di Ermanno Durantini

La serie TV Game of Thrones ha trasposto sul piccolo schermo la saga di libri fantasy Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco, dell’autore americano George R. R. Martin. Nota anche come Il Trono di Spade, che in realtà sarebbe soltanto il titolo del primo libro della serie(o della prima parte del primo volume, denominato A Game of Thrones nella gran parte delle edizioni italiane), si tratta ormai di una delle saghe fantasy più note e apprezzate di sempre, a tal punto da aver consegnato a Martin una tardiva notorietà e ricchezza, non ottenuta all’uscita dei primi libri nel 1996.  Ciò che conferisce a A Song of Ice and Fire uno spessore eccezionale, a tal punto da essere ritenuto da molti una sorta di Signore degli Anelli degli anni Duemila, è l’immensa stratificazione e complessità della trama e dell’universo fantasy immaginato da George Martin. Un mondo ricco di una storia millenaria perfettamente strutturata che precede gli eventi narrati nei libri, dotato di una quantità esorbitante di personaggi, casate, città, isole, continenti, popoli e religioni, tale da rivaleggiare tranquillamente in ampiezza e precisione con l’opera di J.R.R. Tolkien. A  donare, però, all’intera serie uno statuto superiore a quello delle storie fantasy che solitamente si vedono passare sugli scaffali delle librerie o sui canali di intrattenimento, sono i risvolti filosofici che caratterizzano l’intero impianto dell’opera, dotato di densi riferimenti alla filosofia morale, al pensiero politico e, persino, alla metafisica greca.

Uno studioso che si è occupato di questo aspetto di Game of Thrones è Henry Jacoby, docente di Filosofia all’East Carolina University di Greenville e grande studioso delle implicazioni filosofiche presenti in alcuni dei più riusciti brand odierni, a tal punto da aver dedicato un saggio filosofico anche al politicamente scorretto cartone animato South Park. Nel 2013, con una successiva edizione nel 2015, ha curato Game of Thrones and Philosophy, agile volume che contiene diversi saggi di vari docenti di università americane ed europee, a testimonianza dell’interesse che questa serie fantasy inizia ad avere nel panorama accademico (un po’ come avvenuto, seppur con colpevole e notevole ritardo, per le opere di Tolkien e Lewis). Una parte dei contenuti del volume è facilmente intuibile da un qualsiasi medio conoscitore della storia della filosofia occidentale. Facili sono i riferimenti a Hobbes e a Machiavelli per analizzare i nefasti esiti della ribellione al Trono di Spade che sfocia nella Guerra dei Cinque Re e le schermaglie politiche tra Eddard Stark e Cersei Lannister, terminate con la morte di chi, accecato da un troppo alto sentimento di onore e giustizia, non usa tutti gli strumenti che avrebbe a disposizione ed è infine sconfitto da chi, invece, è disposto a tutto pur di preservare il trono del figlio. I riferimenti filosofici in Game of Thrones non si fermano però qui, e nei saggi presenti in questo volume ne vengono indicati molti di affatto scontati. Oltre a lunghi dibattiti sulla natura di creature quali i Non-Morti e gli Estranei e sulla misura in cui la loro esistenza possa o meno confermare la validit àdi dottrine filosofiche come il Fisicalismo e il Materialismo, troviamo riferimenti plausibili alla moderna teoria dei giochi, problematiche inerenti al relativismo culturale per quanto riguarda l’incontro traumatico di Daenerys Targaryen con i Dothraki e di Jon Snow con i Bruti, e un’immagine della cavalleria molto diversa da quella dei classici del fantasy, al punto da emergere come un codice etico ingiusto nella sua stessa essenza. Il codice etico cavalleresco classico è reso in Game of Thrones sotto una luce brutale, che ne mette in evidenza le grandi ingiustizie, le prevaricazioni e il dominio della legge del più forte, al punto da far passare presto da un’ingenua mente come quella di Sansa (o del lettore di fantasy meno recenti) ogni sogno del principe azzurro.

