che vanno dal terreno politico sino ad arrivare all’analisi antropologica del cittadino nelle diverse forme di governo. E’ interessante soffermarsi per qualche istante su una di queste riflessioni (che proprio perché condotte indagando la personalità umana, acquisiscono un “valore metastorico”) che il filosofo ateniese propone. Nel VIII Libro della Repubblica, Platone, descrivendo la corruzione a cui col divenire del tempo è soggetta la Kallipolis – la città perfetta dove al comando ci sono i filosofi – passa in rassegna le diverse forme di governo e i corrispondenti tipi umani in forma via, via discendente.

Busto ritraente Platone

Busto ritraente Platone

Di fondamentale importanza risulta essere il passaggio dal regime timocratico, fondato sul principio dell’onore (timè), a quello oligarchico, fondato sulla ricchezza (ploutos). Al tipo umano del condottiero, in cui prevale la parte impulsiva e volitiva dell’anima, vi è la transizione verso l’homo oeconomicus, il cui unico scopo è quello di acquisire ricchezze e in cui prevale la parte più bassa e rapace dell’anima: l’istanza desiderante. Aspetto, quest’ultimo, che contraddistinguerà anche il tipo umano degli ultimi due regimi che gli succederanno, vale a dire la democrazia e la tirannide. Ebbene lo stesso Cassese, a pagina 37 del suo testo, afferma che la democrazia è da intendersi praticamente come il governo di una parte dell’oligarchia per conto del popolo. Diviene davvero difficile, talora risibile, tentare di dimostrare che oggi i partiti politici non costituiscano di fatto delle oligarchie. Oligarchie, si badi bene, che come già faceva notare Max Weber ad inizio dello scorso secolo, non sono determinanti né necessarie al fine dell’esistenza di una democrazia, tanto che – parlando nel 1920 – «l’esistenza dei partiti non è contemplata da nessuna Costituzione».

La nostra stessa Carta ne fa un rapido accenno solamente all’art. 49:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

La scuola elitista di inizio ‘900, con a capo Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, fornisce una illuminante analisi della rapporto massa-élite. In particolare il primo pone l’accento sulla conservazione del potere ad opera di minoranze organizzate, che troviamo in tutti i sistemi politici. Nella democrazia i partiti, attraverso strutture centralizzate e verticistiche e con leggi elettorali fatte su misura, gestiscono chi deve essere eletto e in quale collegio territoriale, servendosi del più grande strumento pervasivo di massa che è la TV (il più delle volte utilizzando sagacemente l’arma del così detto “voto utile” contrapposto ad un presunto voto inutile dato a formazioni minoritarie). Il tutto a detrimento del principio di eguaglianza e libertà, che appaiono essere sempre più delle vere e proprie fictio iuris.

élites_cop

Massimo Salvadori così sintetizza la questione:

la democrazia, sorta come mezzo per porre fine al potere totale o prevalente di monarchi e di gruppi oligarchici, è venuta infatti ad assumere il carattere di un sistema che ha riconsegnato per aspetti cruciali il potere a nuove oligarchie, le quali tengono le leve di decisioni che, mentre influiscono in maniera determinante sulla vita collettiva, sono sottratte a qualsiasi efficace controllo da parte di istituzioni democratiche.

Naturalmente non è stringente compito di questo breve scritto proporre delle soluzioni a tale problema; il fine semmai vuole essere semplicemente quello di analizzare le cose per ciò che sono, senza pregiudizi di alcuna natura ed, eventualmente, proporre qualcosa di diverso dall’ondata imperante oggigiorno su questo tema; che corrisponde – per molti aspetti – alla visione del politologo Francis Fukuyama, il quale in un suo ormai celebre scritto (La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli) sostiene che la democrazia liberale odierna, dopo la caduta del muro di Berlino, è la forma più perfetta per le esigenze dell’uomo; arrivando addirittura a parlare di essa come una «Terra Promessa».

La democrazia è una forma di governo, come ce ne sono delle altre. Non è l’unica, né è ineluttabile. E’ bene che di essa se ne parli con maturità, con spirito critico lì dove occorra, senza paraocchi. Se risulta doveroso ricordare che nacque con lo scopo di garantire libertà ed eguaglianza, è altrettanto doveroso che si presti memoria anche dell’insegnamento platonico – suffragato dalle esperienze dei totalitarismi dello scorso secolo – secondo cui dalla democrazia, dall’estrema libertà deriva la schiavitù maggiore e più selvaggia.