Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola, e non libera cittade; e, nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto né tentato di grande; ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l’oblio. [1]

Con queste amare parole esordisce l’amico defunto di Alfieri, Francesco Gori, l’altro protagonista del dialogo alfieriano La virtù sconosciuta. A tema è proprio la vita di Francesco: una vita virtuosa, ma ignota ai più. Il tentativo è notevole: render gloria all’amico –le cui gesta vengono svelate al lettore in queste pagine, “tributo che da gran tempo mi rimproverava di non aver pagato alla adorata memoria del degnissimo amico Gori”– riscattando il valore della sua esistenza. Francesco, nonostante l’immensa virtù e la marcatissima tendenza alla ricerca della verità –tanto che pareva aver “scritto in viso: Io son d’alta natura”–, non ha mai accolto le esortazioni di Alfieri a lasciare ai posteri “sublimi verità in sublime stile notate”. Dalla critica al pensiero astratto dell’amico, perché la volontà di non scrivere era frutto di un pensiero erroneo, Alfieri è condotto a cercare il senso autentico del sopravvivere alla morte e alla risposta alla domanda se sia davvero possibile non lasciare “traccia alcuna in questo cieco mondo”, che equivale a chiedersi: può mai la virtù rimanere inoperosa?

Le prime battute lasciano emergere il rammarico, che lentamente si insinua nel cuore dell’amico, di non aver fatto ciò che poteva; un dubbio, che porta Francesco a soppesare la propria vita, e lo conduce, in ultimo, a definirsi un “nato-morto”: qualcuno che è sopravvissuto, ma non ha mai davvero vissuto; che non ha operato al modo in cui era destinato, ma si è lasciato trasportare dalla «folla dei nati-morti», dall’inerzia dominante, quando a lui sarebbero spettate sorti ben differenti.

 Vittorio Alfieri (Fabre)Vittorio Alfieri in un dipinto di François-Xavier Fabre (1793)

Movente dell’Autore è il suo tormento: come può, un uomo di sì gran valore, cadere nell’oblio? E, soprattutto, come può un uomo di sì gran valore, voler cadere nell’oblio e non adempiere il suo compito?

Ma io, ben rimembrartelo dei, tante volte pur ti diceva, che uffizio e dovere d’ogni alto ingegno con umano cuore accoppiato si era il tentare almeno di renderle [le generazioni] migliori d’alquanto, tramandando ad esse sublimi verità in sublime stile notate. […]
Nuove cose in nuovi modi a te si aspettava di scrivere; ed hai pure, col nol volerlo, agli uomini tolto il diletto, il vantaggio, la maraviglia; a me infinita dolcezza di vederti degnamente conosciuto e onorato; a te stesso la gloria ed il nome.[2]

Dovere dell’uomo virtuoso è l’operare, perché quanto più si diffondono le gesta e le parole di costui, tanto più potrà essere d’esempio agli altri. Agli occhi di Alfieri è quasi sacrilego il silenzio dell’amico. In tempi bui come quelli (e non solo), ben tratteggiati nel saggio Della tirannide, quelli di un’Italia frammentata, saccheggiata in ogni suo anfratto e in balìa dell’arbitrio di pochi potenti, ecco che la virtù sarebbe parsa come una luce che squarcia le nubi: una via di scampo agli oppressi, per consolarli e dar loro forza, e un potente dissuasore agli oppressori, per farli tremare dall’alto dei loro troni fittizi. Avrebbe insegnato loro che il bene non muore mai, e che, nonostante tutto, la virtù “dimora là dove tutto l’impedisce, la distrugge, la scaccia”. Alfieri non si capacita di quanto Francesco abbia mancato al suo dovere. E i toni che animano quelle battute iniziali sono densi di amorevole rimprovero e quasi di rimpianto che traspare dalla bocca stessa del defunto. Ma se oramai è certamente inevitabile accettare quel che è accaduto, nel ripercorrere alcuni episodi della vita di Francesco e dell’amicizia tra i due, in Alfieri comincia a emergere una consapevolezza:

