di Gabriele Zuppa

«Questo staccare ogni singolo elemento dal suo contesto è il più completo annullamento del ragionamento.»
(Platone, Sofista, 259e)

 «Come c’è una vuota pienezza, così c’è anche una vuota profondità.» (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Prefazione)

La scienza non pensa. È proprio vero. E come potrebbe? Ma, allora, la filosofia? Nemmeno.
È inevitabile che ci si trovi in siffatta situazione, che cioè ciò che oggigiorno prende il nome di scienza o di filosofia si trovi nell’incapacità di pensare. Senza slanci teoretici o disamine storiche – che mostrerebbero come questa situazione sia il risultato di un processo ben preciso, ma che farebbero di questo articolo un saggio –, mi limiterò qui a un po’ di fenomenologia e qualche riflessione.
La scienza ha acquisito la sua esattezza attraverso la sua specializzazione, vale a dire attraverso la sua settorializzazione: cosa può sapere – come può pensare – se ricava il suo statuto di scienza dal sapere solo un qualcosa, solo una parte, solo di un ambito settoriale? Tutto quel che sa è un sapere di niente. Se lo scopo della scienza è di sapere tutto di qualcosa che è parte di qualcosa di cui non sa niente, come si potrebbe volere dire che essa pensi?Tanto più una piccola parte – così essa “pensa” – tanto più scientificamente: e tanto più “pensa” così, tanto meno pensa. La grande avventura della scienza ha disimparato a vedere oltre il proprio naso; a tal punto che questa stoltezza viene scambiata – o millantata – per modestia.
Così, il rigore della scienza implode su se stesso: per essere sempre più esatto diventa talmente piccolo da non avere più notizia di ciò da cui era partito. Tanto più vuole essere esatto, tanto meno riesce ad esserlo.

E la filosofia, da quando la scienza è diventata così rigorosa, non sa più cosa pensare. Vorrebbe essere anche lei così rigorosa, ma non può, perché è già tutto preso dalla scienza. Allora gestisce la sua sopravvivenza al di sotto della sussistenza: un po’ meno del niente della scienza. Ecco tre forme principali del mendicare: sapere tutto quel che ha detto qualcun altro nel passato, ma possibilmente di un’opera soltanto, meglio ancora una parte di un’opera, una particina – così ne salta fuori uno specialista, uno scienziato tutto sommato: alla somma di tutto, il solito niente; diventare ancella della scienza: gli altri fanno il lavoro e lei ne parla un po’ a piacimento, atteggiandoti a chi, come paggio, nonostante tutto, si occupa di qualcosa: un po’ meno di niente, perché non è il rigore della scienza, ma ha pure sempre a che fare con esso; poi il terzo tipo di filosofo, quello spavaldo, che della scienza se ne infischia – non vergognandosi di sortite come “la scienza non pensa” – perché, egli dice, l’uomo non è solo calcolo e rigore, ma sentimento, immaginazione e tante altre cose che gli permettono di parlare di un po’ di tutto, senza rigore. Questo è proprio un filosofo che si distingue dallo scienziato: occupandosi di un po’ di tutto alla fine non sa niente – del resto ci aveva già avvertito che andava bene un po’ tutto.

Non c’è possibilità per la scienza di pensare finché non saprà di nuovo di quell’avventura conoscitiva che essa è. La specializzazione nella scienza non si annulla se tiene in vista la finalità per cui si specializza: contribuire a quell’insieme in vista del quale si è specializzata. Solo in siffatta maniera il suo sapere tutto della parte non diventa nulla, bensì un contributo specifico per la conoscenza di quell’oggetto iniziato ad analizzare. Lo scienziato tanto più penserà quanto più il suo essere assorbito dalla parte sarà un essere assorbito da quel tutto in cui la parte si trova. Così facendo, il suo interesse e il suo pensare non si rivolgeranno neppure soltanto più a quel tutto in cui si colloca la parte di loro specifica competenza, ma anche a quella dimensione ulteriore in cui il tutto è a sua volta parte di un tutto più grande. Questa tensione verso il Tutto – cioè verso tutte le relazioni che determinano la specificità di ogni parte e per cui ogni parte, senza quelle relazioni, senza quel Tutto, non è più nemmeno quella parte – è ciò che storicamente e teoreticamente si è inteso con la parola filosofia.
Se quindi la scienza pretende di ricavare la propria scientificità dal suo circoscriversi alla parte, essa – si deve dire – non pensa. La scienza comincia a pensare se si fa consapevole del compito conoscitivo nel quale si inscrive; e, quindi, se si rivolge, senza perdere la sua specificità settoriale, alla totalità. Così facendo riuscirà a vedere quanto nessuno oggigiorno vede: che la filosofia non è altro dalla scienza, ma un aspetto intrinseco ad ogni impresa conoscitiva che voglia essere tale, che sia, appunto, scientifica. Essa è la dimensione della totalità in cui di necessità ogni conoscenza si colloca, perché di necessità ogni frammento di mondo è le relazioni con tutti gli altri frammenti.

Ma, quindi – si chiederà ora – quale sarebbe la specificità della filosofia? È quella scienza la cui specificità è il sapere dei rapporti tra tutti i saperi, nel suo sviluppo storico, nella sua autocomprensione, nella sua destinazione da compiersi. È in questa conoscenza della concreta complessità che consiste la filosofia, la quale può essere propria tanto di chi abbia avuto una formazione “scientifica” che di chi abbia avuto una formazione “filosofica”. Per la scienza pensare significa sviluppare quella componente filosofica che le è intrinseca. Pensare per la filosofia significa pretendere quel rigore che rende scienza la nostra quotidiana chiacchiera sul mondo, il nostro quotidiano sapere che ci orienta nel mondo.