Parlando del Porno si parla del Tempo, come di corpo e di vecchiaia contrapposta alla giovinezza, infine di durata. Sembrerà una frase a effetto, ma è questa la pura e semplice evidenza, almeno quella che colgo io. L’essere umano è l’unico essere vivente che sente il tempo che passa. Non nel senso che mancano altre forme di vita che si regolino in base allo scorrere del tempo, ma nel senso che l’essere umano è l’unica forma di vita che è capace di sentire e pensare il tempo. Un animale non riflette che sta invecchiando, che il tempo è passato e che ormai è tempo di “ritirarsi”. Questa è una cosa che fa un essere umano, il quale deduce – dai tanti istanti che vede passare – l’esistenza di un Tempo grande di cui tutti gli istanti fanno parte. L’umano ha accesso agli istanti, il Tempo grande può solo dedurlo.

L’uomo, però, può sentire e pensare il tempo solo in base a un riferimento con altre cose. Spartito fra l’osservazione degli istanti e la contemplazione del Tempo grande, vive quel fenomeno che Bergson chiamò “durata”: vede il tempo non solo come ritmo ambientale, ma anche come propria soggettiva esperienza, come quando si annoia o si diverte e il tempo si allunga o si accorcia. Scopre così che il tempo risente del suo piacere o dispiacere. Ricorre, allora, a riferimenti fissi che gli diano il metro del tempo esterno. Questi riferimenti li trova in due diversi campi: il campo del proprio corpo e quello degli altri corpi.

Old Woman and Boy with Candles - Peter Paul Rubens (1616)

Old Woman and Boy with Candles – Peter Paul Rubens (1616)

Il corpo che siamo ci informa se tutto va bene o se ci sono guasti, se sono guasti dovuti a traumi esterni o a usura interna, se sono riparabili o inevitabili, e ci fa sentire in salute o doloranti, adeguati o inadeguati al passare del Tempo. Il nostro corpo, come un corpo celeste (si consideri l’etimo della parola “sideremia”, da siderus), ha il suo ciclo ed è proprio dal nostro corpo che deduciamo il Tempo grande in base agli istanti che passano. Fin dall’inizio l’uomo calcolava il suo tempo in base a quello delle stelle, ne traeva un sapere eterno su di sé. Gli istanti che passano ci sono mostrati dai corpi circostanti, tanto quelli degli altri quanto quelli inanimati degli oggetti, che ci mettono in rapporto all’esterno: vediamo un coetaneo meno atletico di noi, facciamo il cambio del guardaroba e constatiamo che non ci sta più nulla, il cielo cambia e ci sentiamo euforici o disforici o semplicemente pieni di dolori articolari.

Il nostro corpo si sintonizza sui corpi attorno e ci dice come e quanto invecchiamo, qual è la nostra aspettativa di permanenza, ma soprattutto cosa desideriamo. In sintesi ci dice quanto ci resta e cosa ci manca. Dato lo stretto legame fra l’uomo che sente il tempo e il tempo che si rivela nei corpi (nostro e altrui), fra Tempo grande e desiderio, dovremmo chiederci in che modo ci occupiamo del corpo. Nella nostra società dove c’è a volte una mania per la salute, solo il porno se ne occupa fino in fondo. La maestra di aerobica in televisione vende un nuovo attrezzo per gli addominali, per la cellulite, per il tono muscolare: per un po’ di denaro vuole accudire l’aspetto meccanico del corpo, ma ignora ciò che il corpo vuole, lo differisce. La maestra di aerobica bada al corpo come macchina, ossia dall’esterno, in relazione al mondo, cioè nella sua prestazione, nella sua adeguatezza al tempo che passa.

