di Francesco Pietrobelli

Ci sono voluti secoli per liberarsi da costumi e usanze anacronistiche, nonché inutili e persino dannose per il vivere quotidiano. Ed è stato certamente un progresso. Ma come ben si sa, essere liberi di non fare una cosa sbagliata non dà la garanzia di compiere quella giusta, specialmente se di quest’ultima neppure si abbia il minimo indizio di dove cercarla.

Si pensi al matrimonio: fino a non molto tempo fa non era certo la passione amorosa l’unico e il principale tassello a decidere l’unione coniugale. Bisognava sottostare innanzitutto all’opinione dei genitori, magari mossi da calcoli di interesse economico o politico in alcuni casi, oppure che a volte decidevano senza veramente avere chiara la conoscenza del futuro marito, ma per simpatia della sua famiglia. Insomma, non sempre con la scelta giusta in mano. Per non dimenticare il rapporto preconiugale, quello per capire chi era la persona che si aveva davanti: molto spesso ridotto all’osso, con una dichiarazione d’amore che arrivava troppo in fretta per sapere realmente se mettere l’anello al dito di quella persona fosse la scelta giusta. E poi i limiti nel mostrarsi in pubblico, il non avere rapporti prima del matrimonio, la situazione di obbedienza a cui era costretta la donna e via discorrendo; che tragedia poi se si parlava di divorzio. Il tempo ha cambiato le cose. Alcuni iniziarono a porre domande sull’effettivo valore di alcune usanze, se realmente servissero o fossero solo allucinazioni da dimenticare. Si comincia così a pensare che siano gli amanti stessi coloro che devono avere l’ultima parola su chi sposare, avendo la migliore conoscenza l’uno dell’altro e poiché mossi da genuini, si spera, interessi. Inoltre si capisce che per trovare quello giusto bisognerebbe conoscersi per più tempo, iniziare ad amarsi anche prima di legarsi per sempre. Perché poi non mettere la donna in una condizione di pari importanza nei confronti dell’uomo?  E poi perché non vestirsi in maniera accattivante? Perché non avere rapporti sessuali anche prima? Dopotutto non c’era nulla di male a priori.

Finché anche il divorzio iniziò ad essere accettato. Dopotutto “Chi crede nel matrimonio, non ha paura del divorzio”, come recitava uno slogan del Psi per il referendum relativo alla questione. Ma anche lo sposarsi in sé che senso ha? A meno che uno non creda in una particolare confessione religiosa, si può benissimo stare assieme senza un anello: deve essere l’amore ad unire. E ben vengano queste innovazioni, questi pensieri che puntano a creare veri rapporti, non costretti, non illusori. Peccato che negli ultimi tempi i casi di divorzio dilaghino. La gente che continua a sposarsi e risposarsi aumenta. Per non parlare di chi nelle relazioni stabili non ci crede più: tanto meglio la vita da scapolo con qualche scappatella ogni tanto. A dirla breve: abbiamo ottenuto la libertà di decidere di coscienza propria e abbiamo dimostrato la nostra incapacità nel farlo. È sacrosanto il diritto a decidere liberamente chi amare, come anche quello di sposarsi, divorziare, avere figli e così via. Ma tali libertà non sono state fatte perché la gente facesse quello che vuole, libera da ogni vincolo. Bensì perché, consapevole della strada corretta da perseguire, ognuno facesse la giusta scelta in un ambito che solo chi è interpellato in prima persona può decidere con criterio.

Invece si è deciso di percorre la strada semplice, ma non per questo ideale: ci si libera da ogni restrizione e poi si faccia quel che si vuole. Quel che la passione del momento comanda, senza fare la fatica di capire se ciò sia buono o meno. E tutto ciò lo si fa fin dall’inizio. Basti ragionare su quello che si sente dire dappertutto: come si capisce chi si ama? “Tralascia il cervello e ascolta il cuore”, “fa quello che ti senti”, “lo capisci a prima vista”. (Per approfondire il rapporto ragione-sentimento, La mente innamorata, sezione controcultura/filosofia). Grazie molte: parole vuote, che non dicono niente, se non che chi le ha proferite non ha la minima idea di cosa voglia dire amare. Si pensi ad un ragazzo che guarda una partita di calcio. Di colpo, mosso dall’entusiasmo decide di diventare domani un giocatore professionista e l’anno dopo di essere attaccante della sua squadra preferita in Serie A. Uno che lo ascolta gli riderebbe in faccia, conscio di quanto stia farneticando. Ecco, lo stesso, seppure poche volte qualcuno se ne accorge, succede nell’amore: vediamo una persona, sembra carina, ci facciamo due chiacchiere, pare pure simpatica, ed ecco che ne siamo innamorati. I giorni successivi li passiamo a provarci con lei, convinti che sia quella giusta, anche se praticamente non la conosciamo. Perché in fondo siamo incapaci di vedere altro dalla bellezza fisica o da due tratti superficiali del carattere. E magari ci mettiamo assieme, ci sposiamo pure e solo dopo iniziamo ad accorgerci che persona abbiamo davanti.

E così milioni di rapporti si rompono. Certo, fondamenta solide non ne avevano. Ci si è liberati da ogni vincolo inutile per poter creare delle vere relazioni, ma queste, attualmente, si contano sulle dita di una mano. Dall’essere costretti a non avere le opportunità per conoscersi si è passati ad averle, ma ad usarle male, incapaci di ricordarsi che ogni relazione si crea solo con un lungo processo, nel quale bisogna aprirsi gradualmente a chi si ha davanti: mostrarsi per quello che si è, per i propri pregi quanto per i propri difetti. Riflettere sulla persona alla quale si è interessati e solo dopo tanto tempo prendere finalmente una scelta consapevole. È una cosa semplice da ricordare, ma difficile da attuare, in ogni rapporto umano, dall’amico al compagno di lavoro fino alla persona che si ama. Complicata perché richiede fatica, impegno nel ragionare, nel mettersi in dubbio e tentare poi di comprendere quale sia la scelta migliore. Il pensiero postmoderno non ha fatto che favorire l’ascesi delle idiozie suddette. Dal “dobbiamo liberarci delle cose sbagliate” si è passati al liberarsi pure della fatica di pensare cosa fare con la libertà ottenuta. Agire con la propria testa: una conquista vana, se non compiuta per tendere al bene.