Tutto si dice essere soggettivo, ogni affermazione e dichiarazione è vera perché relativa. Ormai si tollera tutto e non si ha più la forza, né la possibilità, di respingere nulla. Si relativizzano le regole, le etichette, le formalità e le virtù – o i valori – non hanno più senso. Anche la propria affermazione di esistenza è messa in discussione: l’uomo è annientato, contraddetto, annichilito. Per gli intellettuali moderni si spera, nella migliore delle ipotesi, che per loro sia diventato tutto relativamente vero, venendo a meno quelle prerogative di guida e riferimento che dovrebbero avere sulle persone. Questo modo di pensare contraddistingue l’uomo postmoderno e caratterizza l’inconscio modo di agire di tutte quelle scienze tecniche che vorrebbero ridargli forza e potere. La conseguenza che ne deriva è l’annientamento di principi solidi su cui elevarsi e rinvigorirsi. Si abbatte l’orientamento dell’azione umana ed emergono i conflitti: Se tutto è importante allora a cosa si deve credere? Se ognuno ha ragione, cosa si deve fare? Se sono tutte verità, allora esiste la verità?

Ecco le domande che ci si pone, la cui risposta è l’agire inetto del famoso cane che si morde la coda: si procede dall’abietto soddisfacimento egoistico dei soli propri vanitosi bisogni – creati dall’idea postmoderna -verso l’amara consolazione di poter essere appagati solo dalla tecno-scienza di questi ultimi secoli, la quale ha anche il compito di far scorgere sempre nuovi desideri. “Egoismo ed orgoglio” è il meccanismo che si perpetua giorno dopo giorno, inferenza mostrata da Nicolás Gómez Dávila:

Il relativismo assiologico non è teoria della ragione, ma ideologia dell’orgoglio

Chi nega che la risposta ai bisogni dell’uomo non passi attraverso la ricerca della verità è l’orgoglioso, il quale, nella stessa misura, crede in tutto ciò che lui è senza confronto con l’alterità. Perché le lacune che mostrano queste dogmatiche filosofie sono chiare. Come è auto-contraddittoria la frase “non esiste una verità assoluta” perché ammette una verità, cioè che non esiste tout court, anche la frase “libertà è fare quello che si vuole” è una aporia nascosta nelle menti delle masse: costruisce binari nell’azione dell’individuo, al di fuori dalla quale non può uscire, cioè la propria volontà empiricamente data solo per sé. È fallace. E l’uomo rimane smarrito dentro sé stesso.

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L’unico pensiero che rimane costante sembra essere l’inarrivabilità della verità. Tuttavia, l’insieme di tutte le manifestazioni delle relazioni dei vari essenti, non è una non-verità – o qualcosa che potrebbe essere annientato e fatto diventare nulla (nihil absolutum) -poiché, sostenendo il contrario, si starebbe già compiendo un negativo rispetto al nulla, il quale mette appunto in relazione idee tra loro contrastanti. È proprio qui che si troverà la verità: nelle relazioni. Sostenere che non esiste questa verità, oltre che essere contraddittorio, è lontano dal dialogo, dalla ragione e dall’ecologia, distante appunto dall’esistenza incontrovertibile delle relazioni. Lontano dalla potenza generatrice di giustizia e bontà a cui tutti gli uomini aspirano nel loro affaccendarsi giornaliero.

Si può quindi affermare che esiste “un concreto” in cui le cose operano. Se l’identità dell’uomo è, appunto, anche la sua capacità di esprimere dialogicamente il pensiero concettuale, così da rappresentare il mondo attorno, informandosi e informando della sua esistenza, allora la verità è concreta e universale: si manifesta nelle relazioni tra tutti gli esseri.  Gli essenti sono tra loro sociali in quanto sono, ovvero ascoltano e valutano, non rimangono indifferenti: assumono una posizione che è mossa da un interesse. Questo interesse è il valore per una certa persona, la quale – essendo la sua identità un pensiero che costruisce e informa il mondo o l’altro – assume valore anche per le relazioni che instaura. Nicolás Gómez Dávila sostiene infatti:

Il valore sembra essere soggettivo a colui che confonde l’oggettività del valore scoperto con la soggettività del processo entro il quale lo si scopre. Sebbene non sia oggetto trasmissibile, e sebbene la sua autenticità sia episodio di un’avventura personale, il valore non è invenzione ma scoperta. Ciò che vale può valere solo per me, ma vale per me perché vale

L’uso empirico di questo processo risiede proprio all’interno del processo stesso, ovvero il valore per l’io prende forma nella realizzazione con l’altro: ogni nostra non-indifferenza ha significato in tutta la fitta rete delle relazioni che costituisce il mondo. Se si dovesse cercare una definizione di verità universale, si potrebbe affermare che è prendere posizioni, vivere e agire, in modo da realizzare il valore di giustezza e bontà che abbia significato più totale possibile, sia per sé che per l’altro.

Il vero risiede proprio nell’interesse a creare più concordanze od estinguere più contraddizioni possibili. Dirigersi verso l’interesse dell’alterità, che ha anche tutto il gusto del noi e dei nostri interessi.

Dunque fondamentale è che si crei una rete di connessione che prima non appariva. “Creazione” e “valore” sono parole importanti usate spesso in questo articolo. Esse non alludono ad una componente economica o una nuova filosofia che controverta il principio de nihilo nihil, ma vogliono riprendere un significato differente: significa mettere in luce quello che prima era, è sempre stato e sempre sarà, ma non appariva. Conferire fondamento, logica e importanza, alla rivelazione della relazione che si dà come massima concordanza di tutte le parti. L’atteggiamento unificante è quello umile, di discussione e confronto, che avanza verso la verità. Attitudine dimenticata anche da chi si è sempre prefisso di mantenerla. Ecco perché credo che le seguenti parole di Emanuele Severino siano un monito che vuole invitare ad una riflessiva conclusione:

“Una verità che non sappia tenersi ferma non è una verità […] la filosofia – inteso come pensiero incontrovertibile di tutte le attività dell’uomo – è il fondamento della verità.”