Morgan at Night - Hollis Dunlap (2016)

Morgan at Night – Hollis Dunlap (2016)

La pornografia fa vedere esercizi ginnici che, oltre alla funzionalità macchinica del corpo, tonificano la sua spinta vitale: quanti esercizi esistono per tonificare i deltoidi tanti ne esistono per gratificare col sesso orale, il porno bada al corpo e a ciò che vuole, è il corpo visto dall’esterno e dall’interno, come nostra esperienza di piacere o dispiacere. Prima di guardare un porno la domanda è “cosa mi piacerebbe vedere?”, è centrato sul piacere: con quale corpo gratificarsi è la questione. Detto in pillola, la pornografia parte dal proprio piacere e poi si dirige sui corpi esterni, la ginnastica parte dal paragone coi corpi esterni e poi si dirige sul proprio corpo. Inoltre, la pornografia non è tendenzialmente masturbatoria come la ginnastica: a differenza di questa, quella predilige un numero di attori dal due in su.

Non dobbiamo però dimenticare che, oltre al nostro corpo e a quello delle altre persone, un fondamentale riferimento per il tempo è il corpo inanimato degli oggetti che ci circondano. La caducità degli oggetti tende a illuderci sulla durata della nostra vita. Il sorpassato concetto di “riparazione” esprimeva l’angoscia per il distacco dall’oggetto, come se dovesse vivere una vita lunga quanto quella del suo acquirente o proprietario, doveva durare. Affinché durasse, doveva essere di qualità e dunque doveva costare. “Chi più spende meglio spende” era il detto: se il tuo acquisto costerà molto, vuol dire che per realizzarlo s’è profuso molto lavoro e, in qualche modo, quell’energia vitale è finita nell’oggetto, che di conseguenza durerà a lungo. Lavori, guadagni e spendi affinché l’oggetto viva.

Vanitas - Pieter Claesz (1630)

Vanitas – Pieter Claesz (1630)

Il tritarifiuti della moda e l’obsolescenza programmata dei beni di largo consumo, con rassicuranti formule come “di tendenza” e “aggiornamento”, falcidiano generazioni su generazioni di beni immateriali e materiali, di forme e conoscenze. L’essere “di tendenza” è un predicato irrinunciabile del proprio apparire, ma senza possibilità di permanenza, e su sempre nuove tendenze si dovrà riconfigurare la propria identità mimetica. In questo meccanismo rientrano anche gli oggetti immateriali, come i software e la banda larga, che col loro ingigantirsi accelerano lo sterminio su larga scala di pc, smartphone e altri oggetti tecnologici che “sono lenti”. Anche la connessione, però, è soggetta a “lentezza”.

Si capisce che è arrivato il momento di cambiare il cellulare o il laptop quando “è diventato lento”. Una radio del primo Novecento non sarebbe mai stata sostituita perché “lenta” (del resto, rispetto a cosa?), ma sarebbe stata sostituita dopo uno o più tentativi di riparazione: la sua durata e la sua vita coincidevano. L’amore per l’oggetto si vedeva anche nel sinonimo che in italiano ha il termine “riparare”: “accomodare”, affinché l’oggetto fosse comodo, ad agio, secondo modo. La dignità attribuita così all’oggetto è data in altro modo con l’utilizzo: più l’oggetto è utilizzato, più ha valore, è antico, usato e con ciò umanizzato: la pipa del nonno, l’auto della zia, il gioco dell’infanzia, la penna di d’Annunzio, la spada di Miguel de Cervantes. Addirittura, oggetti come gli orologi attraversano il tempo collegando generazioni come perle d’una collana.

Black Jug and Skull - Pablo Picasso (1946)

Black Jug and Skull – Pablo Picasso (1946)

