di Francesco Pietrobelli

Il principio di non contraddizione, nella formulazione classica, afferma: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo». Detto in altri termini, è impossibile che una medesima cosa sia e al contempo non sia essa stessa. Il problema insito in tale affermazione è che si necessita l’esistenza del termine negato affinché sia valida. Facendo un esempio: se ho una sedia, il p.n.c. afferma che essa non può essere una sedia e non esserlo al contempo. Vengono così introdotti due termini: sedia e non sedia. Il problema è che nel secondo caso abbiamo a che fare con qualcosa che non esiste, non si presenta come un ente. La “non sedia” non è infatti un elemento esistente. La risposta ovvia è che con tale termine intendiamo tutto ciò che dalla sedia è differente (un tavolo, un uomo, il cielo ecc.) e dunque in realtà “non sedia” esiste. Il problema tuttavia si presenta seriamente quando noi usiamo il p.n.c. a livello dell’essere: è impossibile che l’essere sia e al contempo non sia, nel quale viene introdotto il termine non essere.

Dato che il non essere punto non si dà, è necessario rivedere la formulazione. Affermiamo come facente parte dell’essere ciò che ci appare, cioè l’insieme degli enti che entrano a far parte del nostro pensiero. La loro presenza, apparizione all’interno del pensiero, e le relazioni che ognuno intesse con gli altri giungono a far parte dell’essere. Al di fuori di esso non è possibile affermare l’esistenza di nulla. Infatti per affermare il non essere sarebbe, come minimo, necessario andare oltre il pensiero. Cosa impossibile in quanto necessiterebbe di andare oltre la stessa natura umana (cioè il pensiero, che è la sua essenza).

La conoscenza dell’essere si presenta come processo, in quanto al pensiero continuano a presentarsi nuovi enti che appaiono secondo uno sviluppo temporale. L’apparizione di un nuovo elemento, di una nuova relazione implica una continua riflessione sulle relazioni presenti tra gli enti, che continuano ad arricchirsi nel suddetto processo. L’essere dunque non può mai essere conosciuto in toto, consci dell’imperfezione che sempre presenterà tale ricerca di definirlo: vista la difficoltà di abbracciare la totalità delle relazioni presentatesi, vista l’impossibilità di conoscere le relazioni che si presenteranno.

L’insieme delle relazioni presentatesi in particolare autosussiste, non si presenta cioè come determinato da altro da sé, in quanto l’altro da ciò punto non esiste. Più correttamente non è definibile, in quanto, anche se ci fosse, sarebbe altro dal pensiero, dunque intoccabile. Cado dunque in contraddizione quando affermo un insieme particolare di relazioni, considerandole come un altro insieme di relazioni. Il p.n.c. sarà dunque correttamente formulato: è impossibile che un insieme di relazioni sia altro da come si presenta. Ecco dunque che la contraddizione non consiste nell’affermare il niente (che appunto non è affermabile), ma nell’affermare qualcosa al posto di qualcos’altro. Ritornando al caso particolare, persino se dico che una sedia non è una sedia affermo qualcosa. Affermo cioè una serie di parole, che però sono semplice flatus vocis, cioè meri suoni vocali senza contenuto alcuno. E dunque il p.n.c., come dimostratosi, si presenta sempre come l’errore di pensiero consistente nell’affermare un qualcosa spacciandolo involontariamente per qualcos’altro (nel caso mostrato: una emissione di suoni insignificanti per una frase esprimente un concetto). Ma mai nell’affermare qualcosa che non esiste.

Concludendo, resta comunque il problema relativamente all’applicazione del p.n.c all’essere. In quanto, anche eliminando il termine nulla (appunto privo di significato), rimane incomprensibile lo stesso concetto di essere, che richiederebbe di conoscere la totalità degli enti; andare al di là della propria finitezza.