Tale assenza di idealizzazioni dal carattere molto post-moderno, a ben vedere, non vale solo per la cavalleria, ma va allargata a tutti i personaggi della saga. Se, infatti, nel Signore degli Anelli di Tolkien tutti i personaggi sono caratterizzati da una chiara collocazione nella contrapposizione manichea tra bene e male (pur essendo possibili passaggi e oscillazioni tra i due poli, se pensiamo a Gollum o a Saruman), nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, invece, a regnare incontrastato èil chiaroscuro, che non permette di dare una chiara definizione di alcun personaggio come “buono” o “cattivo”. Certamente il pubblico tenderà a identificare i buoni negli Stark, in Tyrion Lannister o in Daenerys, e i cattivi in Cersei Lannister o in Ramsay Bolton, ma bisogna stare attenti a valutare ogni personaggio nella sua completezza e non cadere in facili schematizzazioni. Tyrion sa essere compassionevole e coraggioso, ma è anche rancoroso per le angherie subite per la sua condizione, vizioso e arrogante; Eddard Stark ha una concezione talmente elevata del suo onore e della giustizia da mandare in rovina la propria casata e far sprofondare in Sette Regni in una guerra civile per il puntiglio di assegnare il trono a una persona (Stannis Baratheon), che non gli mostrerà alcuna gratitudine postuma, ma che sprofonderà solamente nel fanatismo religioso e nella follia; ed è arduo stabilire se Jaime Lannister, lo Sterminatore di Re, ma anche il salvatore di tutta la città dalla follia dello stesso Re che aveva prima protetto e poi ucciso, sia buono o cattivo. Si può inoltre, seguendo la tesi di Eric Silverman, utilizzare esempi tratti dalle vicende che coinvolgono alcuni personaggi della saga, come Eddard Stark e Cersei Lannister, per teorizzare la superiorità dell’etica aristotelica rispetto al corrispondente modello platonico. Nel contesto della contemporanea Aristotle Renaissance, Silverman nota come i due personaggi in questione aspirino, come tutti, alla felicità, ma anche che entrambi, pur essendo ricchi membri di casate molto potenti, non siano affatto felici e facciano una pessima fine o subiscano comunque gravissime perdite, quando la fortuna volta loro le spalle.

L’infelicità di Stark, in particolare, contraddice la concezione platonica per cui la felicità viene identificata con la virtù: “Comunque chi vive bene [secondo giustizia] è sereno e felice, mentre chi vive male si trova nella condizione opposta […]. Dunque, l’uomo giusto e felice e l’ingiusto è infelice.” (Platone, La Repubblica, Mondadori, Milano 1990, 354a).Eddard Stark è sicuramente un uomo giusto, un uomo d’onore, immarcescibile e leale fino a sentirsi in colpa per le inevitabili bugie dette sul letto di morte all’amico Robert Baratheon, ma di sicuro non è felice e la sua vita termina in un vero e proprio disastro, con il fallimento, l’umiliazione pubblica e la decapitazione. Allo stesso modo, anche un modello filosofico di stampo materialistico, per cui la felicità coinciderebbe con la massima soddisfazione dei propri desideri egoistici, non spiega l’instabile infelicità di Cersei Lannister, nonostante le tante vittorie strategiche che vedono lei e la sua famiglia protagonisti nei primi volumi della saga. Per Silverman appare, allora, evidente come da recuperare sia la più sfumata e complessa concezione aristotelica della felicità, esposta nell’Etica nicomachea, per la quale la virtù è condizione necessaria, ma non sufficiente della felicità. Per fondare la felicità servono la virtù e tutta una serie di elementi perlopiù materiali (salute, piaceri, amici, stabilità economica) che realizzano la virtù in una vera e concreta vita felice. Eddard Stark possiede la virtù, ma perde velocemente tutti gli altri elementi che la realizzavano in felicità concreta; Cersei vede tutti i suoi desideri esauditi e una vita di piaceri, ma la mancanza di virtù la porta a compiere una sequela di infamie e inganni che rendono man mano la sua vita sempre più difficile, fino a raccogliere tutto quello che ha seminato. Che è poi la più tipica delle costanti di Game of Thrones, come sa chi ha potuto vedere il finale dell’ultima puntata della serie televisiva.