Oggetti così pregni di vita e consistenza, durata e aspettative (proprio l’opposto del feticcio, dato che sono corpi-oggetti d’amore), hanno sempre convissuto con oggetti più effimeri, oggi diventati larghissima maggioranza grazie alle multinazionali e all’export asiatico. L’abbondanza di oggetti effimeri e la scarsità di corpi d’amore durevoli, modifica progressivamente il nostro modo di percepire il tempo: quando un’auto costruita per durare vent’anni veniva finalmente sostituita significava che una ventina d’anni (più o meno in base alla cura posta nell’accudirla, forza vitale per durata) era trascorsa; oggi un’auto media ne dura forse la metà. Molti oggetti arrivano e vanno mentre viviamo, vediamo lo scorrere dei loro eoni come istanti, come Dio che guarda l’evoluzione umana o le montagne che vedono il borgo divenire città e poi megalopoli (adottiamo anche qui la prospettiva geologica). Mentre gli oggetti muoiono e rinascono, noi duriamo e assecondiamo la nostra illusione che la nostra durata sia indeterminata. Ciò ci porta a pianificare, come se bisognasse prepararsi a un futuro senza fine.

Non a caso, i personaggi che nel nostro immaginario raffigurano l’eternità sono Highlander e Peter Pan: sono questi i nomi dell’eternità che ha il nostro tempo. Menzionare Gli immortali di Borges o il Dr. Manhattan non avrebbe lo stesso significato perché non hanno cambiato davvero il nostro modo di pensare l’eternità, invece, in Highlander e Peter Pan c’è tutto – ogni possibile manifestazione del nostro sognare l’immortalità: quella della maturità e quella della giovinezza, poiché non ve n’è mai davvero una della vecchiaia. Anche i corpi del porno non invecchiano mai e il genere “granny” è avanguardia. Di regola il porno esalta la funzionalità, la salute, il godimento; nuclei di significato molto lontani da quelli connessi con la vecchiaia, come la decadenza, l’instabilità, la malattia. Ricordo che qui parliamo di un porno che chiamo malamente “medio”, ma è vero che esistono anche emissari minori in cui è l’infermità l’oggetto del desiderio, sono però porzioni limitate, non rappresentative del genere pornografico preso nella sua complessità.

Scena erotica - Pablo Picasso (1905)

Scena erotica – Pablo Picasso (1905)

Il porno, con questa continua prestanza, manifesta il nostro segreto sogno di durare, di mantenere intatto il desiderio, di non perdere il piacere. Se per far ciò bisogna abbracciare la cultura della ginnastica e della palestra siamo disposti a farlo, non c’è problema: l’importante è che si duri, in barba alla morte, l’importante è godere del proprio e di altri corpi. Sfortunatamente ciò non è possibile e la vecchiaia arriva e neppure il porno basta più: avendone sempre allontanato il pensiero, essa ci coglie impreparati. Comincia allora la disperata necessità d’amore della nostra epoca solitaria, il successo che ogni corpo d’amore eterno riscuote nei popoli arretrati, la sensualità del corpo mariano o del Cuore di Gesù, il trasporto fisico verso papa Francesco o verso i “resti” (il cadavere di padre Pio o il sangue di San Gennaro), il feticismo verso la reliquia benedetta che sfida i secoli.

L’ansia per il nostro corpo esterno e la sua prestazione ci conduce verso corpi d’amore durevoli poi spesso oggetti di feticismo del “resto” oppure verso la cura maniacale del corpo meccanico in palestra come se anch’esso fosse un resto da custodire. Un analogo ruolo ha la pornografia nei confronti del corpo interno, elicita il desiderio e il desiderio – oltre a guidarci verso un oggetto – ci rassicura sulla nostra adeguatezza al Tempo. Vediamo che il Tempo grande e il porno interessano in prima battuta il corpo visto dall’interno. La ritualità di entrambi, la loro infinitezza, la loro infinitesimalità li trasforma in oggetti di spostamento dell’ansia contemporanea. Avete mai pensato che questa, più che una società delle scadenze, è una società dell’ansia, anche da prestazione? Si può placarla solo con l’amore (apparentemente) incondizionato delle religioni organizzate, delle fedi messianiche, degli integralismi, degli estremismi politici.