Finché vivo dintorno a me ti vedea, (me misero!) sulla fallace instabilità delle umane cose affidandomi, nella mente tua nobile, e nel caldo tuo cuore, come in un vivo e continuo libro, te, gli uomini tutti, e me stesso imparava io a studiare, e conoscere.[3]

La loro amicizia era nobile perché in essa si consumava la più nobile delle situazioni: cercavano il vero, il giusto, il buono, e l’oscurità del tempo presente non poteva oscurare a lungo i loro animi colmi di quella sapienza che dimora solo nei grandi spiriti di ogni epoca. Perciò le loro discussioni, nate entro quel fine e quella coscienza che vuole la grandezza, non potevano che farli crescere sempre più e far loro scoprire tutti quei princìpi che forse, se fossero stati soli e divisi, non avrebbero mai guadagnato. Le conquiste fatte erano le conquiste di entrambi, o, meglio, dei tre: Alfieri, Francesco e Luisa, la donna di Alfieri.

Alfieri e Luisa StolbergVittorio Alfieri e Luisa di Stolberg-Gedern in un dipinto di  François-Xavier Fabre (1796)

Tutto ciò lascia affiorare un merito indiscutibile, seppur quasi sotterraneo: se quelle discussioni non fossero avvenute, Alfieri non avrebbe potuto scrivere ciò che di lui conosciamo; e se considerassimo la sua formazione e la sua opera senza queste due figure di così grande spessore teoretico, equivarrebbe a non capirle. Il vincolo che in vita li strinse e le conquiste che Francesco condivise –la sua vera e migliore opera– ne lasciano intravvedere così il riscatto:

Tomba dunque assai degna, e la sola ch’io brami, ottenuta io finché voi [Alfieri e Luisa] vivrete, nel tuo cuore, e nell’altro, che al tuo sì strettamente allacciato è per sempre. Estinti voi, con voi non dorrammi di affatto perire, se così vuole il vostro destino: ma se la fama pure delle opere tue dal sepolcro ti trae, quella picciola parte di essa me ne basta che disgiungersi non può dalla tua in chi tanto amasti, e cotanto ti amava.[4]

Poco importa, spiega Francesco, di esser ricordato, perché il ricordo che vale non è un nome sul marmo o il bell’epitaffio – il ricordo, nel senso vero e profondo del termine, risiede nel ricordo del concetto: che si ricordi cosa amava, in cosa credeva e per cosa lottava, e, se vale, si faccia proprio. Per questa ragione la tomba più degna è il cuore dei due amici, proprio perché in essi non dimora solo il suo nome, ma i significati che quel nome ha espresso in vita e ha perseguito. La sua virtù non è morta, vive più che mai in loro. E se mai fama fosse arrivata – come poi è accaduto – sarebbe stata delle opere alfieriane: Alfieri scrisse, e il loro esempio rimase nei secoli, non come morto epitaffio, ma come concetto espresso in prosa e in poesia e vivificato dagli animi che lo leggono e lo fanno proprio. E, proprio in virtù di quell’amicizia che ha contribuito a dare corpo al pensiero di Alfieri, la grandezza di Francesco rivive negli scritti alfieriani, persino in quelli in cui Francesco non viene nominato affatto. Anche in questi, infatti, vi si ritrovano i significati che amarono e per cui vissero; perciò amare Alfieri è amare anche l’amico e la sua donna, i quali, “in tre corpi un’alma fora”.

 

 

 

[1] V. Alfieri, La virtù sconosciuta, in Della tirannide, Del principe e delle lettere, La virtù sconosciuta, BUR, Milano 2010, p. 367.
[2] La virtù sconosciuta…, pp. 367-370.
[3] La virtù sconosciuta…, p. 370.
[4] La virtù sconosciuta…, p. 389.