di Matteo Mollisi

La coscienza umana ama ergersi, inconsapevolmente, su fuorvianti strutture che la decentrano dal baricentro del vero; la decifrazione di queste strutture, se ben eseguita, può rivelare l’inautenticità di ogni determinazione della coscienza: pensieri, credenze, comportamenti e desideri, sia dell’individuo che della società, ben lungi dall’essere liberi, spontanei, immacolati, vengono miseramente ricondotti alle esigenze che li hanno posti e presentati come autentici dinnanzi alla coscienza stessa. Le coscienze, sia individuali che collettive, amano spacciare per autentiche verità che autentiche non sono; le coscienze amano, in definitiva, mentire a se stesse. Ne hanno bisogno.

Una delle menzogne che le coscienze preferiscono raccontarsi è quella di genere, per così dire, antitetico: si vuole una cosa, poi d’un tratto il desiderio si esaurisce, e si vuole l’opposto: quest’ultimo desiderio viene percepito dalla coscienza come autentico e libero, quando in realtà è determinato dal precedente, dalla tesi rispetto alla quale esso è antitesi. La logica dialettica hegeliana non è troppo lontana da questo schema, e di conseguenza non lo è la Storia, percorso di uomini, ovvero di individui dotati di logos, e dunque percorso di gruppi umani, di società, di culture. Il percorso della coscienza hegeliana è un rincorrersi di desideri divergenti, di tesi e antitesi, di parzialità logiche, astratte e dunque inautentiche, che attendono di ricongiungersi in una sintesi onnicomprensiva. L’applicazione limpida e pulita delle categorie storico-dialettiche di tesi e antitesi all’intero corso degli eventi, sull’esempio marxiano, può essere ampiamente discussa e contestata. Resta fermo il fatto che una simile categorizzazione dice necessariamente qualcosa riguardo ad una certa forma di oscillazione del volere degli uomini, e dunque delle loro azioni, dei loro pensieri. Nello specifico, questo paradigma strutturale sembra poter facilmente descrivere l’ultimo secolo di storia: il ventennio fascista rappresenterebbe la tesi, i settant’anni del dopoguerra, presente compreso, l’antitesi massiccia e protratta.

Una simile applicazione delle categorie dialettiche stride necessariamente con le pretese egemoniche della sovrastruttura corrente. Tesi e antitesi, infatti, sono nella dialettica hegeliana un momento di parzialità, di contingenza temporanea: le determinazioni antitetiche, ovvero dei caratteri dell’antitesi, dei suoi valori, sono inautentiche poiché determinate da un’esigenza che non coincide col vero, con l’oggettività, col giusto o l’utile assoluto, ma col bisogno di rispondere ad una precedente determinazione. Divieto di apologia del fascismo, culto dell’esperienza partigiana, condanna assoluta della forza (intesa anche in campo governativo, e dunque come forza dell’esecutivo), mistificazione delle libertà individuali: tutti questi valori, fatti passare come espressione di un giusto in sé, verrebbero in realtà a mostrarsi come espressioni di un giusto relativo, contingente, temporale: in una parola, inautentici.

Bisogna adesso evidenziare due aspetti necessariamente rilevanti in una simile disamina. Il primo è un’evidente disproprorzione, nella contrapposizione tra antifascismo e fascismo, tra combattente e combattuto. Il dispiegamento di forze del comune sentimento antifascista non è assolutamente proporzionale alla reale minaccia rappresentata dal presunto nemico: quest’ultimo sembra dunque configurarsi come ideale, potenziale, evocato e supposto piuttosto che relamente presente: una sorta di fascismo fantasma. La battaglia culturale antifascista sembra più che altro una farsa donchiscottesca contro un nemico immaginario, prassi facilmente decifrabile come un’eredità, trascinatasi in un’abitudine storico-culturale, dell’immediatezza di un impeto reazionario-partigiano post-bellico. In un’ottica realistica, una battaglia inutile. Ma poiché una battaglia inutile non può esistere, e non vi è guerra senza nemico, e desiderio senza oggetto desiderato, è evidente che il nemico di questa battaglia non è quello dichiarato: il nemico dell’Italia antifascista sembra essere, più che altro, se stessa; l’Italia combatte contro il proprio timore di mettere in discussione lo status quo. In definitiva, non si riconosce pienamente nella propria storia, rifugge parte del proprio passato col fine di autoconvincersi della bontà del presente, e mascherando le proprie debolezze. La coscienza italiana non arriva ad abbracciare l’interezza della propria identità. Il secondo aspetto è un’aggravante forse decisiva: esso consiste nella ferrea attribuzione del carattere di autenticità a questi valori potenzialmente inautentici, e dunque nel contraddittorio e imperdonabile scacco autoreferenziale dell’antidogmatismo che si fa dogmatico, del relativismo che si fa assoluto. Il dogmatismo della sovrastruttura dell’Italia post-bellica la accomuna palesemente alla sua sorella rinnegata: quella totalitaria. Alla favola manichea dell’Italia che si redime nel giro di pochi anni, passando dal torto alla ragione, non si può credere: fascisti e antifascisti sono dunque accomunati dalla stessa struttura d’azione, dallo stesso modus operandi, dalla stessa prassi di discostarsi dall’oggettività storica per porre dogmaticamente valori che oggettivi non sono. L’intellettualismo etico di matrice socratico-stoica insegna che non vi è virtù che non si basi sulla consapevolezza, sulla coscienza, sul riconoscimento del vero. L’Italia di oggi è ben poco virtuosa, molto distorta e distorcente nel suo essere ripiegata su una falsa immagine di se stessa e del vero, della Storia.

La verità è semplicemente che il saldo equilibrio del neoliberalismo italiano degli ultimi settant’anni si è costruito sopra un’azione sovrastrutturale volta a cancellare, magistralmente, un’intera fase della storia italiana, esattamente come il fascismo, a sua volta, aveva presentato come assoluti dei valori che erano in realtà figli di un periodo storico, quello della crisi del liberalismo e dell’eredità di violenza del primo conflitto mondiale, e dunque completamente immersi nella storicità. La verità, in un senso ancora più generale, è che la parzialità strutturale di ogni periodo storico necessita di una sovrastruttura in grado di tramutarla in assolutezza agli occhi della coscienza comune: di una sana, stabilizzante, confortante menzogna storico-culturale.