Bathing Women in a Room - Ernst Ludwig Kirchner (1908)

Bathing Women in a Room – Ernst Ludwig Kirchner (1908)

Ma torniamo al porno. Ritengo la pornografia solo lo strumento della potenza evocativa di quel curioso oggetto che chiamo “porno”. Il porno ha una capacità perfino eticizzante sul soggetto, poiché lo centra su ciò che gli reca piacere, che gli placa e vivifica il desiderio, che lo spinge verso una certa verità attorno a cui ancorare la sua condotta di vita. Si dice spesso che il porno istighi alla violenza (si parla convenzionalmente di “sesso punitivo”), ma chi ama la violenza la farà anche solo votando un certo partito: che almeno ne sia consapevole e se ne assuma la responsabilità, che abbia contezza della violenza che con la sua mano mite ha esercitato nel mettere una croce. Guardi pure porno “brutal” o “rough”, sperando che favorisca la sua consapevolezza, anche se c’è da dubitarne: la pornografia guardata difficilmente definisce chi si è, quindi probabilmente il violento vota violentemente e poi guarda del soft-porn.

Possiamo dire che il porno consente un doppio canale in cui dal corpo interno si va su quello esterno e viceversa: il sapere espresso dal porno è di un genere che non si può osservare altrove, è un sapere insostituibile, che modifica il modo in cui viviamo il nostro corpo e lo rende fonte di piacere vario ed eterogeneo, dà spunti affinché il tempo si accorci col divertimento. Del resto è noto che la spinta sessuofobica parte da un profondo fastidio nei confronti del proprio corpo. Il porno è un metro per giudicare la desiderabilità in molti ambiti: per esempio, raramente si pensa che possa esserci una forma sessuofobica di architettura, ma – se il porno è incontro – un palazzo con luoghi d’incontro ridotti è sessuofobico. Anche una città senza piazze lo è oppure senza tracce organiche, cioè senza verde, senza umori e senza estro come un’area industriale o un quartiere dormitorio, asettica come una di quelle città linde e pinte in cui un giorno un diciassettenne stermina la classe con un’arma d’assalto. Se crediamo che il nostro corpo determini il modo in cui sentiamo il tempo, perché accettiamo che viva in casamenti miserabili, in metropoli congestionate, a ritmi assurdi? Perché manca così tanto porno nelle nostre vite?

La città di Noril'sk

La città di Noril’sk

Lo si può capire osservando il luogo d’incontro fra le nostre vite e il porno: il porno amatoriale. Questo genere di pornografia è tipica di un’età tecnologica in cui chiunque può girare un porno in casa, magari col cellulare. Proprio la qualità della sua sgranatura ne fa un prodotto non professionale, la sua imperfezione gli dà valore. Imperfezione abbiamo detto, non a caso, perché è l’imperfezione, come dice Greimas nel saggio che le ha dedicato, a portarci al livello estesico delle cose, dove soggetto e oggetto per un momento si scambiano i ruoli e il guizzo del seno notato dal signor Palomar o l’ombra erotica vista da Tanizaki diventano soggetti e gli osservatori oggetti. Se l’immagine è dettagliata, come quella di un porno di produzioni cinematografiche, va studiata con lo sguardo. Se è sgranata, come quella del porno amatoriale, la si intuisce. Lo stesso vale per la grande pittura: le nature morte abbozzate di De Pisis richiedono un semplice sguardo, non uno studio, sono oggetti che si intuiscono e così arrivano prima al cervello, dove diventa reale, non un oggetto estraneo da studiare. Sembrerebbe l’affermazione di Bergson: il relativo si apprende con l’intelligenza e l’assoluto con l’intuizione.

L’amatoriale introduce gli attori che si guardano in diretta: auto-voyeurismo, voyeurismo dell’immediato, guardare la diretta della propria performance (o “pornformance”, come l’ho chiamata in Seduzione dell’opera aperta). L’amatoriale oggi non è il regno dove si vede il porno, ma dove si fa il porno. Nasce lì, ed è sintomatico di una presa di possesso del proprio piacere, la possibilità – seppure parzialmente coartata – di autorappresentare il proprio corpo e il proprio piacere, liberarsi di quel corpo istituzionale di cui parlò Foucault. Oggi siamo nella fase successiva, quella in cui questa serie di concause è data per scontata e chi ancora ne parla sta facendo storia della filosofia, ma non filosofia.

