di Enrico Nadai

Per gli aspetti misterici che trascina con sé, il silenzio ha da sempre costituito uno dei contenuti di maggior interesse d’ogni tradizione spirituale: conoscenza, silenzio e lo stesso mistero non hanno mai terminato di tessere tra loro una trama del tutto singolare. Ne è un esempio il fatto che la parola greca che denota quest’ultimo, mysterion,abbia la medesima radice del termine latino mutus, muto. Ma cos’è veramente il silenzio? C’è uno spazio ideale che sappia ospitarlo dentro di noi?Possiamo dire che esso abita e ingloba la zona più profonda della nostra anima, il luogo più nobile e inaccessibile, dove ogni elemento intermedio (medium) che dispone la nostra interiorità verso l’esterno, quasi inspiegabilmente, tace. Per Meister Eckhart è lì che Dio parla la sua parola. È nel siléntium che siamo ordinati verso la ricongiunzione all’Unità, nell’attesa che il Verbo di Dio – capace di penetrare a fondo l’anima umana ed aprire in essa una porta superiore – si instilli e operi in noi: «In mezzo al silenzio mi fu proferita una parola segreta».

La silente sottomissione alla parola attraverso l’ascolto, fece la grandezza della figura biblica di Abramo, che udendo ciò che il Signore ebbe da dirgli, dovette svuotarsi (ekénosen) ed ospitare il comando del Verbo; nel cammino verso la regione di Moria, ove gli era stato affidato il compito di sacrificare il suo amato figlio Isacco, egli non proferì parola alcuna se non per rispondere a quest’ultimo quando gli chiese dove fosse l’agnello per l’olocausto, sentendosi replicare che a quello avrebbe provveduto Dio: fu per tale motivo che il luogo dove Abramo venne fermato dall’angelo prima di immolare il figlio venne chiamato: «il Signore provvede». Un mistico moderno come Kierkegaard comprese a fondo la sofferenza e l’angoscia in cui il Padre della Fede si trovò versato a causa della sfida a cui fu sottoposto: «Abramo non può parlare». Il pensatore danese seppe cogliere anche – per mezzo delle sue più abissali riflessioni – la significanza ambivalente del silenzio di cui Abramo era pervaso: «Il silenzio è la seduzione del diavolo e più si tace e più il demone diventa terribile, ma il silenzio è anche la mutua intesa fra la divinità e il Singolo».  Tale duplicità, tesa ad instaurare una correlazione tra malvagità e benevolenza all’interno di una sola cosa, è riscontrabile nel mondo greco nella figura divina di Apollo; oltre a possedere l’arco, simbolo di ostilità, e la lira, simbolo della benignità, Apollo è colui che più di ogni altro sa padroneggiare la parola per quanto essa non giunga mai a dire l’epopteia, ossia la visione divina di Eleusi, limitandosi a costruire le fondamenta affinché vi si possa arrivare, lasciando dunque definitivamente spazio alla grandiosità oscura e silenziosa del mistero. La vera compiutezza della conoscenza, ossia del valore più alto della vita, si ha allorché si diviene simili a ciò che si vuole sapere: la parola, nel contesto greco ora considerato, è il tramite tra il divino e l’umano, ma non sembra potere nulla oltre una certa soglia. Con ciò non si vuol, però, sottrarre alla grecità uno dei suoi caratteri più decisivi, ovvero l’importanza dell’oralità, della discussione secondo ragione, del logos. Malgrado questo, il silenzio è espressione di una virtù arcaica, come testimonia il frammento pindarico: «In presenza di tutti non erompere/con vane parole: sono talora/molto più fide le vie del silenzio;/stimolo a rissa discorso invadente». Sigas odoí, le vie del silenzio, devono essere percorse da chi non voglia affermare verità sgradite o vane parole (achreion lógon).

Il pericolo dei discorsi vani trova la sua definizione più chiara in Laozi: «Colui che sa non parla/ Colui che parla non sa». Muovendosi nuovamente all’interno del panorama greco, si potrebbero evocare svariate figure che conducono al tema del silenzio, tra cui quella di Apollonio di Tiana quando già diciassettenne scelse di seguire lo stile di vita pitagorico per poi affrontare – prima del suo viaggio in India – un periodo di totale mutezza, protrattosi per ben cinque anni. La sua fu una forma di ascetismo e di isolamento che trova il medesimo riscontro nel monachesimo cristiano dove la messa a morte della propria anima, il ricorso al silenzio e il cambiamento del nome, sono aspetti determinanti sia nella Chiesa cattolica che in quella ortodossa: in questa maniera si designa la strada verso il Regno di Dio, non riconoscendosi più nel vecchio nome, ma rispondendo solo del nuovo. «Il Padre pronunciò un Verbo; quel Verbo è Suo Figlio, ed egli Lo pronuncia per l’eternità in sempiterno silenzio; e nel silenzio l’anima deve udirLo», è quanto scrisse San Giovanni della Croce. È dunque il caso di saper riconquistare la maestà del silenzio in quest’epoca fin troppo stordita dai rumori e dai disordini che da essi si generano. Abbiamo per secoli edificato una gabbia intorno allo spirito affinché non potesse più udire nulla, se non cose vane. É tempo di rieducarlo all’ascolto, di condurlo verso nuove vie, cominciando da quella concentrazione che può dischiudersi solo in piena quiete, nel silenzio appunto.