di Matteo Mollisi

“Esegesi del senso”: così Paul Ricouer, nel suo celebre saggio Sull’interpretazione – testo fondamentale dell’Ermeneutica filosofica, la quale, per l’appunto, non è altro che l’arte dell’interpretazione – definiva la prassi di decifrazione che accomuna l’opera di tre giganti del pensiero contemporaneo, Nietzsche, Marx e Freud, riconducendoli all’etichetta comune di “Maestri del sospetto”, proprio in virtù della loro comune tendenza a riconsiderare la cultura occidentale e a rivelarne l’inautenticità, svelandone, sotto lo strato dell’apparenza, la vera “cifra”: le dinamiche socio-economiche secondo Marx, l’economia degli istinti per Freud, la volontà di potenza secondo Nietzsche. Ed è da vero e proprio maestro del sospetto, da implacabile ermeneuta, da insaziabile indagatore e decifratore del passato che si presenta il Nietzsche del primo capitolo, dedicato ai “pregiudizi dei filosofi”, di Al di là del bene e del male, una delle opere fondamentali della sua maturità filosofica. Il pensatore di Röcken irrompe sulla scena della cultura occidentale e ne attacca le fondamenta fin dal primo aforisma, nel quale mette in evidenza una cruciale, implicita discriminazione valoriale che ha percorso l’intera storia del pensiero: si è deciso di porre la verità in una posizione di preminenza rispetto alla menzogna, preminenza data erroneamente per scontata. Di tutto si è dubitato, meno che del valore verità. Ma – si chiede Nietzsche – “perché non, piuttosto, la non verità?”

Nessuno sfugge alla furia della decifrazione nietzschiana: il “vecchio Kant”, con la sua “tartuferia altrettanto rigida quanto morigerata, che ci adesca sulle vie traverse della dialettica, che ci conducono o più esattamente ci seducono al suo imperativo categorico”, malizia da vecchio moralista che “ci fa sorridere”; oppure “il gioco di prestigio in forma matematica con cui Spinoza fasciava come di una bronzea corazza la sua filosofia”, riferimento al more geometrico dell’Ethica del filosofo olandese, e sintomo, secondo Nietzsche, di “timidezza e vulnerabilità”; e poi il “viver secondo natura” degli stoici, che dimenticano che il vivere stesso è in un certo senso contro natura; e ancora: i positivisti, o i logici di ogni tempo, o gli eterni difensori da una parte del libero arbitrio e della causa sui – “maggiore autocontraddizione mai concepita” – e dall’altra quelli del rigido determinismo; e infine Platone, il massimo avversario di Nietzsche, da lui definito, con Epicuro, dionysoskolas, commediante. E questa è proprio l’essenza, in ultima analisi, della filosofia: una grande commedia, un tripudio di inautenticità e di finzione che rivela “un’autoconfessione del suo autore”, “una specie di non volute e inavvertite memoires” fatte passare per il vero, ma in realtà dettate dalle gerarchie degli istinti che dominano chi le scrive. Nessun “istinto di conoscenza” alla base della filosofia: solo una serie di altri istinti che si servono della conoscenza “a guisa di uno strumento”, soltanto “desideri interiori resi astratti e filtrati al setaccio”, poiché, in definitiva, “nel filosofo non v’è un bel nulla di impersonale”; i filosofi sono in realtà “tutti avvocati che non vogliono farsi chiamare tali”. Il riferimento polemico al kantiano tribunale della ragione, nel quale la ragione è giudice e imputata allo stesso tempo, massima immagine della presunta imparzialità del filosofo, è lì, tra le righe, a rivelarci l’acmé dell’opera distruttrice nietzschiana.

Al di là del bene e del male, raccolta di aforismi composti ad intra, in parallelo all’ultimazione di Così parlò Zarathustra, è forse l’opera più sistematica di Nietzsche, da lui stesso definita “preludio di una filosofia dell’avvenire”, che sappia “ammettere la non verità come condizione della vita”. In essa assistiamo a ciò che ogni grande filosofo, per fondare il proprio pensiero, deve necessariamente fare: rivolgersi al passato, interpretarlo, evidenziarne i limiti, superarlo. Tuttavia, la fondazione di un vero e proprio sistema della volontà di potenza, come è noto, rimarrà incompiuta, e a Nietzsche verrà sempre rimproverato di essere stato un pensatore totalmente destruens, e per nulla costruens.