Natura morta con fiasco - Filippo de Pisis (1947)

Natura morta con fiasco – Filippo de Pisis (1947)

Dalla pornografia professionale deduciamo che i due attori canonici, la coppia solitamente eterosessuale, si cimentano nel sesso come in una partita di calcio, in cui certe ricorrenze sono predefinite: per esempio, nella fellatio, è bene che a favore di telecamera ci sia una prospettiva centrata in cui si nota che i seni della donna e il pene dell’uomo occupano la stessa distanza, grossi seni e grossi peni sono il binomio della pornografia professionale, la donna si sottomette all’uomo per dominarlo, come quando l’essere umano si sottomette a una divinità primitiva facendole offerte. Dalle forme di pornografia amatoriale emerge uno scenario molto diverso in cui si coglie un rapporto col tempo diverso da quello del porno professionale, anche nei casi in cui l’amatoriale cerca di scimmiottarlo: è un tempo molto più variabile dell’altro.

La pornostar Houston, nel documentario After porn ends, ha dichiarato «ero solo la puttana della pubblicità». Attraverso questa frase leggiamo la declinazione d’un rapporto falsato fra corpo e tempo, in cui il porno consuma i corpi e ne esaurisce la durata. In questa categoria possiamo mettere tutti quei casi in cui un attore o un’attrice di film pornografici ha una violenta reazione sessuofoba che ne chiude la carriera anzitempo oppure in tutti i rimanenti casi di comportamento incongruo. In confronto, sono molto meglio esperienze che hanno prodotto una qualche presa di coscienza, come nei casi delle attrici pornografiche Ovidie e Sasha Grey. Io credo che quel che si può affermare sul porno sia molto semplice, ma forse per questo difficile in un momento storico in cui riemergono schieramenti in cui ci si fomenta per riportare in auge la purezza come categoria dello spirito anziché solo tossicologica: ciò che penso è che non possiamo ritenere che l’immagine non abbia un suo potere intangibile solo perché ci piace chiamarci “civiltà dell’immagine” e ci sentiamo fotografi e cineasti provetti col nostro smartphone. L’immagine della pornformance ha un potere in sé indipendente dal valore d’uso che la società le riconosce.

La ex pornostar Houston

La ex pornostar Houston

Vorrei condividere con voi un lapsus che mi affora spesso quando parlo di immagine: anziché “civiltà dell’immagine” o “società dell’immagine” mi vien da dire “civiltà/società dell’indagine”. Non so come mai, ma perché non prendere comunque spunto da questo indizio soggettivo per imbastire un’interpretazione sociologica e una speculazione filosofica? Perché i filosofi non vogliono comportarsi come i veri scienziati duri, i matematici, che spesso nei loro scritti danno prova che l’intuizione immaginativa non è appannaggio esclusivo del poeta? Anziché fondare sul loro personale intuito il loro sistema, lo fondano su quello di Platone, Cartesio o Hegel: e l’abbrivio intuitivo di Poincaré sarebbe allora vaneggiamento inconcludente?

Proviamo, allora, a ripartire – anche ispirati dal luogo – dallo spirito filosofico delle origini: marittimo, eolico e coloniale. Scaltro e leggero, denso e scabro. Torniamo a quel thaûma (meraviglia), che ha ispirato quel po’ di pensiero che gli uomini sono fieri di tramandare. Dunque, cosa può dirci di me, di noi e del mondo questo mio lapsus? Che io ho delle segrete perplessità sulla vetrinizzazione dell’epoca “social”? Strano, credevo di averle esplicitate chiaramente. Che esiste un problema sociale derivante dalla vetrina sociale? Non avrei remore a parlarne se solo non fosse già stato fatto abbondantemente, talvolta persino in tono ingiustificatamente apocalittico. Che le regole stesse sulle quali finora si sono basate la possibilità di conoscibilità e quella di esistenza del mondo che abbiamo imparato ad abitare sono messe in discussione dal potere dei nuovi modi e mezzi di relazione e comunicazione? Credo che sia ancora – e lo sarà almeno per un altro paio di secoli – una posizione legittima e condivisibile.

Odalisca con le magnolie - Henri Matisse (1924)

Odalisca con le magnolie – Henri Matisse (1924)

Tornando al potere intangibile dell’immagine porno, molti farebbero a questo punto un discorso apocalittico sul nichilismo tecnologico, ma sarebbe inutile perché fuori tempo: noi siamo allegramente oltre. Il problema della tecnica è la soppressione del rapporto diretto uomo-mondo. L’interrogazione senza risposta che l’uomo le rivolge – laddove non ha lo strumento/schermo della tecnica – gli consente di maturare coscienza della propria coscienza (autocoscienza), ma questa non può arrivare se viene usato un medio (la tecnica: le macchine). Quindi, al limite, sappiamo come ci rapportiamo al medio con cui ci rapportiamo al mondo. Ma attenendoci all’ispirazione del thaûma, cercando cioè di cogliere le cose con una certa meraviglia, dobbiamo riconoscere che il nichilismo tecnologico (ammesso che abbia senso parlarne) e la fine delle metanarrazioni (ammesso che siano finite) non sono per noi un problema. Nessuno onestamente rimpiange un passato rurale fatto di metanarrazioni, di lavoro senza mezzi tecnici e di dio-patria-famiglia: erano tempi troppo esigenti, troppo duri, onestamente insostenibili (e, ci sarebbe da chiedersi, se fruttuosi quanto disastrosi). Tuttavia, retrostante ai concetti di nichilismo tecnocratico e di fine delle metanarrazioni o della storia, c’è sempre e comunque la preoccupazione di aver perso le forme attraverso cui il mondo era per noi pensabile.

Distruggere le forme ci ha resi liberi e autonomi, apparentemente, ma porrei una domanda: è positivo che il concetto di “forma” – immanente in quello di “performance” – sia stato fatto fuori così leggermente senza nemmeno un po’ di giusto processo? Non preoccupatevi, è una domanda a cui risponde solo chi è in vena di paradossi e credo che al momento possiamo farne a meno, è una domanda che ha senso nella sua essenzialità, per proporre di nuovo sul piano un certo punto di vista più attento alle forme che ai messaggi. Se il problema del porno su internet è che impariamo a relazionarci al corpo dell’altro come siamo abituati a relazionarci al video porno (problema della tecnica), come molti pensano e di cui esistono elementi concreti, non è forse qui che si colloca quel potere intangibile? Il suo potere sta nel fatto che, pur essendo immagine, è anche realtà: un film di guerra non è vera guerra, un film porno è vero porno. La violenza vera che possiamo vedere dai telegiornali è sempre limitata, arriva a un punto e si ferma; il potere della pornografia non perde nulla nel farsi immagine, anzi può lanciarsi in nuove evoluzioni.

Gli amanti - Egon Schiele (1914)

Gli amanti – Egon Schiele (1914)

Però, se qualcuno volesse la sua legittima dose di paradosso sul tema “prima la forma o la sostanza?” ecco qui un paradosso standard di risposta: se nulla si crea e nulla si distrugge della materia, allora solo le forme vivono nel senso in cui lo intendiamo (nascere, stare, morire), perché noi siamo eterni mentre loro nascono e muoiono dopo essere state un po’ come fa ciò che vive; ciò, però, vuol dire che non esistiamo, perché esiste solo ciò che nasce sta e muore, mentre ciò che è eterno non è vivo perché non muore, perciò ciò che è eterno non può esistere; dunque solo le forme vivono ed esistono, il resto c’è e ci sarà sempre. Noi siamo i resti di cui le forme vivono. Il desiderio è una di queste forme, come l’identità personale o la legge, che assume, però, valore di Grundform. Nel prossimo incontro vedremo come.